Il Natale accade ora e noi ne facciamo parte

Riflessioni su una poesia di David Maria Turoldo, nel centenario della sua nascita

NATALE di D.M. Turoldo

Ma quando facevo il pastore
allora ero certo del tuo Natale.
I campi bianchi di brina,
i campi rotti al gracidio dei corvi
nel mio Friuli sotto la montagna,
erano il giusto spazio alla calata
delle genti favolose.
I tronchi degli alberi parevano
creature piene di ferite;
mia madre era parente
della Vergine,
tutta in faccende
finalmente serena.
Io portavo le pecore fino al sagrato
e sapevo d’essere uomo vero
del tuo regale presepio.

Il Natale ci è stato sequestrato dal mercato. La più ghiotta occasione di business, un’enorme bolla fatta di luci, acquisti, addobbi, sprechi, stress, che torna immancabilmente a gonfiarsi ogni anno intorno al vuoto.

Di questo Natale si può essere certi, ma dell’altro, del Natale di Gesù, possiamo dire altrettanto? Del tuo Natale, scrive Turoldo, ero certo quando facevo il pastore.

Un riferimento alla sua infanzia: un paio di pecore portate a brucare lungo gli argini dei fossi da un bambino, figlio di poverissima gente. Era lì, dentro quella vita da “ultimi”, che il Natale rivelava il suo vero volto.

Anzi, meglio, che il Natale accadeva. Niente di idillico nei ricordi infantili di Turoldo. La campagna friulana, fredda, silenziosa, desolata, abitata da presenze inquietanti, suoni e forme disarmonici.
Nessuna delle sdolcinature natalizie a cui siamo abituati.

Ma questo luogo povero e aspro, senza neppure l’ombra di tutto ciò che per noi “fa Natale”, è lo spazio giusto perché gli occhi si aprano davvero allo stupore dell’incarnazione.

La realtà si trasfigura, si svelanole nervature misteriose del mondo.

Tutto è vivo e palpita. La natura, che mostra il suo cuore sofferente di creatura, e gli esseri umani, insieme diventano presepe: la madre, parente della Vergine, il figlio, uomo vero del tuo regale presepio.

Il Natale accade ora e noi ne facciamo parte.

Tutta la nostra vita ne fa parte.

Il mondo, le cose, le creature.

Questo sapere, questa certezza, afferrata oggi come al tempo della nascita di Gesù, solo dai poveri e da chi sa farsi povero, è ciò che possiamo cercare di conquistare.

Sentirci tutti donne e uomini veri del suo regale presepio.
E il Natale allora si riempirà di gioia autentica.

Marina Marcolini


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Realizzare insieme l’ottava Opera di Misericordia
In Convento saranno proposti coinvolgenti laboratori sui nuovi stili di vita

La comunità di Santa Maria propone una serie di laboratori aperti a tutti, he raccolgano la sfida per Nuovi Stili di vita; che non si limitino alla sola ecologia ambientale; che ricoprano tutti i campi del cambiamento ecologico: l’ambiente, l’economia, la società, la cultura, la vita quotidiana, la preghiera.

Lo scorso 20 novembre si è concluso ufficialmente l’Anno della Misericordia e noi desideriamo raccogliere e rilanciare la forza di cambiamento che ha fatto sorgere, non lasciarne svanire il sogno.

Lo facciamo aderendo a una intuizione di papa Francesco, in bella sintonia con i cammini della nostra Comunità di Santa Maria.

Il primo settembre, in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, Francesco ha proposto un complemento ai tradizionali elenchi delle 7 opere di misericordia spirituali e corporali: la misericordia verso la nostra casa comune.

Come opera di misericordia spirituale, essa richiede «la contemplazione riconoscente del mondo», che «ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare».

Come opera di misericordia corporale, richiede i «semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo, e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore».

La terra oggi assomiglia all’uomo bastonato sulla via da Gerusalemme a Gerico: «l’uomo ha devastato senza esitazioni pianure e valli boscose, inquinato le acque, deformato l’habitat della terra, reso irrespirabile l’aria, desertificato spazi verdeggianti, compiuto forme di industrializzazione selvaggia, umiliando la terra, nostra dimora».Per tutto questo «l’umanità ha deluso l’attesa divina » (Giovanni Paolo II).

Da qui l’urgenza, che emerge fortemente dalla Laudato sì, di una conversione ecologica collettiva che ricrei l’armonia perduta. «Il mio prossimo è tutto ciò che vive», scrive il Mahatma Gandhi.

Questo nostro tempo ci chiede con urgenza di cambiare sguardo e di farci prossimi di tutto ciò che vive, di spalancare a spazi più vasti la nostra misericordia, che permette la vera conoscenza, che «non cerca di afferrare o controllare, ma rispetta il mistero dell’altro… una conoscenza amorosa che comporta umiltà e stupore davanti al mondo» (Denis Edwards).

