III DI AVVENTO – A

Is 35, 1-10 – Rom 11,25-36 – Mt 11, 2-15

È sempre lì, fedele come ogni alba,
ad attendere che io mi affacci alla vita
per riempire la casa di luce
perché anche il mio volto splenda!
L’abbé Pierre diceva:
La vita è un pezzetto di strada per imparare ad amare.
Perché non sappiamo farlo bene.
Se ascoltiamo i mistici dobbiamo smetterla di cercarlo l’amore, c’è già,
“siamo immersi in un oceano d’amore,
e non ce ne rendiamo conto” (Vannucci).
Non di tristezza, ma di amore.
Noi possiamo solo sciuparlo, bloccarlo, distruggerlo.
Prendiamoci un momento di silenzio
per cercare in noi e trovare e provare a togliere tutte le barriere
che abbiamo costruito, ognuno di noi, contro l’amore.
Omelia
E se ci fossimo sbagliati, se avessimo tutti preso una cantonata?
Se di là non ci fosse niente? Cielo vuoto? Nessun Dio…
Non vi è mai venuto il dubbio? Davvero? Oggi il vangelo ci rassicura:
siamo in buona compagnia.
Giovanni, il profeta granitico, anzi più che un profeta, è entrato in crisi.
Dal carcere manda a dire a Gesù: Sei tu, o dobbiamo aspettare un altro?
Troppo diverso quel cugino di Nazaret, e pensare che da piccoli giocavano
insieme: Dov’è la scure tagliente per abbattere gli alberi senza frutto? E il
fuoco che li brucia?
Anche il più grande tra i nati di donna dubita. E ci conforta: ma io a
chi ho preparato la strada?
E i suoi dubbi non tolgono nulla alla grandezza di Giovanni, nulla
alla stima immensa che Gesù nutre per lui.
Perché una fede senza dubbi non esiste;
perché da nessuna parte è scritto che una fede che niente scalfisce,
che non si pone mai problemi,
sia meglio di una piccola fede

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impastata di problemi e domande.
Ne basta poca, di fede, anche meno di un granellino di senape,
purché sia autentica. E cosa significhi fede autentica lo capiamo dalle
parole di Giovanni: se non sei tu, io continuerò a cercare, comunque; io
non mollo, io non sto fermo! Se devo aspettare ancora, sappi che io non mi
arrendo, continuerò ad attendere e a cercare.
Fede umile e testarda come il battito del cuore.
Non so voi, ma io credo e dubito al tempo stesso,
e Dio gode che io mi ponga e gli ponga domande.
Non so voi, ma io credo e non credo, eppure lui ha fiducia in me.
Gesù non risponde agli inviati di Giovanni con argomenti di teologia,
neppure con un “sì” o un “no”, prendere o lasciare. Lui non ha mai
indottrinato, mai catechizzato nessuno.
Lui è il Maestro dei maestri e la sua pedagogia consiste nel far
nascere in ciascuno risposte libere, personali, coinvolgenti.
E dice: raccontate ciò che vedete e udite.
Dice anche a noi: guardate, osservate, non chiudete gli occhi;
ascoltate, fate attenzione, aprite l’orecchio del cuore.
Ascoltare e vedere, da lì si ricomincia.
Ed elenca sei opere che comunicano vita, così come nei sei giorni
della creazione era tutto un fiorire di vita, in tutte le forme.
Gesù parte dal dolore,
non comincia da pratiche religiose, ma dalle lacrime della gente:
ciechi, storpi, sordi, lebbrosi, morti, poveri…
Dio comincia dal basso, dove la vita è più minacciata.
Va in cerca della vita dolente e ferita, parte dagli ultimi della fila.
E fa per loro un vestito di carezze
E non per farne dei devoti discepoli, dei pii osservanti, ma perché
tornino uomini, uomini pieni, liberi, completi.
È vero, è una questione di germogli: per qualche cieco guarito,
legioni d’altri sono rimasti nella notte.
È una questione di lievito, un pizzico nella pasta ancora immobile;
eppure quei piccoli segni possono bastare a farci credere che il mondo non
è un malato inguaribile. Che né io né tu, nessuno di noi lo è.
Gesù non ha mai promesso di risolvere i problemi della terra con un
pacchetto di prodigi. L’ha fatto con l’Incarnazione, perdendo se stesso in
mezzo al dolore dell’uomo, intrecciando il suo respiro con il nostro,
aprendo germogli sulla corteccia dura della vita.

