Vangelo di Luca, 20,27-38 di domenica 6 novembre 2016

Il Vangelo non si può leggere stando in poltrona. Chiede al suo lettore di entrare dentro il racconto, di viverlo, di diventarne parte attiva.

Per immedesimarci meglio, allarghiamo allora un po’ lo sguardo alla scena dell’intero capitolo 20. Siamo a Gerusalemme, negli ultimi giorni di vita di Gesù. Tira un’aria pesante. I segnali di pericolo si moltiplicano. C’è un cerchio letale di avversari che si va stringendo sempre più intorno a lui.

Sono uomini di potere, perlopiù del potere religioso, tutti maschi naturalmente. Hanno ruoli importanti, conoscono a menadito la Scrittura e perciò sono convinti di avere Dio in tasca.  Appartengono a gruppi di potere diversi: capi dei sacerdoti, anziani, farisei, scribi, erodiani, sadducei…

Non si trovano d’accordo tra loro su questioni teologiche, ma sono invece in perfetta sintonia per quanto riguarda quel Nazareno, tutti uniti nel rifiuto di quel rabbì di periferia sbucato dal nulla che si arroga il potere d’insegnare senza averne l’autorità, senza nessuna carta in regola (Gesù non era un sacerdote, ma un laico). Lo trattano con disprezzo, lo guardano dall’alto in basso, ma non possono restare indifferenti, perché quel Nazareno dà fastidio al potere.

Perciò lo attaccano in vari modi. A un certo punto si presentano davanti a lui addirittura i capi dei sacerdoti con scribi e anziani, un impressionante schieramento di autorità (Lc 20, 1). Gli chiedono di rendere conto di ciò che fa, pensando di intimorirlo. È una sorta di processo pubblico a cielo aperto, in cui Gesù si trova netto svantaggio: il suo status sociale è infimo davanti a loro, in quanto a potere, classe, cultura… Nonostante questo, Gesù ha il coraggio di sfidarli, di provocarli. Tanto che alcuni perdono la testa e cercano, dice letteralmente il Vangelo, «di mettergli le mani addosso» (Lc 20,19).

Hanno già deciso che deve morire, ma si accorgono che Gesù ha l’appoggio popolare: fargli del male, arrestarlo significherebbe per loro perdere il consenso della gente. Allora decidono di adottare un’altra strategia: non lo affronteranno più direttamente, ma manderanno informatori per controllarlo. Delle vere e proprie spie, che si fingono brave persone «per coglierlo in fallo nel parlare e poi consegnarlo» nelle mani del governatore e farlo giustiziare.

Le spie si avvicinano a lui, ascoltano i suoi insegnamenti e gli fanno domande trabocchetto per metterlo all’angolo. Una sorta di processo fatto per le strade; dovunque Gesù si trovi è attorniato da questi figuri che cercano di prenderlo in castagna.

È una controversia dietro l’altra, tante situazioni in cui Gesù mostra un tratto della sua personalità a cui, di solito, non pensiamo molto: una finissima intelligenza. Se la cava ogni volta brillantemente, tenendo in scacco l’avversario con le sue risposte. Dribbla i loro tentativi di rinchiudere la discussione entro spazi angusti, dilata la visione, spinge il discorso verso orizzonti più vasti. E non solo: riesce a sfruttare la domanda dell’avversario come occasione per offrire insegnamenti importanti e, dunque, per continuare a prendersi cura con amore di tutti quelli che lo ascoltano (compresi spie e accusatori, per i quali avrà certamente sperato, fino all’ultimo, si aprisse una breccia di luce nel loro cuore).

Ha dunque appena sventato un attacco subdolo di alcune di queste spie, venute come scorpioni col veleno nel pungiglione, ed ecco che si presenta il gruppo di sadducei, di cui parla il vangelo di oggi. I sadducei erano un gruppo molto potente, una casta di sacerdoti aristocratici, molto ricchi. La loro strategia è mettere Gesù in ridicolo davanti al popolo che lo appoggia, gettare discredito su di lui.

Quanti si fanno beffe di Gesù nel Vangelo! Quante volte Gesù suscita il riso e il sarcasmo di qualcuno, dagli scribi e dai farisei a Erode Antipa, i capi dei sacerdoti, i soldati, la gente e il ladrone sulla croce[1]… Questo perché Gesù era un uomo del popolo, non aveva autorità religiosa, non era potente, né ricco, eppure aveva l’ardire di sentirsi figlio di Dio. Gesù sovverte le norme sociali e religiose. Si muove entro la vita ordinaria del popolino palestinese, parla con pubblicani e prostitute, con i poveri, mischia il sublime con l’umile… E per molti questo faceva ridere.

I potenti sadducei vogliono burlarsi di lui e gli si rivolgono chiamandolo “maestro”, per prenderlo in giro. Anche da questo si riconosce la grandezza dell’uomo Gesù: capisce la loro malizia ma non si risente, risponde con dolcezza (Ch. de Foucauld).