All’umanità è chiesto di dominare (Gen. 1,28) la natura come domina il Dominus, il Signore che di mestiere fa il vignaiolo e il pastore buono: è questa la nuova narrazione su cui possiamo costruire il mondo nuovo ed è una narrazione materna: «il dono, la cura, l’accoglienza dell’altro, nella convinzione che non esiste alcuna ricchezza al di fuori della vita stessa» (Bruna Bianchi).

I laboratori dell’ottava opera di misericordia saranno condotti, con la competenza che gli è riconosciuta a livello internazionale, da Adriano Sella, “missionario del creato” e dalla sua équipe.

Il calendario dettagliato sarà diffuso in seguito e verrà pubblicato su questo sito.


L’ala novecentesca del convento Convento servi di maria – Santa Maria del Cengio
Fu costruita nel 1914 grazie ad un lascito

Fin dal loro primo periodo di presenza a Isola, l’azione di proselitismo vocazionale dei Servi diede i suoi frutti. Numerosi furono i giovani che, intravedendo una chiamata interiore, risposero all’invito di un percorso religioso.

Tantissimi poi pronunciarono i voti. Il convento prese via via consistenza proprio identificandosi nel suo ruolo formativo, sia nell’offerta educativa sia nel numero dei ragazzi accolti.

Ogni anno il gruppo dei giovani postulanti era sempre più numeroso: non uno sparuto gruppetto, ma una numerosa schiera.

Se all’inizio il bacino di raccolta era prevalentemente paesano, via via l’orizzonte si ampliò ai paesi vicini e poi all’intero vicentino.

L’edificio del convento fu organizzato per accogliere tutti quei ragazzi: vari lavori avevano adattato i locali tanto che convento e collegino, così era chiamato per la sua organizzazione autonoma rispetto alla comunità conventuale, si spartivano i vari ambienti attorno al chiostro, quello inferiore e quello al primo piano.

Ma ormai la folta presenza metteva a dura prova l’adeguata abitabilità: era necessario un ampliamento dell’edificio. Il progetto nacque nella mente di padre Giovanni Bianchini.

Trovò concretezza nella sollecitudine di don Domenico Dal Maistro, parroco di San Tomio, che nel suo testamento destinò una notevole somma, quasi tutti i suoi risparmi, “per il convento di Isola Vicentina, in vantaggio dei giovani della Provincia Veneta”.

Dopo la morte del parroco (15.6.1911), nel 1914 l’originale volontà del benefattore poté essere realizzata. La somma del lascito fu destinata al pagamento dei lavori di costruzione della nuova ala del convento, voluta e destinata a Probandato.

I lavori si svilupparono per tutto il 1914, concludendosi alla fine dell’anno. La nuova casa dei fratini fu la terza grande iniziativa edilizia che interessò il paese in pochi anni, quasi contemporaneamente (chiesa parrocchiale, ospedale, convento).

E anche la costruzione sulla cengia fu affidata a Evaristo De Franceschi.

Il nuovo edificio fu disposto rifabbricando e ingrandendo la costruzione che in epoca imprecisata era stata costruita a uso rurale in continuazione dell’ala occidentale, dalla parte della colombara.

Mantenendo la volumetria di fondazione, il nuovo edificio fu innalzato di tre piani, presentandosi in un voluminoso parallelepipedo rigido e compatto, senza pretese estetiche.

Non fu elaborato un progetto coerente con le linee architettoniche esistenti; non furono nemmeno ricercate le connessioni di piano con la parte antica.

L’unico accenno di coesione con l’antico furono le bifore che davano luce al vano delle scale, ma, inserite a margine di quel lungo fronte, non offrivano nemmeno equilibrio architettonico.

Tuttavia all’interno il grande involucro offriva tre grandi ambienti, articolati in vari spazi tutti funzionali alla presenza conventuale dei probandi.

L’edificio accolse poi, dal 1928 al 1963, il Noviziato.

L’ampliamento dell’articolazione degli spazi d’uso, con il Probandato come epicentro dell’attività conventuale, spostò il baricentro del complesso monastico. Gli interventi per l’accessibilità esterna e per i collegamenti interni determinarono l’inversione della direttrice d’accesso.

Da sempre al convento si accedeva solo da est, dalla stradina che saliva obliquamente, in prosecuzione delle scalette, la riva prospiciente il torrente: lì una porta immetteva alla scala interna e, più avanti, un portone conduceva al cortile e all’entrata del chiostro. Ed era il chiostro che incentrava gli spazi e distribuiva le direzioni interne.

L’ampliamento novecentesco costrinse a una nuova funzionalità: l’accesso avveniva da ovest e il nuovo vano scale divenne il fulcro d’entrata e dei passaggi interni.

Opportuni lavori consolidarono il nuovo impianto: una nuova strada accompagnava sullo spiazzo del versante ovest, la demolizione della loggia e una nuova scala immetteva nel piccolo atrio antistante il chiostro e all’interno della chiesa.

La nuova costruzione fu poi ampliata, in lunghezza e con la sopraelevazione di un quarto piano, nel 1944-1945, acquisendo l’immagine esterna attuale.

Gli interni furono invece adattati alle esigenze connesse alle iniziative conventuali che via via si sono sviluppate nel tempo.

Albano Berlaffa

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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