Per prima cosa, con gioia, ringrazio Dio per i vostri volti nuovi. Voi siete lettera di Dio per me. Come diceva Paolo ai Corinzi: la mia lettera siete voi, scritta non su rotoli di pergamena, ma sulle tavolette di carne dei vostri cuori.

Vi saluto con gioia e anche con trepidazione: riusciremo insieme a leggere ciò che Dio scrive qui e adesso, con noi? Per poi farlo fiorire? Con questa speranza inizamo.
Domenica delle tre parabole della misericordia. Così belle che le nostre parole possono solo rovinarle. Ma così importanti che meritano tempo e cuore. Ci prepariamo all’ascolto, con i tre passi del Figlio Prodigo, i tre passi salutari da compiere in ogni crisi: rientrare in sé, chiedere perdono, e tornare a casa.

Allora il figlio ritornò in sé e disse…Signore riportaci al centro della vita, all’interiorità la mia vita distratta e superficiale, Kyrie
Dirò a mio padre: ho sbagliato, ho peccato… per aver fatto soffrire qualcuno, per gli sbagli che non voglio ripetere, dai nostri limiti, tiraci fuori, Christe
Si alzò e tornò da suo padre. Siamo tornati davanti a te, vogliamo fare casa con te, fare una casa comune più giusta e vera, per questo…Kyrie

OMELIA. Gesù scandalizzava, è questo il punto sorgivo del vangelo di oggi: c’era come un feeling misterioso tra lui e i peccatori. Tu stai bene con quelli che sono lontani da Dio!, lo accusano.

E Gesù rilancia, raddoppia lo scandalo con tre parabole in cui alla fine è Dio stesso a varcare l’abisso che ci separa. Sarà ucciso per questo.

Tre storie di vita. Un pastore che sfida il deserto, una donna di casa che non si dà pace per una moneta che non trova, un padre esperto in abbracci.

Tre parabole che sono davvero il vangelo del vangelo. Sale dal loro racconto un volto di Dio che è la più bella notizia che potevamo ricevere.

Un Dio che non punta il dito, non colpevolizza i figli spariti dalla sua vista, ma li fa sentire un piccolo grande tesoro di cui ha bisogno. Non intona la litania delle lamentele, tantomeno quella del castigo esemplare, ma fa come l’amata del cantico dei cantici: va in cerca e apre le braccia.

Ecco allora la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie. Noi lo possiamo perdere, ma lui non ci perde mai. La pecora smarrita non trova lei il pastore, è trovata; il pastore invece di legarla e trascinarsela dietro, se la carica sulle spalle, perché sia più leggero il ritorno. Immagine bellissima: Dio non guarda alla nostra colpa, ma alla nostra debolezza. Non fa consuntivi del passato, ma preventivi.

La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta; che accende la lampada e spazza accuratamente ogni angolo e troverà il suo tesoro, lo troverà sotto la spazzatura raccolta nella casa. E mostra come anche noi, sotto lo sporco e i graffi della vita, sotto difetti e peccati, possiamo scovare sempre, in noi e in tutti, un piccolo tesoro perduto.

Il padre buono, padre in ansia che non ha figli da perdere, e se ne perde uno solo la sua casa è vuota, che getta le braccia al collo del figlio che torna, e non gli importa niente di tutte le scuse che ha preparato, perché alla fedeltà del figlio preferisce la sua felicità.

Tutte e tre le parabole terminano con lo stesso ‘crescendo’. L’ultima nota è una gioia, una contentezza, una felicità che coinvolge cielo e terra: vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, che torna.

Da che cosa nasce questa felicità di Dio? Nasce da un innamoramento. Questo perdere e cercare, questo ritrovarsi e perdersi di nuovo, è la trama del Cantico dei Cantici. Dio è l’Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa: avete visto l’amato del mio cuore?

Sono io l’amato perduto. Dio è in cerca di me. Allora invece di fuggire correrò verso di lui.

Tre parabole che sono lo scandalo della misericordia, uno scandalo in tre passi:

– già ci sorprende che la bibbia non chieda che il peccato sia scontato, ma confessato;

– ma Gesù va oltre, non chiede neppure il pentimento, ma apre un futuro diverso: vai e d’ora in avanti non peccare più;

– e infine la scoperta che Dio ti anticipa. Il tempo della misericordia è l’anticipo, il perdono previene il pentimento, l’abbraccio precede l’incontro (la pecora smarrita è raggiunta mentre è ancora lontana e non sta tornando all’ovile…; il figlio prodigo torna, ma il padre ha già aperto le braccia, prima che apra bocca; la moneta perduta è cercata mentre è ancora in qualche fessura fra lo sporco; il crocifisso ha perdonato in anticipo tutti i peccati del mondo…)

La dimensione temporale della misericordia è l’anticipo.

