La chiesa è un ponte di luce tra cielo e terra.
Le pietre ben ordinate e scolpite sono riunite per formare il cristallo di un universo ordinato, dove l’uomo e il creato si integrano al Creatore.
Dio è il primo architetto: -Egli vide che tutto era bello, buono, utile. (cfr. Gen 1,25).
La chiesa ha un preciso orientamento: è volta verso l’aurora, verso il sorgere della luce che la liturgia di lode saluta ogni giorno, nei brividi dell’alba: «Lux intrat, albescit polus: Christus venit,, (Entra la luce, s’illumina il cielo: Cristo viene).
L’abside è come una coppa bianca di silenzio: è ricordo del volto morto di Cristo e della preghiera di ogni credente che sale purificata dalle lacrime.
La navata centrale è simbolo della croce, del Figlio dell’uomo crocifisso sul Golgota, una croce silenziosa che con i suoi bracci distesi esprime un amore grande come il mondo non aveva mai conosciuto. infine le volte della chiesa, terse e chiare, rievocano il cammino della vita e il canto di risurrezione e il cerchio dei tempo: linea perfetta, infinita, simbolo dell’eternità e di quel cielo di cui ognuno ha nostalgia. La chiesa è il luogo della preghiera comune e privata, è abbellita da atti di devozione individuali e collettivi.
L’affetto e la fiducia si sono concretizzati in segni visibili come un libro aperto; la liturgia canta Maria e i Santi soprattutto per la festa, che diviene il tempo per ornarsi, spogliarsi delle vesti consuete per indossare quelle della devozione cordiale.
Nella chiesa di S. Maria questo desiderio era sintetizzato dalla scritta, forse settecentesca, contenuta in un medaglione ovoidale sopra l’altare centrale, oggi ricoperta:
D.O.M. SIC AFFECTUS CORDIS DEMONSTRATUR IN MATREM CUI SEMPER DEBETUR (A Dio Ottimo Massimo: così sempre si manifesta il doveroso affetto del cuore, nei confronti della Madre).
La statua della Madonna
Collocata sopra l’altare maggiore, nella parete di fondo dell’abside, la statua della,-Madonna con Bambino- costituisce l’opera più preziosa della chiesa e richiama, iconograficamente, l’antica devozione mariana del luogo e il titolo del santuario. Da un blocco unico di pietra calcarea, intorno al 1490, lo scultore Girolamo da Vicenza, cui viene attribuita, ha ricavato un’opera originale e inconsueta per i modelli veneti del Quattrocento, che in quel tempo raffiguravano prevalentemente Madonne in trono.
L’autore (pressoché sconosciuto alla letteratura artistica se non per una simile statua della Madonna, a Fratta di Carrè, firmata Opus Hieronimi Vice) si rifà presumibilmente a modelli pittorici montagneschi per l’impronta plastica, le forme squadrate e la decorazione núnuziosa delle superfici.
Tuttavia è anche evidente l’influsso della nuova concezione statuaria mariana di area tedesca e boema, fatta di silhouette ondeggianti, cadenze armoniose dei panneggi, espressioni e gesti dolci,tipici delle “Belle Madonne. nordiche”:
“Madonna con bambino”. Girolamo da Vicenza 1490?
La scultura ritrae a grandezza naturale la Vergine, giovane madre, in atteggiamento assorto e ieratico, che sostiene il figlio adagiato sul suo braccio destro.
La trascrizione fedele dei tratti dei viso ci comunica una bellezza ideale e reale allo stesso tempo: l’ovale perfetto,di una grazia quasi immateriale, è reso più umano dall’inclinazione della testa e dall’assimetria del velo da cui spunta una ciocca di capelli. L’ottima fattura si nota soprattutto nei dettagli descrittivi, modellati con attenzione fin nei particolari, come il .panneggio ampio e avvolgente. e la mano elegante che lo trattiene.
Riportata al primitivo splendore dal restauro del 1993, l’opera mostra una vasta gamma di colori di forte intensità cromatica: da quelli delicati degli incarnati, a quelli preziosi del manto blu tempestato di motivi dorati, alla veste rossa impreziosita da fiori quadripetali.
L’altare maggiore
L’altare maggiore della chiesa, ora al centro del presbiterio ma un tempo addossato alla parete di fondo dell’abside, è costruito in marmo bianco locale e rappresenta un ottimo esempio di manufatto barocco veneto.
Questo è articolato su due colonne corinzie che sorreggono motivi ornamentali e simbolici, fra cui molti angeli che guardano verso la nicchia della Madonna. E’ attribuito alla mano dello scultore bassanese allievo di Giusto Le Court, Orazio Marinali, che si era formato alla scuola del padre Francesco come intarsatore del legno e con la sua copiosa produzione aveva già dato prova di grande perizia tecnica e compositiva.
