Eccolo il maestro vero, che non condanna e neppure assolve, ma libera il futuro, cambia non il passato ma l’avvenire.

E si rivolge alla luce profonda di quella creatura. Le dice: «Donna, tu sei capace di amare, tu puoi amare bene, amare molto. Questo tu farai…».

Giovanni 8, 1-11

In quel tempo (…) gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». (…)

Omelia di fra Ermes

Una trappola ben congegnata: ‘che si schieri, il maestro, o contro Dio o contro l’uomo’. Gli condussero una donna… e la posero in mezzo. Donna senza nome, che per scribi e farisei non è una persona, è il suo peccato; anzi è una cosa, che si prende, si porta, si mette di qua o di là, dove a loro va bene. Si può anche mettere a morte.

Mosè ordina di uccidere quelle così. E tu, cosa dici?

Poteri che sanno di morte. Funzionari di una religione che può rendere assassini, adepti di un dio micidiale che rende omicidi i suoi fedeli.

E mettere Dio contro l’uomo è il peggio che una fede, una religione possano fare.

Il brano dell’adultera è così scandaloso, così conflittuale, che per secoli quasi nessuna comunità cristiana l’ha voluto.

Non fu facile accettare questo testo. La dice lunga la sua storia.

La maggior parte degli antichi testimoni – vale a dire i manoscritti, le versioni antiche e i Padri – lo hanno ignorato, non l’hanno accolto.

Solo dalla fine del IV secolo, sotto la pressione di Ambrogio e Agostino, raggiunge una buona diffusione. Ma bisogna attendere il Concilio di Trento perché ottenga piena canonicità.

Ciò che scandalizzava era la misericordia di Dio. Quasi che le parole di Gesù “Nemmeno io ti condanno….” offrissero una legittimazione, un permesso a peccare.

Si può uccidere in nome di Dio? Tu cosa dici?

Il maestro si china e scrive col dito sulle pietre impolverate del cortile. Gesù evita perfino di guardarci in faccia quando ci lasciamo prendere dai nostri furori di accusare e di farci giustizia; evita perfino di incrociare il nostro sguardo, quando questo ha come obiettivo la morte. Forse presagisce che questo sarà fatto anche a lui, quando anche lui sarà preso, condotto, trascinato, spogliato: una volta intaccata l’inviolabilità di uno pur colpevole, si apre la strada per calpestare anche l’innocente.

Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei. Gesù non rinnega la legge, chiede solo che chi si erge a difensore della legge per condannare gli altri, sia il primo a praticarla. Che siano credibili!

Se ne andarono tutti, cominciando dai più vecchi. Tutti: per dire che nessuno ha il diritto di condannare. Una sola categoria di persone non sopporta il Signore, gli accusatori. Devono andarsene.

Gesù rimane solo con la donna. Si alza, prima con gli accusatori se ne stava seduto. Un gesto bellissimo: si alza davanti all’adultera, come ci si alza davanti alla persona attesa e importante; si alza, dal selciato di pietra alla donna, dalla polvere agli occhi di lei. Cosa hai visto Signore in quegli occhi? La paura di morire, la vergogna, il baratro nero della morte, un brivido di speranza?  E si alza in piedi, con tutto il rispetto dovuto ad un principe, per esserle più vicino. Poche scene del vangelo ispirano tanta fiducia e tanta consolazione come questa: Gesù si alza, si avvicina, ed è così che nella peccatrice comincia a rinascere la donna. Si alza per scrivere non più nella polvere ma nel cuore di lei.

E le parla. Nessuno le aveva parlato prima. E la chiama donna. Con il nome che ha usato a Cana, che userà sul calvario per sua madre. Non è più la peccatrice, non è più l’adultera, la trascinata. E’ donna. Che non coincide con il suo peccato, che non è il suo errore.

Dove sono? Quelli che sanno solo lapidare e seppellire di pietre, dove sono? Non qui devono stare. Quelli che sanno solo vedere peccati intorno a sé, e non dentro di sé, dove sono? Non qui. Gesù vuole che scompaiano gli accusatori; come sono scomparsi dalla sua vista, così devono scomparire dal cerchio dei suoi amici, dai cortili dei templi, dalle navate delle chiese.

Neppure io ti condanno. Gesù non giustifica l’adulterio, non banalizza la colpa, ma fa ripartire la vita, riapre il futuro. Il cuore del racconto non è il peccato da condannare o da perdonare, ma un Dio più grande del nostro cuore, la cui prima legge è che l’uomo viva. Misericordia è tutto ciò che serve alla vita dell’uomo. E il perdono ripartorisce quella donna.