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E beato chi non si scandalizza di me! Dov’è lo scandalo, l’inciampo?
Gesù non porta il castigo di Dio, non è il flagello di Dio, ma la sua
misericordia. Il castigo di Dio non ci scandalizza.
Noi siamo disposti a credere che Dio castiga i colpevoli, a dargli
ragione, a desiderarlo: che giustizia è se i cattivi non sono puniti?
E in questo modo possiamo pensare di pareggiare i conti, di sentirci
a posto. Ma con Dio non siamo mai a posto, i nostri conti saranno sempre
in rosso; confessiamolo, e ci farà bene.
Quello che ci scandalizza, a cominciare dai più religiosi, è la
misericordia; si scandalizzano quelli che pensano di essere bravi.
Invece il Padre comunica amore a giusti e malvagi, sì, anche ai
cattivi, indipendentemente dal comportamento degli uomini. È la croce,
quell’abbraccio che vedete alle mie spalle, aperto per tutti, scandalo e
follia.
Gesù non ha mai castigato nessuno.
Ha promesso qualcosa di meglio di una serie di prodigi, il miracolo
del seme, la fiducia del seme invisibile sottoterra, del seme crocifisso.
C’è un salmo che dice che “Germoglio è un nome di Dio!” (Sl
72,17). Pensate che bello, che fiducia: la verità di Dio come un germoglio.
La parola Verità deriva dal latino ver veris, primavera, verità è ciò
che fa come la primavera, fa spuntare germogli e nascere vita, mette una
euforia di boccioli, non teorie o sistemi di pensiero.
Gesù non è venuto a portare nozioni, ma la primavera del mondo;
potenza di vita e desiderio di più grande vita. Il miracolo della primavera.
Il poeta Centore prega così:
Tu sei per me segretamente // ciò ch’è la primavera per i fiori.
Cosa siete andati a vedere nel deserto? Un bravo oratore? Un
trascinatore di folle? Uno dei tanti fondatori di sette?
Per tre volte ripete la domanda:
Che cosa siete andati a vedere? Una canna sbattuta dal vento?
Un opportunista che piega la schiena pur di restare al suo posto?
Che cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti?
Preoccupato dell’abito firmato? Del macchinone da far vedere?
Uno dei palazzi, disposto a cambiare casacca o opinione o partito pur
di restare a galla?
Che cosa siete andati a vedere? Un profeta?
Gesù insiste su questo verbo concreto: vedere. Non domanda: cosa
avete ascoltato, imparato, ma “che cosa avete visto”.

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Perché Dio non si dimostra, Dio si mostra.
Non si argomenta, si fa vedere, con la vita!
Dobbiamo tutti far scendere la fede dalla testa alla vita.
Hanno visto in Giovanni la profezia diventare carne e sangue.
Hanno visto un corpo marchiato, scalpellato dalla Parola.
Dove gesti e parole sono un tutt’uno.
Messaggio e messaggero coincidono.
Lui è ciò che dice e dice ciò che è. Lui crede ed è credibile.
Questo è il solo miracolo di cui la terra ha bisogno,
di credenti credibili.

PREGHIERA ALLA COMUNIONE
La vita è movimento
È aria che circola
È terra che si trasforma
È acqua che scorre
È seme che fiorisce
È coraggio di rischiare
È scommettere sul futuro
È fiducia nella bellezza
È abbandono alla speranza
Allora coraggio!
Continuiamo tutti a camminare
Un po’ goffi e impacciati
Ma non restiamo sconfitti per terra.
Alzati!
Le ferite bruciano
I graffi fanno male
Ma non umiliamo la vita che è dentro di noi
Coraggio alziamoci!
Camminerò, Signore, inciamperò nell’aria
come un angelo imperfetto,
incerto del suo cielo,
incredulo di avere le ali
ma neanche la creatura più perfetta
ha il tuo splendore, piccolo uomo,

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coraggio: è nella la tua fragile forza, nel dubbio, nell’insuccesso,
nel tuo bisogno, che rimane la tua parte migliore.
Camminiamo, allora
E non fa niente
se non sappiamo da che parte andare
seguiamo il fiotto della vita
intuendone magari solo il profumo
allungando un po’ lo sguardo
verso l’orizzonte
che ci appare inafferrabile.
Siamo nati per questo infinito
Che non riusciamo a contenere.

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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