Il progetto di Dio è profondo e delicato. Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno, qui e adesso, perché avete più spazio per Dio, perché avete il cuore libero, affamato di un oltre, perché c’è più futuro in voi.

Luca 6,17.20-26

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone. Ed egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. […]».

Omelia di p.Ermes

FESTA DEI SETTE PRIMI PADRI 2019

Ricordiamo oggi le nostre radici sante: i Sette Primi Padri. Come mercanti
del vangelo che, trovata la perla preziosa, hanno venduto tutto per rapirla.
7 uomini coraggiosi, che da mercanti hanno scelto di farsi mendicanti.
Omelia
L’essere umano è un mendicante di felicità, ad essa soltanto vorrebbe
obbedire. Gesù lo sa, raggiunge il desiderio, e risponde con le beatitudini.
Beati voi, e significa: in piedi voi che piangete, avanti, alzatevi, in
cammino, non lasciatevi cadere le braccia, siete la carovana di Dio. Nella
bibbia Dio conosce solo uomini in cammino, verso un altro modo di essere
liberi, cittadini di un regno che viene.
Gli uomini e le donne delle beatitudini sono le feritoie per cui passa
il mondo nuovo. Sono loro i segreti legislatori della storia. Cambiano
l’aria, cambiano il colore dell’acqua.
Beati voi, poveri! Certo, il pensiero dubita. Beati voi che avete fame,
ma nessuna garanzia ci è data. Beati voi che ora piangete, e non sono
lacrime di gioia, ma gocce di dolore. Beati quelli che sentono come una
ferita il disamore del mondo.
Beati, perché? Forse perché povero è bello, perché è buona cosa
soffrire? Assolutamente no. Ma per un altro motivo, per la risposta di Dio.
La bella notizia è che Dio ha un debole per i deboli, li raccoglie dal
fossato della vita, si prende cura di loro, fa avanzare la storia non con la
forza, la ricchezza, la sazietà, ma per semine di giustizia e per il coraggio
di condividere, per raccolti di pace e lacrime asciugate.
E ci saremmo aspettati: beati voi perché ci sarà un capovolgimento,
una alternanza, e diventerete ricchi.
No. Il progetto di Dio è più profondo e più delicato.
Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno, qui e adesso, perché avete
più spazio per Dio e per l’uomo, perché avete il cuore affamato di un oltre,
perché c’è più futuro in voi.
I poveri sono il grembo dove è in gestazione il Regno di Dio,
l’incubatrice del mondo, non una semplice categoria assistenziale. Siete il
laboratorio dove si plasma una nuova architettura del mondo e dei rapporti
umani, voi siete genitori di possibilità.
Beati i poveri, che di nulla sono proprietari se non del cuore, che non
avendo cose da donare hanno se stessi da dare, che sono al tempo stesso

