Ecco i commenti di fra Ermes per il Vangelo del 25 aprile, per i social e Avvenire.

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore (…)».
Gv 10,11-18

per i social

Come passeri abbiamo il nido nelle sue mani, mani impigliate nel folto della vita e che non scagliano pietre, mai. Da quelle mani di pastore nessuno mai mi rapirà.

L’ULIVO, NIDO DELLA QUERCIA

Sì, mi importa di te, mi importa la tua vita, tu sei importante.
Lo ripete a ciascuno: mi importano i passeri del cielo, ma voi valete di più.
Mi importano i gigli del campo, ma tu vali molto di più.
Ti ho contato i capelli in capo, e tutta la paura che porti nel cuore. Questa
è la certezza: a Dio importa di me. A questo ci aggrappiamo, anche quando
non capiamo, turbati per il suo silenzio.
Con la formula solenne delle rivelazioni, oggi Gesù afferma: Io sono il buon
pastore, e per farcene capire il senso, per cinque volte ripete il verbo
offrire.
Ciò che il pastore offre è la vita, e non so immaginare migliore avventura:
io sono vaso che accoglie vita, sono anfora che vuole riceverne sempre più.
Sono il pastore ‘bello’, specifica il testo greco, e la bellezza, il fascino del
pastore sta nella sua passione per il fiorire della vita in tutte le sue
forme.
Io do la vita: non significa per prima cosa vado a morire, perché se il
pastore muore le pecore sono abbandonate e il lupo vince, seminando
disperazione e morte. Dare la vita qui è inteso nel senso che hanno ben
compreso gli apostoli: della vite che dà linfa al tralcio (Giovanni); dell’ulivo
innestato che trasmette potenza buona al ramo selvatico (Paolo); di uno
che essendo l’autore della vita (Pietro) l’ha inventata e la scrive, sillaba
per sillaba, sulle tavole di carne che siamo noi.
Io offro la mia vita significa: vi offro un’ energia di nascita dall’alto;
offro germi di divinità, per farvi simili a me ( II lettura).

Un Dio compreso nel pastore che si impegna per le pecore; nella donna che
offre il seno al piccolo; nell’acqua che dà vita alla steppa arida, nel padre

che si strugge nell’attesa del figlio lontano. In un germoglio di quercia
che miracolosamente trova casa nel grembo di un vecchio ulivo.
Come passeri abbiamo il nido nelle sue mani, mani impigliate nel folto della vita, mani forti contro i lupi, mani che proteggono la fiammella smorta, mani sugli occhi del cieco, mani che scrivono nella polvere e non scagliano pietre, mai, mani trafitte offerte a Tommaso.
Da quelle mani di pastore nessuno mi rapirà mai.

Il pastore non può stare bene finché non sta bene ogni sua pecora. Il Dio
dei cristiani non sta bene nei cieli, discende e si compromette. Il cristiano
non può star bene finché non sta bene suo fratello.
E tutti, a nostra volta pastori di un minimo gregge, ripetiamo le parole di
Gesù, ma in silenzio e con coraggio: tu mi importi, tu incontro d’oggi o
compagno di una vita, tu sei importante per me. Ciascuno di noi può essere
pastore forte e bello, combattivo e tenero, del gregge che ci è affidato:
la famiglia, gli amici, compagni di strada che contano su di noi e di noi si
fidano.
Ho imparato che per stare bene l’uomo deve dare, perché così fa Dio.
“Dare vita”; significa contagiare di amore, libertà e coraggio chi avvicino.
Significa trasmettere gesti e parole che ardono e fanno vivere, accensioni
del cuore che rendono più bella la fede, più affettuosa la vita.

per Avvenire

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