Neanch’io ti condanno!  Gesù non vede una peccatrice, vede una donna che vuole vivere, capace di amare molto e per questo molto le è perdonato. Lei non appartiene più al suo passato, ma al suo futuro, ai semi che verranno seminati, alle persone che verranno amate, ai progetti da realizzare. Il perdono non libera il passato, libera il futuro.

Va’ e d’ora in poi non peccare più. Risuonano le 6 parole che nel vangelo bastano a cambiare una vita. Qualunque cosa quella donna abbia fatto, non rimane più nulla, cancellato, annullato. Il paradiso non è pieno di santi, ma di peccatori perdonati, di gente come noi.

Il Signore sa sorprendere ancora una volta il nostro cuore fariseo: non chiede alla donna di confessare il peccato, non le chiede di espiarlo, non le domanda neppure se è pentita. È una figlia a rischio della vita, e tanto basta a Colui che è venuto a ogni vita .

E la salvezza è sciogliere le vele (io la vela, Dio il vento):

infatti non le domanda da dove viene, ma dove è diretta;

non le chiede che cosa ha fatto, ma cosa farà.

E si rivolge alla luce profonda di quella creatura, vi intinge la penna come uno scriba sapiente: “Scrivo con una minuscola bilancia come quella dei gioiellieri. Su un piatto depongo l’ombra, sull’altro la luce. Un grammo di luce fa da contrappeso a diversi chili d’ombra…”(Ch Bobin). Le scrive nel cuore la parola ‘futuro’.

Le dice: ‘Donna, tu sei capace di amare, tu puoi amare bene, amare molto. Questo tu farai…’. Non è il male che revoca il bene di una vita. È invece il bene che revoca il male!

Gesù vede noi oltre noi, lui sa che l’uomo non coincide con il suo peccato, ma con le sue più alte possibilità, con i semi di vita, con il buon grano che è il cuore. Il peccato non rivela mai la verità di un figlio di Dio, non dice mai chi tu sia veramente. Non è dal male che noi emergiamo col nostro vero volto.

Gesù non banalizza la colpa, come a dire “tanto lo fanno tutti”, lui riapre il futuro, e il bene possibile domani conta di più del male presente adesso. Il grano vale più della zizzania, il bene conta più del male, la luce vale più del buio. Tante persone vivono come in un ergastolo interiore. Schiacciate da sensi di colpa a causa di errori passati, e massacrano l’immagine divina che preme in loro per venire alla luce.

Gesù apre le porte delle nostre prigioni, smonta i patiboli su cui spesso trasciniamo noi stessi e gli altri. Lui sa bene che solo uomini e donne liberati e perdonati possono portare al mondo libertà e pace.

Dice a quella donna: Va’, esci dal tuo passato, vai verso il nuovo, e porta lo stesso amore, lo stesso perdono, a chiunque incontri.

Il perdono è il solo dono che non ci farà più vittime,

che non farà più vittime,

né fuori né dentro noi.

Mi sento tra quelli rimessi in strada da Gesù.

Grazie amico dell’uomo, sento la gioia di rinascere.

Il tuo sguardo di tenerezza mi segue e lo sento come il vento che gonfia le mie vele:

 “Verginità è salpare ad ogni alba verso terre intatte” (D. Montagna).

Non darmi, Signore, l’innocenza: è un miracolo che non so portare; quella conservala per i tuoi santi che sanno custodirla senza orgoglio.

A me concedi la grazia di vederti mentre ti alzi in piedi davanti a me e mi parli, l’umiltà di lasciare cadere di mano tutte le pietre che avevo preparato, la gioia di sentirmi perdonato da te.

E non lancerò mai più pietre. Contro nessuno.

PREGHIERA ALLA COMUNIONE

Signore, mi sento anch’io

tra quelli rimessi in strada da Te,

Quante volte!

Mi hai ridato vita dandomi la fiducia

che sarò capace, domani, di amare ancora,

che imparerò, un giorno, ad amare bene.

Concedimi, Signore la grazia di vederti

mentre ti alzi in piedi e mi parli

Tu la misericordia, io il misero,

Dove c’è misericordia, lì sei Tu.

Io e te, occhi negli occhi.

I tuoi occhi sulla mia sofferenza,

il tuo sguardo capace di scovare la luce

di vedere in me frantumi d’oro.

I tuoi occhi che cantano alla vita.

E lascerò cadere di mano

tutte le pietre che avevo preparato

E ti prometto, non lancerò mai più pietre.

Contro nessuno. Amen

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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