Non è il semplice perdono di qualcosa che io ho commesso, ma un atteggiamento che è proprio di Dio, indipendente da me, incondizionato, è la sua grandezza, la gratuità.

La misericordia anticipa e previene; il perdono precede. E questo dipende da Dio, non da me!

E si fa carezza e medicina per le nostre ferite; si fa parto, vita nuova.

Ogni volta che pensiamo: se sono buono allora Dio mi amerà…

oppure: se mi pento Dio mi perdonerà, ebbene ogni volta che pensiamo questo non siamo davanti al Dio di Gesù Cristo.

La differenza di Dio rispetto a noi sta proprio nel suo modo di accogliere i peccatori. Lo vediamo nella terza parabola.

Lo vide da lontano, commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciava. Al solo muovere un passo lui già mi ha visto e si commuove, io cammino e Lui corre,

io dico: non sono più un figlio, Lui mi interrompe perché vuole salvarmi proprio dal mio cuore di servo e restituirmi un cuore di figlio.

Il Padre è stanco di avere in famiglia dei servi, invece che figli veri. Almeno il lontano che torna gli sia figlio.

Il peccato dell’uomo è uno: sentirsi schiavo anziché figlio di Dio.

Per questo il padre è ridotto ad essere nient’altro che braccia eternamente aperte, ad attenderci su ogni strada d’esilio, su ogni muretto di pozzo in Samaria, ai piedi di ogni albero di sicomoro:

la casa del Padre confina con ogni nostra casa.

E ci attende non per rimproverarci ma per una festa, e per salvarci dal nostro cuore quando il cuore ci accusi.

“Presto: anello, abiti, un banchetto, una festa”. Un Padre cui non interessa condannare e neppure assolvere, cui non interessa giudicare o pareggiare i conti, fare consuntivi, ma esprimere un amore esultante, indistruttibile, incondizionato: perché Dio non è solo amore, è esclusivamente amore.

E’ giusto il Padre in questa Parabola? No, non è giusto, ma la giustizia non basta per essere uomini e tanto meno per essere Dio.

L’amore non è giusto, è una divina follia.

La sua giustizia è riconquistare figli, non ripagare le loro azioni.

Non è il castigo che libera dal male, ma l’abbraccio;

non è la paura che libera dal male, ma la festa di un amore più grande.

E poi il fratello maggiore: “Io ho sempre ubbidito, io ho sempre detto di sì e a me neanche un capretto!” Ecco l’uomo dei rimpianti, onesto ma infelice, che non ama quello che fa. Scrive Dostoevskij: “Il segreto di una vita realizzata è agire per ciò che ami e amare ciò che fai”. Non fare il bene per forza, lo faresti male.

Quanti cristiani sono così, Turoldo li chiamava “i cristiani del capretto”: ho sempre ubbidito, sono andato a Messa tutte le domeniche, cosa mi dai in cambio? Vivono da salariati e non da figli.

Ma l’amore del Padre non si misura sui meriti, sarebbe un amore mercenario. Non si misura il Suo amore da un capretto. Non c’è nessun capretto perché c’è molto di più. Dice: Tutto ciò che è mio è tuo! Tutto, il tutto di Dio è per me. Dio ha una fiducia così grande in quel nulla che io sono da mettermi in mano tutto quello che ha.

Padre, non sono degno ma mi prendo lo stesso il tuo abbraccio, mi prendo la veste nuova e la festa.

Padre sono la tua agonia, sono la tua gioia, sono il tuo figlio. Grazie di essere Padre a questo modo, nessuno poteva sperare in un Dio migliore.

PREGHIERA ALLA COMUNIONE
Figlio prodigo che sei nei cieli,

figlio salvato dal ricordo del pane e dal bisogno di vita

che a migliaia  di prodighi hai dato l’esempio,

giovane uomo che hai conosciuto il vuoto delle cose,

l’orrore della fame, la nostalgia di casa,

aiutami a pregare per i figli fuggiti di casa,

per i genitori abbandonati,

per i fratelli che non si amano,

per coloro che non si riconciliano,

per me che sono tutto questo .

E Tu Padre dalle grandi braccia

salvami dal mio cuore di servo,

ridammi la gioia di essere figlio.

Io so che uno, uno solo di noi è sufficiente

a farti perdere dietro a chi se ne è andato,

tu non hai figli da buttare, da perdere.

Allora trovami Tu, Signore, trovami quando sono perduto

trovami quando non riesco a tornare,

trovami perché lontano da te non è vita.

Sono l’eterno mendicante, l’eterno ingannatore,

sono la tua sofferenza, Padre,

ma ora mi prendo il tuo abbraccio:

grazie per essermi Padre,

nessuno ha un Dio come Te.

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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