. particolare del paliotto dell’altare maggiore ,opera della bottega di Orazio MarinaliNel paliotto domina la scena della presentazione di Gesù al Tempio, un bassorilievo sapientemente cesellato, un tempo denorninato “S. Maria Ceriola de Cingulo”, cioè la Madonna della Candelora, che si celebra il due febbraio, giorno in cui la Chiesa ricorda appunto l’episodio di Maria che, in obbedienza alla legge mosaica, si reca al Tempio quaranta giorni dopo la nascita di Gesù per compiere il rito della purificazione (Lc 2,21-40). In questo bassorilievo il Marinali ha saputo coniugare un’ottima capacità narrativa con un’altrettanto felice versatilità descrittiva, dando vita a un racconto di grande pregio. in un ovale, su uno sfondo scenografico di architetture rinascimentali, si vede una scena movimentata, animata da dodici personaggi. La descrizione dell’evento è ricca di dettagli e particolari, disegnati con precisione sorprendente in un piccolo spazio, come le scene quotidiane sulla destra, cesellate con oggettività e concretezza. Nel mezzo sta il Bambino, di proporzioni eccessive, quasi a indicare la centralità della sua persona rispetto al coro degli astanti, armonicamente tesi verso il fulcro divino. Tutti i personaggi sono tratteggiati con sapiente realismo: i volti, le vesti, gli sguardi sono ben caratterizzati e riescono quindi a comunicare il senso della individuale partecipazione a un avvenimento corale.
Sulle pareti dell’abside, in due nicchie, sono poste le statue a grandezza naturale, scolpite in pietra grigia tenera, dei santi Gioachino e Anna, genitori di Maria. A destra Gioachino mostra un volto segnato e fortemente espressivo, a sinistra Anna, con un libro in mano, è in atteggiamento severo ma tranquillo. Le statue hanno gesti autonomi, i corpi conservano una posa rigida e plastica, mentre i visi risultano molto particolari, scavati nell’espressione e nei dettagli descrittivi. Entrambe le sculture, databili tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, sono attribuite dalla tradizione storica e artistica a Orazio Marinali, attivo nella bottega bassanese assieme ai fratelli, ma più di loro abile nella tecnica statuaria, nonché in quella del bassorilievo. Anche se la mano dei Marinali non è concordemente data per certa, indiscussi sono il gusto veneto per le movimentate cadenze ritmiche e il vivace pittoricismo, evidenti, per esempio, nei volti, testimonianza di notevole padronanza tecnico-artistica.
Gli affreschi
Nella prima cappella a destra, un tempo forse sede dell’altare di S. Brigida, vi sono i resti di una decorazione quattrocentesca raffigurante S. Sebastiano e S. Bernardino, come conferma la scritta gotica alla base che li nomina. A destra, S. Sebastiano doveva essere presentato, come vuole la tradizione, nudo e con le frecce del martirio, se si sta alle descrizioni di un cronista che nel 1939 poteva ancora ammirare l’affresco intatto: doveva essere, questa, una figura dipinta con potenza e forza, ma l’attuale stato di conservazione non ne consente una lettura integrale.
particolare dell’affresco.
Si può invece ancora notare l’inquádratura della figura per mezzo di due colonne tortili e una cornice trilóba, che ripete quella a sinistra e ricorda le finestre presenti nel vicino chiostro.
A sinistra, S. Bernardino, frate francescano dell’Osservanza, appare esce, in atteggiamento da grande predicatore col dito alzato, col viso dalle gote affossate e con mento e naso appuntiti.
Il movimento è dato solo dalla posizione dei piedi e dalla torsione del busto dei santo.
I modi della pittura sono quelli tipici del Quattrocento e possiedono una grande forza comunicativa, oltre che una notevole abilità tecnica per le soluzioni figurative e prospettiche. I colori hanno una dominanza rosata, ma si svolgono in un’infinita gamma di sfumature dai toni tenui e delicati.
A metà circa della parete di destra della chiesa, vi sono pezzi non visibili di pitture rinvenute nel marzo 1976, oggi però ricoperti dalla tinteggiatura. Sopra è appeso un affresco staccato, residuo di un cielo trecentesco che ornava il chiostro superiore, rinvenuto nel 1920 durante lavori di restauro. Il resto pittorico, di autore ignoto, rappresenta a mezzo busto la Madonna, con il profeta Isaia a sinistra e l’evangelista Giovanni a destra. La Vergine è ritratta in posa frontale, con lo sguardo fisso e i tratti del viso marcati; ha in braccio il Bimbo, proteso in un movimento di torsione verso il giglio che l’evangelista tiene in mano. 1 personaggi ai lati sono metafora dell’Antico e del Nuovo Testamento e mostrano una certa arcaicità delle forme, soprattutto dei corpi, mentre le teste hanno un più moderno senso della volumetria. Tutte e tre le figure sono dipinte su uno sfondo verde uniforme, hanno sagome piatte e rigide, quasi di bizantina memoria, contorni ben segnati, colori uniformi e di stesura compatta, priva di sfumature.