I sadducei pongono la questione della vita dopo la morte, la questione escatologica. Eschaton, nella lingua greca in cui sono scritti i Vangeli, significa discorso delle cose ultime o meglio, dell’aspetto ultimo delle cose. Siamo nella stagione in cui le foglie degli alberi assumono il loro ultimo aspetto: si colorano di giallo, di rosso o di marrone e poi, danzando nel vento, ritornano alla madre terra da cui provengono. Eschaton è appunto questa vocazione a far ritorno, vocazione comune a tutte le esistenze (L. Mazzocchi).

L’aspetto stimolante per noi di questo dialogo tra Gesù e i sadducei sta nel fatto che, sistemati nel nostro presente, assorbiti dalla routine e dagli impegni, ci resta poco spazio per pensare alla morte e a tutto ciò che il morire comporta, per quei dubbi e domande riemersi in noi in questi giorni di visita ai cimiteri, mentre spargevamo fioriture sulle tombe dei nostri cari, sperando per loro in una rinnovata primavera. Abbiamo tutti difficoltà a “vivere con la morte” e a lasciarci interpellare dal messaggio di risurrezione. In questo siamo tutti fragili.

Ma la difficile domanda sulla morte può diventare, come ricordava Turoldo nei duri giorni della sua malattia, «il pensiero più propizio e fecondo, e provocante: per la morte ho imparato a cantare alla vita, agli amori, alla bellezza delle battaglie, alla libertà dello spirito… Sono state la povertà e la morte, e la passione che da loro trae alimento».

Gesù davanti alla domanda capziosa dei sadducei dilata l’orizzonte della risurrezione finale, che non può essere impoverito nelle casistiche e nelle strettoie umane. “Allargate la vostra visione”, ci dice.

Quelli che risorgono non prendono né moglie né marito: Nella storia del cielo scompaiono i gesti di prendere e di avere, quella donna non sarà di nessuno perché nessuno sarà possesso di nessuno.

Non si sposeranno più: in quel tempo sarà inutile il matrimonio, non l’amore. Non si sposeranno ma ameranno ancora, perché amare è la pienezza di Dio e la pienezza dell’uomo.

Non si può pensare la risurrezione dentro le categorie di una trasposizione o di una pallida ripetizione. Ci sono molti cristiani come i sadducei, ai quali l’eternità appare poco interessante, forse perché percepita più come durata che come intensità, come diminuzione mentre è accrescimento di vita, come prolungamento del presente mentre è la forma della vita di Dio.

L’aldilà cristiano, l’eternità, non è la forma successiva all’esistenza terrena del nostro essere indistruttibile, ma è in primo luogo il modo di esistenza di Dio. Essere in cielo significa partecipare della vita di Dio. Per questo l’eternità non può essere sottrazione di vita, ma deve essere addizione (R. Guardini).

Saranno come angeli: Gli angeli non sono quelle creature gentili e un po’ evanescenti del nostro immaginario, i grassocci puttini svolazzanti dei quadri. Nella Bibbia gli angeli sono luce e fiamma, hanno la potenza di Dio, un dinamismo che sale, penetra, vola nell’ardore, nella luce, nella bellezza: per questo hanno le ali. E noi saremo come angeli, capaci di partecipare della loro bellezza.

Gesù, rispondendo al dilemma postogli dai sadducei, li riporta alle origini: la sorgente della vita, Dio, è il Dio dei viventi, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che sono scomparsi dalla terra però sono sempre viventi: è il Dio dell’uomo. Dobbiamo credere solo nella vita.

Gesù ci ha insegnato che la morte non distrugge ma trasforma. Tutto ciò che qui ha valore – il corpo, l’amore, la sessualità, l’affetto, l’amicizia…- troveranno modalità nuove, non circoscritte asfitticamente nei modelli terreni. L’immaginazione di Dio va ben oltre quanto a noi è dato immaginare o sognare. Disegna per i suoi figli terre e condizioni, che nemmeno in sogno ci è dato visitare (A. Casati).

Concludo con un pensiero sulla risurrezione di un grande uomo spirituale, Giovanni Vannucci, servo di Maria come i fratelli della nostra comunità di Santa Maria del Cengio: il nostro corpo un giorno lo deporremo nel seno della terra ma, se abbiamo fede nella vita, lentamente in noi si forma un altro corpo, che tutte le tradizioni chiamano “il corpo di risurrezione”. Il nostro impegno qui sulla terra è di tessere vigorosamente, generosamente, in un amore sconfinato, questo nostro corpo sottile che andrà oltre, lasciando poi alla terra il piccolo corpo che, una volta deposto, in essa farà il suo cammino: si scomporrà nei suoi elementi biochimici, entrerà a far parte di altre esistenze e di altre forme. Ma l’Io eterno che è in noi e che ci viene da Dio andrà oltre.

(Marina Marcolini)

[1] Cfr. Mt 27, 27- 30; Mt 27, 39-44; Mc 15,20; Mc 15,31; Lc 16,14; Lc 22,63; Lc 23,11; Lc 35-36.

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