Una chiesa con le porte aperte e le periferie nel cuore
Continuano le riflessioni di Ermes Ronchi sull’Evangelii Gaudium di Papa Francesco

Francesco sogna una chiesa con le porte aperte, in cammino, in uscita verso le periferie umane (E.G. 46), anzi con le periferie nel cuore.

Ne traccia il sentiero attraverso gesti e parole che in lui sono un tutt’uno.

Nel carcere minorile di Casal del Marmo, si è inginocchiato davanti a figlioli che hanno sbagliato, ha lavato i loro piedi.

C’erano fra questi detenuti due donne, una di fede mussulmana.

Francesco ha preso i loro piedi fra le sue mani, li ha baciati, ha baciato il corpo della donna, per tradizione lunghissima considerato peccaminoso, fonte di tentazione, escluso, espulso.

Il suo contatto amorevole esprimeva serenità e fiducia, era l’icona nuova di una chiesa che si inginocchia, incontra le persone, le tocca con amorevolezza, in una globalizzazione del servizio e dell’onore reso ad ogni creatura, a partire dal più povero, il più perduto, il più lontano.

Il gesto e la parola hanno tracciato un cambio di rotta: dalla paura di sporcarsi le mani alla scelta di andare incontro, sempre: “preferisco una chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, che una chiesa malata per la chiusura” (E. G. 49).

Desidero una chiesa che non ha nulla da difendere, ma molto da offrire.

Perciò non si contrappone agli altri in conflitti teorici ma si immerge nelle persone.

Non attende ma va incontro; sa curare le ferite e riscaldare i cuori; sa piangere e accarezzare invece di rinchiudersi nelle norme.

Sogno una chiesa che sia autorevole non per la dottrina ma per la misericordia; per la quale di non negoziabile sia solo l’uomo, come per Dio lo sono solo i suoi figli. Autorevole perché si abbassa, pulisce, lava, solleva come il samaritano buono. Il mondo non ha bisogno di giudici ma di samaritani.

fra Ermes Ronchi



Guardini alla commemorazione della “rosa bianca”
In occasione delle Giornate della Memoria, i pensieri su “La bilancia dell’esistenza”

Pochissimi furono quelli che si resero conto della falsità ideologica di Hitler, perché è difficile rendersi conto “da dentro” il sistema in cui si vive e da cui si dipende. Si può fare una critica soltanto se si è in grado di chiedersi se esso valorizzi o meno l’uomo.

Perciò, dirà Guardini, occorre un punto di sguardo più alto.

I Ragazzi della Rosa Bianca ebbero questo sguardo; essi conoscevano Guardini attraverso uno del gruppo e quando si trattò di commemorarli a Monaco nel 1945 Inge, sorella dei fratelli Scholl, volle Romano Guardini perché sapeva che essi si erano ispirati alla sua visione dell’uomo e della verità;
ed egli pronunciò quella bellissima attuale riflessione:
La bilancia dell’esistenza, e che aprì chiedendosi su quale bilancia si debba pesare la vita di un uomo.
Si tratta di una bilancia a tre livelli.

Qui ne proponiamo il primo: il livello delle cose materiali.

L’uomo vive una interdipendenza con le cose.

È chiamato al rispetto e a farne un uso sapiente, in obbedienza a Dio (cf Gen 2,19 e 3,17).

Ma l’uomo ha violato le cose «ed esse piangono» perché «c’è una vendetta delle cose di cui si è abusato, una vendetta che non si lascia facilmente scorgere…perché si compie seguendo binari nascosti e attraverso movimenti impercettibili.
Ma la percepiamo nel sentimento inquietante che ci assale quando le relazioni economiche e sociali non sono in ordine, fino al momento in cui questa vendetta non si manifesta in catastrofi che nessuno può più ignorare…Le cose hanno in sé il potere di ribellarsi e insorgono contro chi si sottrae alla propria responsabilità nei confronti dello spirito
».

Le cose sono quelle che in primis incontriamo nella natura. «Delle cose non si può fare quello che si vuole – scrive ancora in Il Potereo almeno non lo si può fare in tutto il loro insieme e per un lungo periodo; si possono trattare le cose solo in modo corrispondente al loro essere, altrimenti si preparano delle catastrofi».

Questo è il primo livello della libertà, dalla spontaneità del bambino alla soddisfazione dell’artigiano, che ci dicono che libertà non è fare quello che si vuole, non è dipendere dalle cose né abusare di esse ma invece goderne creativamente».

L’economia del consumo è esattamente l’opposto, è dipendenza dalle cose e lotta per il loro dominio fino all’abuso;
fra l’uomo e le cose non c’è più la gioia dell’opera ma la macchina, «un concetto fatto di acciaio».

Giuliana Fabris

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