I dipinti
Sul lato sinistro della navata si possono ammirare due altari che, dal punto di vista architettonico, sono molto simili e risultano essere buoni esempi di arte barocca. La fattura è piuttosto fine, in marmo policromo, con colonne di colore rosso e intarsi nella cornice e nella base. Il primo altare a sinistra è dedicato all’Angelo Custode e fu costruito, come indica la data sul timpano, nel 1694. La tela che qui trova collocazione è datata 1728 e firmata da Cristoforo Menarola come si legge in basso: CHRISTOFORO MENAROLLA / PITOR 1728.
L’autore, che era solito autografare tutte le sue opere, lo faceva usando dei suo nome diciture diverse, che tuttavia hanno permesso una ricostruzione abbastanza precisa della sua produzione.
La tela isolana rappresenta in alto la Vergine col figlio e S. Antonio da Padova, in basso un Angelo Custode con un bambino per mano e S. Rocco. Lo sfondo è cupo, il panorama poco curato, mentre le figure sono solide nei contorni e delineate con chiarezza in una composizione sicura.
Ne risulta un insieme semplice ed elementare, che si rifà a un’iconografia oleografica e devozionale: ad esempio S. Rocco è presentato come pellegrino e mostra le piaghe, allusione evidente alla sua funzione apotropaica, cioè di difesa dalle malattie epidemiche, ed è accompagnato dal suo cane che, come vuole la tradizione, gli porta ogni giorno un pane in bocca anziché mangiarselo. Le figure sono rese con robustezza anatomica e solidità nei contorni e nell’insierne danno vita a un certo dinanismo compositivo, suggerito da gesti, movenze e sguardi. Dove l’arte di Menarola scade decisamente è nell’uso del colore, che risulta opaco, privo di luminosità, cupo e greve. Manca un qualsiasi espediente tecnico che, dall’esterno o dall’intemo, catturi la luce, dia vita ai bianchi opachi o faccia brillare i pochi colori chiari. il secondo altare a sinistra (1682) contiene una pala raffigurante S. Carlo Borromeo e S. Gaetano Thiene, eseguita nel 1684 dal vicentino Pietro Bartolomeo Cittadella (firma BART. CITTADELLA 1684), pittore attivo in Veneto nella seconda metà del Seicento, scolaro e collaboratore di Carpioni, ma non estraneo a sollecitazioni del naturalismo risentito della corrente “tenebrosa”.
Sia l’altare che il paliotto furono commissionati – come si legge sul blasone – dai coniugi Cerchiari-Bissari, in segno di devozione verso i santi protettoti, S. Gaetano a destra e S. Carlo a sinistra, che sono accostati per volere dei committenti, non avendo in realtà vicende in comune.
Anche la loro rappresentazione è piuttosto diversa: il primo è colto in atteggiamento di preghiera, con volto sereno e radioso, il secondo in vesti cardinalizie e con espressione estatica.
A terra si scorgono alcuni simboli, il giglio e il libro; in alto spicca un arazzo con l’effigie di Cristo, sostenuto da alcuni putti. La struttura compositiva appare sobria, definita da un disegno netto e preciso, ma privo di originalità; le figure sono foggiate in modo grossolano, e appesantite da particolari sproporzionati e sgraziati; i colori forti hanno un peculiare timbro tendente al bruno e al rossastro.
Altri elementí artístici
Sul lato destro della navata, in faccia alla porta laterale, in una conca con volta a crociera, s’innalza il recente altare dell’Addolorata, che ha sostituito un preesistente pulpito ligneo.
Esso si trova addossato alla parete di fondo, con il piano sostenuto da due esili colonnine, che lasciano intravvedere la decorazione a greca dorata; il tabernacolo e l’alzatina sono in marmo bianco.
L’insieme è sobrio e pulito nelle forme, gradevolmente proporzionato e semplice.
Nella nicchia la statua della Vergine Addolorata, particolarmente cara ai Servi di Maria che, tra le pratiche devozionali, danno risalto alla Corona dell’ Addolorata (o dei Sette dolori) e ne celebrano la festa il 15 settembre.
Non a caso anche il mosaico lungo la salita dalla Giara alla chiesa rappresenta un’artistica -Via Matris-.
Tra le opere recenti ricordiamo inoltre il dipinto che si trova sulla parete destra della navata, dopo l’altare dell’Addolorata, inserito in una monofora quattrocentesca.
Rappresenta la figura di S. Pellegrino Laziosi (1265-1345), taumaturgo e protettore dei malati di cancro, ed è opera recente del pittore vicentino Piero Dani.
L’unico e principale accesso alla chiesa era un tempo quello da settentrione, dato che la primitiva costruzione era orientata diversamente rispetto all’attuale.
Il portale che ancor oggi possiamo ammirare sul lato nord ne è testimonianza e rappresenta un pregevole manufatto in pietra bianca tenera. La struttura è semplice, formata da un architrave che congiunge due montanti ornati da formelle fioreali e iconografiche. Vi si riconoscono Giovanni Battista e il Cristo con il vessillo della croce; al centro, in un tondino, una mano benedicente con tre dita richiama il mistero trinitario.
Santa Maria del Cengio ad Isola Vicentina- STORIA,ARTE,FEDE- p. Giorgio M. Vasina, settembre,1996



