C’è sempre un ma che ci salva, pur andando per valli oscure

Riflessioni su una poesia di David Maria Turoldo, nel centenario della sua nascita

MA TU SEMPRE
di D.M. Turoldo

Tu sempre m’intendi
pur se mormoro o grido:
tu l’Ineffabile
perfino Tenebra luminosa!…
Così varcherò l’ultima soglia
l’anima danzando…

Sei brevi versi per dire Dio e la relazione dell’uomo con lui, nella vita e nella morte.

Parole rarefatte. Un guscio di noce poetico, dondolante sull’oceano dei misteri più grandi.

È l’imbarcazione lieve che Turoldo ci offre per salpare in questi giorni di novembre, quando il cuore dei vivi è morso più del solito dal timore della fragilità e dalla nostalgia verso chi ha già passato l’ultima soglia.

Imbarcazione lieve ma salda, cui affidarsi sicuri.

Ma tu sempre è un titolo che da solo è già rasserenante, una scialuppa di salvataggio per i nostri giorni bui.

Il ma solleva dallo sconforto, contesta la disperazione.

Per chi crede, c’è sempre un ma che lo salva, pur andando per valli oscure.

A ogni male, a ogni paura, a ogni lacerazione, chi crede può opporre un ma, che costruisce un’altra storia, apre pertugi, indica vie di luce.

Un ma che mi traghetta a un Tu. E scopro che io non sono un io ma un io-Tu.

Io sono perché Tu sei in me, e lo sei sempre.

Io vivo perché Tu vivi in me, e vivi in me sempre. Io amo perché Tu ami in me, e Tu ami sempre.

Tra la mia bocca e il Tuo orecchio non c’è un tragitto in cui le mie parole possano perdersi.

Che sia grido o mormorio, Tu sempre m’intendi.

E mi coglie stupore: perché Tu, che sei l’ineffabile, l’indicibile e incomprensibile, Tu, che oltrepassi i miei concetti, e io non sono capace di pensarti, Tu sei anche l’unico che mi capisce sempre.

La mia fragilità mi fa paura: gli uomini sono «coloro che nella polvere hanno il loro fondamento », basta che la terra d’improvviso si scuota, un colpo di tosse della crosta terrestre, perché «come tarlo siano schiacciati, annientati fra il mattino e la sera…» (Gb 4,19-20).

Ma la nostra vita poggia su fondamenta più profonde. S’appoggia su un Tu, pronome che in questo testo è ripetuto tre volte, tre tu come tre colonne portanti.

Il volto di un Amico.

Il volto di un amico è luce.

Dono inestimabile è avere al fianco uno che ti legga nel cuore, uno che vegli sulla tua angoscia… pronto a portarla con te.

Qualcuno capace di trasformare anche il passaggio dell’ultima soglia in bellezza, in un passo di danza…

Marina Marcolini


“Perchè pregare?”. è come chiedere “Perchè respirare?”
La preghiera è come un canale aperto in cui scorre l’ossigeno dell’infinito

Gesù stesso l’ha detto: quando pregate non moltiplicate parole.

Vale più un istante nell’intimità che mille salmi nella lontananza (Evagrio il Pontico).

Perché pregare è come voler bene.

Infatti c’è sempre tempo per voler bene: se ami qualcuno, lo ami sempre.

Così è con Dio: “il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace.

Se tu desideri sempre, tu preghi sempre” (S. Agostino). Il vangelo di Luca (18, 1-8) ci porta a scuola di preghiera da una vedova, una bella figura di donna, forte e dignitosa, che non si arrende, fragile e indomita al tempo stesso.

Ha subito ingiustizia e non abbassa la testa.

C’era un giudice corrotto.

E una vedova si recava ogni giorno da lui e gli chiedeva: fammi giustizia contro il mio avversario! Gesù lungo tutto il vangelo ha una predilezione particolare per le donne sole, perché rappresentano l’intera categoria biblica dei senza difesa, vedove orfani forestieri, i difesi da Dio.

Una donna che non si lascia schiacciare ci rivela che la preghiera è un ‘no’ gridato al ‘così vanno le cose’, è come il primo vagito di una storia nuova che nasce. Perché pregare?

È come chiedere: perché respirare? Per vivere.

La preghiera è il respiro della fede.

Come un canale aperto in cui scorre l’ossigeno dell’infinito, un riattaccare continuamente la terra al cielo.

Come per due che si amano, il respiro del loro amore. Forse tutti ci siamo qualche volta stancati di pregare.

Le preghiere si alzavano in volo dal cuore come colombe dall’arca del diluvio, ma nessuna tornava indietro a portare una risposta.

E mi sono chiesto, e mi hanno chiesto, tante volte: ma Dio esaudisce le nostre preghiere, si o no?

La risposta di un grande credente, il martire Bonhoeffer è questa: “Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse”.

E il vangelo ne è pieno: non vi lascerò orfani, sarò con voi, tutti i giorni, fino alla fine del tempo.

Non si prega per cambiare la volontà di Dio, ma il cuore dell’uomo.

Non si prega per ottenere, ma per essere trasformati.

Contemplando il Signore veniamo trasformati in quella stessa immagine (cfr 2 Corinzi 3,18). Contemplare, trasforma.

Uno diventa ciò che contempla con gli occhi del cuore. Uno diventa ciò che prega.

Uno diventa ciò che ama.

