Ecco i commenti di p. Ermes al vangelo del 18 aprile, per i social e Avvenire.

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. (…) Egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Luca 24,35-48

per i social

Lui è l’amico che dà sapore al pane. E mi assicura che la salvezza non sta nei miei digiuni per lui, ma nel suo mangiare con me pane e sogni.

UN SOGNO DAL SAPORE DI PANE

Com’è difficile credere! Si fondono insieme dubbi ed una gioia eccessiva: troppo bello per essere vero! Non basta nemmeno il cuore che balza nel petto.
«Non sono un fantasma», dice sottovoce Gesù: non sono un’illusione, non sono un mantello di parole, pieno di vento.

E sento il suo umile desiderio di essere abbracciato come un amico che torna da lontano, di essere stretto con lo slancio diretto di chi ti
vuole bene.
Non si ama un fantasma, e io voglio l’amore. Io ho vita piena: guardate! Vedete! Toccate! Mangiamo insieme!
Ma come toccarlo oggi, dove vederlo?
Quando scorre l’amore. Quando tocco, con emozione e venerazione, le piaghe della terra: «ecco io carezzo la vita perché profuma di Te» (Rumi).
Non alla gioia, non alla visione, non alle profezie, gli apostoli si arrendono ad una porzione di pesce arrostito, al più semplice dei segni, al più umano e primitivo bisogno.
Signore così umile che ti avvicini a questi nostri sensi, che lamenti il tuo bisogno piccolo e concreto, perché ti possiamo toccare, per venirci più vicino possibile!
Gli apostoli, ora segnati per sempre, lo daranno come prova: abbiamo mangiato con lui dopo la sua risurrezione (At 10,41).
Lui è l’amico che dà sapore al pane. E mi assicura che la salvezza non sta nei miei digiuni per lui, ma nel suo mangiare con me pane e sogni.
Lo conoscevano bene Gesù, dopo tre anni di vento, pesci, villaggi, di fame di pane e di occhi negli occhi. Eppure ora non lo riconoscono, perché la Risurrezione non è semplicemente tornare alla vita di prima: è trasformazione.
Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ed è altro.
Mi consola la fatica dei discepoli a credere, il loro oscillare tra paura e gioia. È la garanzia che Gesù risorto non è una loro invenzione, ma è l’evento che, spiazzandoli, li costringe ad andare avanti, dentro il tocco di Dio che entra nella carne, e la trasfigura.

E si fa pace (pace a voi!) più grande di ogni mio diritto; e si fa intelligenza che io non ho conquistato (svelò loro il senso delle scritture), perché finora avevano capito solo ciò che li confermava nelle loro idee.
Non è un mito, è parola come spada, che svela e apre la vita; pane e vino che bastano ai giorni: abita in me, mi chiama e mi sorride come nessuno.
Talvolta vive al posto mio e cose più grandi di me mi accadono: c’è bisogno di pace per cogliere il senso delle cose, e quando sentiamo il cuore in tumulto è bene fermarci, fare silenzio, non parlare.
E conclude il Vangelo: di me voi siete testimoni. Non predicatori, ma testimoni, è un’altra cosa. Con la semplicità di bambini che hanno una bella notizia da dare, e non ce la fanno a tacere, e gli fiorisce dagli occhi.
Potenza di vita che mi avvolge di pace, di perdono, di risurrezione. E tutto si fa umano, e tutto si fa vivente.

per Avvenire

Stanno ancora parlando, dopo la gioiosa corsa notturna di ritorno a Gerusalemme (…)

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