Siamo luce

Alla Eucaristia delle 10.30, di domenica 5 febbraio, abbiamo potuto ascoltare anche la riflessione/ testimonianza di Cinzia Banterle, che condividiamo con tutti voi.

I lettura: Is 58,7-10;

II lettura: 1Cor 2,1-5;

Vangelo: Mt 5,13-16.

Come avviene tutte le domeniche, siamo qui convocati anche oggi da questa Parola con cui entrare in dialogo; dalla Parola di Dio che continuamente ci interpella e ci chiede di accogliere, di comprendere, di assumere la logica di Dio: quel modo di pensare, di fare, di agire; di scegliere di mettersi in gioco con la vita secondo quella che è stata la modalità di Gesù, colui che è – come ben ci ricorda e afferma in questi pochi versetti proclamati la lettera ai Corinti – il nostro Signore, Sapienza e Potenza di Dio.

San Paolo si sente forte nella verità che annuncia perché ne ha fatto esperienza. Egli conosce perché ha vissuto e sperimentato nella sua vita – per la sapienza e la potenza dello Spirito – Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Si tratta di un vissuto così tanto e particolarmente suo da affermare – nella lettera ai Galati – di essere: stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me[1].

Siamo qui insieme in questa domenica che succede alla festa della Presentazione di Gesù al Tempio[2], luogo in cui viene riconosciuto, da Simeone, quale luce che illumina tutte le genti, tutti i popoli, tutte le culture con le molteplicità e le diversità che ogni popolo ed ogni cultura porta con sé.

Gesù luce del mondo: sapienza per chi crede, risorto il giorno dopo il sabato, il primo giorno della settimana, il giorno in cui Dio crea la luce. Lui che è luce e sapienza ci dice che anche noi siamo luce che illumina le tenebre, per aiutarci l’un l’altro/a nel bisogno che abbiamo di vedere meglio i possibili percorsi, con ciò che ci circonda, per coglierlo e capirlo, affrontandolo. Ci dice che siamo luminosi e sapienti – sale della terra – perché possiamo scoprire il senso delle cose e dar loro significato, trasmettendo energia e speranza, affinché tutti siano luminosi e sapienti a loro volta.

Siamo ancora all’inizio del Vangelo di Matteo, eppure già sentiamo la grande stima del Signore Gesù nei confronti di coloro che lo seguivano, di donne e uomini che stavano pian piano consolidando, attorno a lui, una piccola comunità itinerante.

Gesù li ha chiamati, ha già esercitato la sua azione salvifica guarendo ogni sorta di malattie ed infermità nel popolo[3]; ha iniziato a camminare con loro fino a salire su quel monte dal quale proclamare il suo insegnamento, far conoscere la logica del suo Regno: un luogo dove scoprirsi guardati con benevolenza ed amore, per ritrovarsi beati in quello sguardo, non nonostante ma proprio nella situazione in cui ci si trova: di poveri, soli, umili, afflitti e sconsolati; di persone impegnate per la pace, desiderose della giustizia e attenti alle situazioni; gente dal cuore puro, premurosa e misericordiosa.

Gesù si rivolge alla sua comunità con un: “voi siete”, affermando quindi ciò che già riconosce in loro, non annunciando un qualcosa che avverrà o esprimendo quello che vorrebbe diventassero. Una tale affermazione non si esaurisce in quel contesto ma continua tutt’ora, per ogni discepolo ed ogni discepola: è un voi che si delinea poi in un tu; è una parola che si rivolge ad una comunità così come ad ogni donna e ad ogni uomo che abbia deciso di assumerla, facendola così incarnare di nuovo, e ancora.

Egli si è rivolto ad una comunità, a quel “voi” lontano a noi nel tempo, che si fa però presente diventando il “noi” ecclesiale: ognuno/a di noi che è qui, oggi, con tutti gli altri/e che stanno celebrando, come noi, in altri luoghi. Gesù sa guardarci personalmente (perché non ci sono cristiani anonimi), e ci invita ad essere luce nella nostra singolarità all’interno della Chiesa, perché non veniamo chiamati ad essere eroi isolati, ma a vivere la nostra vita in relazione agli altri, percependo il legame che ci unisce fra di noi e con tutto ciò che è – o forse solo appare – indipendente e autonomo da noi (mondo, persone, popoli), condividendo l’obiettivo e l’impegno, sostenendoci a vicenda nella fatica di essere luce, di muoversi nella logica di Dio che è impregnata di sapienza, una saggezza che ci sollecita ad esercitare per leggere gli avvenimenti e le situazioni, e agire di conseguenza, capaci di discernimento e di responsabilità.