Infatti, dicono i maestri dello spirito “Dio non può dare nulla di meno di se stesso, ma dandoci se stesso ci dà tutto” (S. Caterina da Siena). Ottenere Dio da Dio, questo è il primo miracolo della preghiera.

E sentire il suo respiro intrecciato per sempre con il mio respiro.

Ermes Ronchi


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Letture e musica: Marcovaldo, ovvero le stagioni in città
Sabato 19 novembre un evento per la raccolta di fondi destinati al Burkina Faso

Sabato 19 novembre 2016, alle ore 20.30, nel convento di Santa Maria del Cengio di Isola Vicentina si terrà l’evento dal titolo “Marcovaldo – Ovvero Le stagioni in città”.

Verranno proposte delle letture di racconti tratti dal libro di Calvino, accompagnati e commentati da brani musicali eseguiti durante la serata dal maestro Ian Mistrorigo.

La serata ha lo scopo di raccogliere fondi per l’acquisto di materiale agricolo mobile per il centro di formazione degli animatori rurali della diocesi di Gaoua/Burkina Faso.

Una bella occasione per vivere una serata di cultura e per fare del bene.


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Le sette stazioni della Via Matris Convento servi di maria – Santa Maria del Cengio
La scelta inconsueta del legno e i quadri a mosaico

Già nell’ideazione progettuale l’itinerario della Via Matris, disposto lungo la salita alla cengia, si articolò in differenti elementi strutturali inserendosi in modo adeguato nel contesto morfologico del luogo: la rocciosa pendice ascendente e il rapido zigzagare del percorso.

L’itinerario si doveva snodare, oltrepassato il piccolo ponte sull’acqua della Valtessara, lungo tutto il cammino delle scalette, dall’iniziale cappella della prima stazione, proseguire con le cinque nicchie delle stazioni intermedie incastonate nella roccia e concludersi in alto nell’ultima edicola che con giusto significato doveva essere murata nell’alzato della chiesa.

Le immagini dei sette dolori dovevano essere fuse in bronzo, il materiale artistico scultoreo più in voga in quel periodo. Ma il virile bronzo fu accantonato preferendogli il flessuoso modellato del legno e l’emozionale riflesso del mosaico.

La scelta inconsueta del legno e del mosaico fu coraggiosa e segnò la preferenza per una religiosità dell’anima.

Alla prima svolta della salita la piccola cappella, disegnata su riferimenti romanico-gotici, era modernizzata dal rosso mattone, intonandosi al cotto quattrocentesco del campanile e alla struttura (stonata) del nuovo coro innalzata sui danni dell’incendio del 1931.

La maggiore attenzione all’iniziale struttura era dettata dalla coincidenza tra la titolazione della chiesa e la prima stazione della Via Matris, in cui si fa memoria della rivelazione di Simeone a Maria. In una teca interna fu ospitato il gruppo statuario ligneo raffigurante la presentazione di Gesù al tempio.

La scultura fissa il momento dell’offerta del Figlio: Maria inginocchiata protende alla mensa il neonato accolto dalle parole profetiche di Simeone, mentre Giuseppe assiste con espressione assorta. L’intagliatore tradusse a tutto tondo l’immagine del gruppo centrale cesellato a bassorilievo nel paliotto dell’altare maggiore.

Seppure lavorasse in scala maggiore, il suo risultato fu una composizione di maniera, narrativa ma poco articolata.

Le mani del profeta parlano, pietrificando il viso di Maria.
Gli occhi sbarrati e le labbra tirate della giovane esprimono un trasalimento improvviso e un’acuta sofferenza trattenuta.

Dietro di lei il volto triste e mesto di Giuseppe sottolinea l’atmosfera dolente.

Le cinque stazioni intermedie sono intagliate nella viva roccia, inquadrate da un arco gotico dall’ogiva sagomata in mattoni.

La settima stazione è inserita in un’edicola neogotica che richiama i profili della cappella iniziale.

In ogni capitello, inserito in una cornice gotica trilobata, spicca un quadro in mosaico.

Seppur di piccole dimensione (0.43 x 0.32), ognuna delle opere riesce a catturare l’attenzione e suggerire un’emozione narrativa. I mosaicisti veneziani si rivelarono abili nella composizione armonica dell’insieme, nella perfezione del disegno e nella bellezza delle cromie.

Ogni episodio rappresentato viene sintetizzato nell’azione di tre o quattro figure, in relazione tra loro e poste in primo piano.

L’avanzamento del soggetto principale, lo sfondo indefinito e l’artificio dello sforamento del quadro visivo da parte del protagonista della scena sembrano proiettare le figure verso l’esterno, ingrandendole all’occhio dello spettatore e permettendo un’immedesimazione emotiva.

Notevole bravura viene rilevata nella resa realistica dei dettagli ottenuti con millimetriche tessere musive.

La drammaticità di ogni scena è contrappuntata dalle tenui campiture dello sfondo, modellate con leggeri trapassi cromatici ma rese vibranti da striature di straziante lirismo.

I sei quadretti musivi della Via Matris, con la loro elevata qualità artistica, rappresentano uno degli ultimi investimenti delle fatiche e dei soldi degli isolani per testimoniare con un’opera d’arte una condivisa cultura.

Proprio per questo la terza stazione, muta ormai da vent’anni, là alla seconda svolta delle scalette, attende l’auspicato restauro del mosaico.

Albano Berlaffa

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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