Non è il peccato il perno della storia. Perciò abbi fiducia, sii indulgente verso tutti, e anche verso te stesso. La primavera non si lascia sgomentare, né la Pasqua si arrende. La fiducia è una vela che sospinge la storia.
Luca 13,1-9
In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Omelia di p.Ermes

Che colpa avevano i diciotto morti sotto le macerie della torre di Siloe? E i
3000 delle Torri Gemelle, o quelli di Amatrice, o i morti di cancro?
Dov’era Dio il quel momento?
In un celebre racconto “La notte” Elie Wiesel, premio Nobel per la pace,
descrive l’impiccagione di alcuni prigionieri in un lager. Tra loro c’era un
bambino. E tutti gli altri internati sono obbligati ad assistere, schierati
davanti ai patiboli. Tolgono le sedie da sotto i piedi dei condannati, i sette
adulti muoiono, ma il bambino, il bambino non riusciva a morire, appeso
lassù in alto, uno strazio. Una donna disperata grida: «Ma Dio dov’è?».
Accanto a lei una voce risponde: «Non vedi? Dio è lì che muore in quel
bambino». Può apparire una bestemmia ed è un atto di fede.
Dio è presente in ogni accadimento doloroso della storia, ma sempre dalla
parte delle vittime. Dio era là in quel giorno dell’eccidio dei Galilei nel
tempio; ma come uno di loro, anzi come il primo a subire la violenza.
Non è Dio che fa cadere torri o aerei, non è Dio che manda il cancro. No, lì
c’è il Cristo eternamente crocifisso in tutti i suoi fratelli.
Io non so l’origine del male, cerchi in tutta la bibbia e non trovi risposta.
Ma io so che Dio non abbandona, non ci molla, intreccia il suo respiro con
il mio, raccoglie a una a una tutte le lacrime (le lacrime e non i peccati!) è
con noi a lottare contro tutti i mali, combatte con noi ogni mattina per far
fiorire il mondo.
Forse allora la conversione di cui parla Gesù è convertire la nostra
immagine di Dio.
Se non vi convertirete, perirete tutti. Non è una minaccia, non è una pistola
puntata contro l’umanità. È un lamento: se non invertite la rotta della nave,
se continuate così, finirete diritti sugli scogli. Questo Titanic sta andando a
sbattere contro un iceberg gigantesco.
Perirete tutti. La conversione, prima ancora che religiosa, ha da essere
culturale: è tutto il sistema che deve cambiare direzione, uscire dalla
globalizzazione dell’indifferenza, dalla predicazione del disumano, dalle
liturgie dell’odio, convertirsi invece al sentire come mio il grido dei galilei,
a piangere per quel bambino nel lager, o per quelli caduti dall’ottavo piano
a Bologna, o annegati nel Mediterraneo, sentirli non come un rapido
passaggio in tv, non uno spettacolo o un gossip nero, ma sentirli miei,
come se fossero figli, o fratelli, o madri mie.
Non domandarti per chi suona la campane

Essa suona sempre un poco anche per te (J. Donne).
Convertitevi. A un’altra direzione di marcia: nella politica, nella economia,
nella ecologia, nell’onestà quotidiana, contro la mafia che ci ha raggiunto.
Mai come oggi sentiamo attuale questo lamento di Gesù.
Greta Thunberg, la piccola svedese di 16 anni, l’ha gridato, e milioni di
giovani l’hanno rilanciato: stiamo per precipitare, tutti insieme.
Mai come oggi capiamo che tutto nel creato è in stretta connessione: se ci
sono milioni di poveri senza lavoro né istruzione, sarà tutto il mondo ad
essere impoverito; se la natura è avvelenata, è avvelenata anche l’umanità;
l’estinzione di una specie vivente equivale a una mutilazione di tutti. Se
cresce l’odio crescerà in parallelo il terrorismo.
Convertitevi: Voltate le spalle all’odio. E alla violenza, anche verbale.
Amatevi, altrimenti vi distruggerete. Il vangelo è tutto qui.
Alla gravità di queste parole fa da contrappunto il terzo racconto del
vangelo, la parabola del fico.
Sono tre anni che vengo, non ho mai trovato niente, mi sono stancato,
taglialo. No, padrone! Il contadino sapiente, che è Gesù, dice: “no,
padrone, proviamo ancora e vediamo; ancora un anno di lavoro e poi
vedremo”. Gesù non è d’accordo sul tagliare, lui non agisce mai per
distruggere, non ci ha abituato a una predicazione terroristica, ma di
fiducia: nell’uomo, nella donna, nei bambini, nell’adultera, nelle gemme
del fico, nei gigli del campo.
Ancora tempo, ancora sole, pioggia e cure e quest’albero, che sono io, che
è la mia vita darà frutto. Perché l’albero è sano, ha radici buone. Gesù non
guarda i rami, guarda le radici.
Due immagini opposte di Dio: la vecchia religione mostrava un Dio
punitore con in mano la scure che taglia e abbatte.
Gesù incarna il nuovo volto di Dio: ha in mano una zappa, ha in cuore la
fiducia.
La scure o l’umile zappa del Signore?
Dal vangelo mi appare il Dio giardiniere, il Dio contadino, chino su di me,
Dio vignaiuolo, ortolano fiducioso di questo piccolo orto in cui ha
seminato così tanto per tirar su così poco. E continua a fidarsi di me, ad
inviare germi vitali, sole, pioggia, sudore. Lui crede in me prima ancora
che io dia frutti. Lui non punisce la mia debolezza, non mortifica.
Perché la morale evangelica è una morale della fecondità, del frutto buono,
del bene fatto. Non delle trasgressioni.
Il nostro vero esame di coscienza sia sul bene fatto, non sul male.

Cosa è nato da questa mia vita? Cosa ho regalato al mondo?
Il dramma sono le mani vuote, fico sterile.
Sono tre anni che vengo e non trovo niente. Taglialo.
Anche Gesù dopo tre anni di predicazione ha raccolto quasi niente, dodici
uomini che hanno capito poco, un gruppetto di donne fedeli. Eppure non li
rimanda a casa. Il seme germoglierà, la vite sboccerà. E Pietro sarà roccia,
dopo essersi sgretolato tre volte in una notte. E Maddalena sarà apostola
degli apostoli.
Dio ha un pregiudizio bellissimo su di me: tu hai radici buone, tu sei un
albero che darà frutti buoni: nella tua famiglia, nel tuo lavoro, nella storia
del mondo, nel creato. Tu lo puoi fare. Lascerai una traccia buona
nell’universo.
E i fichi che forse gusterò contano più di tre anni di sterilità.
Il bene possibile domani pesa più del male di adesso.
Anche nella mia casa: io non so di quanto tempo di esposizione ai raggi di
Dio abbia bisogno una creatura, un figlio, un coniuge, per fiorire e portare
frutto.
Perciò abbi pazienza, sii indulgente verso tutti, e sii indulgente anche verso
te stesso. Perché la primavera non si lascia sgomentare, e Dio non desiste,
e la risurrezione non si arrende.
Questa fede, questa fiducia è la vela che fa avanzare il mondo, la tua
famiglia, i tuoi figli, la storia, le relazioni, le persone.
E, vedrai, ciò che tarda verrà. Certamente verrà.

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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