E mentre i credenti di ogni fede si rivolgono a Dio e lo chiamano nel tempo della
loro sofferenza, i cristiani vanno a Dio nel tempo della Sua sofferenza. 

Gesù entra nella morte e la attraversa. E a Pasqua ci prende dentro il
vortice del suo risorgere.

Domenica delle Palme

Anno C

In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”». Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. […] 

Commento di fra Ermes

Inizia con la Domenica delle Palme la settimana suprema della storia e della fede. In
quei giorni che diciamo “santi” è nato il cristianesimo, è nato dallo scandalo e dalla
follia della croce. Lì si concentra e da lì emana tutto ciò che riguarda la fede dei
cristiani.
Per questo improvvisamente, dalle Palme a Pasqua, il tempo profondo, quello del
respiro dell’anima, cambia ritmo: la liturgia rallenta, prende un altro passo, moltiplica
i momenti nei quali accompagnare con calma, quasi ora per ora, gli ultimi giorni di
vita di Gesù: dall’entrata in Gerusalemme, alla corsa di Maddalena al mattino di
pasqua, quando anche la pietra del sepolcro si veste di angeli e di luce.
Sono i giorni supremi, i giorni del nostro destino.
E mentre i credenti di ogni fede si rivolgono a Dio e lo chiamano nel tempo della
loro sofferenza, i cristiani vanno a Dio nel tempo della sua sofferenza.
“L’essenza del cristianesimo è la contemplazione del volto del Dio crocifisso”
(Carlo Maria Martini). Contemplare come le donne al Calvario, occhi lucenti di
amore e di lacrime; stare accanto alle infinite croci del mondo dove Cristo è ancora
crocifisso nei suoi fratelli, nella sua carne innumerevole, dolente e santa. Come sul
Calvario “Dio non salva dalla sofferenza, ma nella sofferenza; non protegge dalla
morte, ma nella morte. Non libera dalla croce ma nella croce” (Bonhoeffer).
La lettura del vangelo della Passione è di una bellezza che mi stordisce: un Dio che
mi ha lavato i piedi e non gli è bastato, che ha dato il suo corpo da mangiare e non gli
è bastato; lo vedo pendere nudo e disonorato, e devo distogliere lo sguardo.
Poi giro ancora la testa, torno a guardare la croce, e vedo uno a braccia spalancate che
mi grida: ti amo. Proprio a me? Sanguina e grida, o forse lo sussurra, per non essere
invadente: ti amo.
Perché Cristo è morto in croce? Non è stato Dio il mandante di quell’omicidio. Non è
stato lui che ha permesso o preteso che fosse sacrificato l’innocente al posto dei
colpevoli. Placare la giustizia col sangue? Non è da Dio. Quante volte ha gridato nei
profeti: “Io non bevo il sangue degli agnelli, io non mangio la carne dei tori”, “amore
io voglio e non sacrificio”.
La giustizia di Dio non è dare a ciascuno il suo, ma dare a ciascuno se stesso, la sua
vita. Ecco allora che Incarnazione e Passione si abbracciano, la stessa logica prosegue
fino all’estremo. Gesù entra nella morte, come è entrato nella carne, perché nella
morte entra ogni carne: per amore, per essere con noi e come noi. E la attraversa,
raccogliendoci tutti dalle lontananze più perdute, e a Pasqua ci prende dentro il
vortice del suo risorgere, ci trascina con sé in alto, nella potenza della
risurrezione.

(Letture: Isaia 50,4-7; Salmo 21; Filippesi 2,6-11; Luca 22,14-23,56).

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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