Dove essere luce? Dove agire sapientemente? Là dove c’è il buio, il disagio, la sofferenza. Non è questo il momento per elencare i tanti/troppi luoghi di sofferenza presenti nel nostro mondo, per cui basterebbe guardare insieme il telegiornale o aprire il quotidiano – e beato colui che sa leggere la Bibbia e pregare con il giornale in mano – però è utile soffermarsi a riflettere sul buio che queste situazioni creano ed emanano, facendolo entrare anche in noi per quanto ci influenzano e condizionano il nostro vivere, il nostro sentire interiore: un buio che ci invade, di cui essere consapevoli.

Qui ora vanno richiamate le parole del profeta Isaia, che ben ci presenta le tenebre, le situazioni di buio che invocano luce: l’affamato con cui dividere il pane, il misero senza tetto, senza un luogo accogliente, familiare, di cura; colui che manca perfino dei bisogni primari per poter vivere con minimo di dignità.

Per rispondere a queste situazioni di ingiustizia, è però necessario sentirla tutta, una tale sofferenza, e lasciarsi coinvolgere: accorgerci che l’altro esiste, con tutti i suoi drammi, con ciò che lo affligge rendendolo probabilmente anche negativo, difficile da avvicinare, e lasciarsi in ogni caso provocare da lui/lei, rispondendo dando soccorso e accompagnando, facendosi prossimi-vicini, mantenendo però la giusta misura, perché «salare troppo» non va mai bene, senza voler nulla in cambio, ben sapendo che magari non si riceverà nemmeno un grazie.

Sentire il dolore del mondo non è così comune e nemmeno facile da comunicare, quando lo si prova: Gesù lo ha sentito e vi si è implicato fino a morirne, ed ancora continua a sentirlo. Lui sa guardarlo, il dolore, e continua ad assumerlo, ed il suo sguardo non vuole essere vano, ma non può nulla se non continuare ad essere Luce che ci fa divenire luminosi; ad essere Sapienza che ci fa divenire sapienti nel nostro quotidiano vivere: è lui il nostro orizzonte e la nostra fonte.

Abbiamo sentito parlare molto di misericordia, in questo ultimo anno, ma forse va focalizzata anche la parola compassione: provare lo stesso dolore ed intervenire per alleviare non solo la sofferenza dell’altro ma pure per guarire la propria ferita, un aspetto che mi pare emerga proprio dal v. 8 della prima lettura, là dove il profeta così si esprime: Allora la tua luce sorgerà come aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. E qui, in conclusione, calzano a pennello i versi di una poetessa che mi è molto cara, Emily Dickinson[4], che esprimono cosa significa e quanto è necessario questo sentire la sofferenza dell’altro e il dolore del mondo, capacità concessa solo a chi ha avuto l’arduo privilegio d’avere altrettanto sofferto[5]:

Poesia 919 del 1864
Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano –
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena –
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.

Cinzia Banterle

[1] Gal 2,19-20.

[2] Lc 2,25-32.

[3] Mt 4,23.

[4] Emily Dickinson, poetessa americana nata ad Amhest, Massachussets, nel 1830, visse una vita di solitudine e poesia; lei stessa si definisce «monaca ribelle» (cf E. Dickinson, Tutte le poesie, a cura di M. Bulgheroni, I Meridiani – Mondadori, Milano 20048, 813; poesia 722 del 1863), assolutamente dedita ai versi, all’introspezione, al dialogo con Dio/Gesù che abita – ne è convinta – la sua anima, portandola ad altezze smisurate di comprensione della verità e della bellezza ma pure a estreme difficoltà di equilibrio, di «tenuta/padronanza» del sé, per cui le sembra di camminare barcollando (E. Dickinson, Tutte le poesie, 447-449; Poesia 410 del 1862). Muore nel giugno del 1856: la sua bara venne trasportata fra i campi di grano irradiati dal sole, così come lei aveva espressamente desiderato. Il suo corpus poetico venne ripreso e riportato alla luce in modo critico, quindi fedele al testo rispetto alle edizioni precedenti avvenute subito dopo la sua morte, nel 1955 da Thomas H. Johnson, che riuscì dunque a ridare ai testi la forma originaria.

[5] Emily Dickinson, Poesia 1704 non databile.

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
Top
Seguici su: