Il miracolo delle lacrime

 

7 ottobre 1513.
In uno degli episodi delle guerre italiane, combattute tra il 1509 e il 1516, nella spianata tra Motta e Costabissara, tra il torrente Orolo e le colline, le truppe veneziane guidate da Bartolomeo d’Alviano e le milizie dei collegati tedeschi e spagnoli capitanate da Ramon de Cardona si scontrarono in combattimento.

Lo scontro sul campo di battaglia si concluse con una drammatica e sanguinosa sconfitta dell’esercito veneziano.

Circa quattromilacinquecento soldati della Serenissima Repubblica furono uccisi sul campo o mentre fuggivano verso la città.
Un gruppo di fuggiaschi trovò scampo sulle colline.

Percorrendo sentieri defilati tra i monti, gli armati s’indirizzarono a Isola. Lì, sulla cengia, bussarono al convento, chiedendo rifugio e salvezza. Erano certi che il luogo religioso e, ancor più, il sicuro lealismo veneziano dei frati fossero un approdo sicuro.

Ma furono inseguiti e scoperti. Gli armigeri vittoriosi prolungarono a Isola la drammaticità del campo di battaglia: i fuggitivi furono uccisi senza pietà e, per rappresaglia, il convento fu saccheggiato e incendiato.
La brutalità sulla cengia non fu un episodio conclusivo.

Gli occupanti spagnoli stabilirono sul paese uno stringente controllo militare e imposero pesanti penalità fiscali. Iniziò un periodo di paura, ansia e terrore.

Un tentativo di ribellione agli ordini imperiali fu tacitato con una spedizione punitiva e con il saccheggio delle case del paese.

L’intera popolazione, condizionata dalla continua minaccia del sangue e del fuoco, fu sottoposta a oppressioni e imposizioni.
In quell’esperienza del limite la gente di Isola si rivolse alla Madonna, stabilendo una relazione intensa, un affidamento assoluto.

Il volto pensoso e triste, il dolore trattenuto, l’atteggiamento filiale che caratterizzava l’immagine della Madre divenne specchio dell’anima del paese e dell’affanno personale di ognuno. In quella reciproca attinenza spirituale avvenne il ‘miracolo’: la statua “come mossa a compassione di fronte a tante avversità e sventure, da tutta la gente è stata vista versare moltissime lacrime e, quel che più importa, viene raccontato abbia chiuso i suoi pietosissimi occhi, come se inorridisse di tali azioni crudeli”.
Lacrime di pietà. L’animazione dell’immagine sacra – distoglimento dello sguardo e lacrimazione – rispecchiò le sofferenze e le paure della popolazione che esprimeva il bisogno di protezione e di sicurezza: gli sguardi che imploravano l’intercessione divina riconobbero la risposta di compassione della Madre. Quelle lacrime definirono una relazione privilegiata tra Maria e i suoi figli, un rapporto esclusivo tra la Vergine e le donne e gli uomini di Isola, fiduciosi in lei.

Sull’altare della cengia l’immagine divenne per sempre la Madonna degli isolani.
La successiva rielaborazione delle emozioni e la narrazione dell’evento sintetizzarono i fatti, trasposero frammenti di realtà in mito, convertendoli in essenza spirituale. La leggenda che ne scaturì non intendeva riportare una cronaca, ma annunciare un fatto inconsueto e accomunare tutti in un sentimento.

Come Maria si era sintonizzata con le vicende esistenziali della vita , così i devoti aderirono a quel messaggio di relazione.
Da allora ogni pellegrino che sale sulla cengia, che con fiducia rivolge gli occhi supplichevoli alla Madre, è certo di essere guardato dalla stessa Madre con compassione.

Quello sguardo divino espresso con gli occhi del cuore crea una relazione, strappa dalla solitudine e dall’affanno, permette conforto e consolazione, fa riemergere la speranza.

 

testi di Albano Berlaffa