mano protesa che chiede, e mano tesa che dona, che tutto ricevono e tutto
donano.
Ci sorprende forse il guai. Ma Dio non maledice, Dio è incapace di
augurare il male o di desiderarlo. Si tratta non di una minaccia, ma di un
avvertimento: se ti riempi di cose, se sazi tutti gli appetiti, se cerchi
appalusi e il consenso, non sarai mai felice. Ti corazzi di egoismi.
I guai sono un lamento, in greco suona uaih!, quasi un gemito. È il
compianto di Gesù su quelli che confondono superfluo ed essenziale, che
si riempiono di cose, e non c’è più spazio per l’eterno e per l’infinito, per
la terra e il suo grido, non hanno strade aperte nel cuore, come fossero già
morti. I morti viventi.
Le beatitudini sono la bella notizia che Dio regala vita a chi produce
amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico
della sua felicità.
Abbiamo sentito Gesù lanciare la sua sfida per rendere la vita più
umana, più affettuosa, più verticale. E i sette primi Padri l’hanno raccolta:
si sono trasformati da mercanti in mendicanti, hanno capovolto il rapporto
con il denaro, con le persone, con le cose: dall’accumulo al dono; dal
possesso alla condivisione; dalla vita dove tutto è monetizzato al voler
bene, pregare, servire gratuitamente, senza cercare mai il proprio interesse.
Perché quando la merce è tutto, tutto diventa merce,
anche il cuore e la vita, soprattutto quelli degli altri.
Da mercanti a mendicanti, era come un contagio sociale nel ‘200, ha
coinvolto Francesco d’Assisi, e Valdo di Lione, i Sette Fiorentini, è
diventato creativo di mille comunità, di nuovi modelli del vivere umano.
Celebrare la festa dei Sette non significa riesumare una storia vecchia
di quasi 800 anni, ma lasciarci convocare ancora da una sfida: vivere in
modo più umano, nella comunione e nell’amicizia, questo bellissimo fiore
selvatico delle nostre strade, che nasce dove non sai, dove il vento ne porta
i semi misteriosi.
Il nostro più antico racconto riferisce che “i primi sette Padri non
potevano sopportare di restare separati a lungo tra loro
e prendevano gioia l’uno dall’altro, nelle cose di Dio e nelle cose umane”.
Avere gioia. La garanzia dell’amicizia è la gioia reciproca.
Ricorderete il Piccolo Principe: se so che tu verrai alle cinque, alle quattro
comincerò già ad essere felice.
L’Ordine dei Servi di Maria non nasce da un fondatore ma da sette
amici, contenti, non nasce da un leader carismatico ma da un gruppo

amicale. Caso unico nella Chiesa. Un legame, specifica il testo: nelle cose
di Dio e nelle cose umane. Non solo nella preghiera e nelle devozioni, ma
nello stare vicino, nel buon bicchiere, nel ridere insieme.
Un santo senza umanità non è un santo ma un malato. Il crescere
della santità porta sempre un accrescimento d’umanità.
Non ci interessa un divino che non faccia fiorire l’umano. Una
santità cui non corrisponda la fioritura dell’umano non merita che ad essa
ci dedichiamo (Bonhoeffer).
L’Ordine dei Servi viene chiamato dai primi documenti con un nome
bellissimo: La settima città di rifugio.
Dio aveva chiesto a Mosè di stabilire in Israele sei città di rifugio
(Numeri 35,14) dove potesse rifugiarsi chi aveva involontariamente ucciso
qualcuno, per sfuggire alla vendetta dell’occhio per occhio, dente per
dente. Erano città, dice la Bibbia con una bella espressione, che
accoglievano coloro che avevano ucciso senza aver prima odiato.
L’Ordine dei Servi tra Due e Trecento fu la Settima città di rifugio
per Firenze, per l’Italia, per l’Europa, il luogo della inviolabile
misericordia. Lo vediamo in uno dei primi tre documenti della nostra storia
(1250) il papa autorizza i Servi ad accogliere nei loro conventi i soldati
che vogliono smettere con il mestiere delle armi, si trattava di soldati
nemici, i seguaci di Federico II, sconfitti nella guerra contro il Papa. Non
solo soldati, ma nemici; non pericolo da evitare, ma sconfitti in fuga su cui
puoi infierire. E Monte Senario diventa il luogo dove i 7, di parte guelfa,
accolgono i nemici ghibellini, dove gli avversari si riconciliano, dove il
perdono disarma la vendetta, l’accoglienza svuota la paura, dove i nemici
si stringono la mano.
Per questo, lungo tutta la storia, nessun frate Servo di Maria ha mai
fatto parte dell’Inquisizione, mai un inquisitore! Prima l’uomo, poi la
verità. Prima la vita, poi le idee. Anzi mettere la legge prima dell’uomo è
l’essenza della bestemmia.
I sette Padri ancora tengono alta la parola della comunione: parola
immensa riscoperta da Gesù, che ci chiama fin dalla fisiologia dei nostri
corpi, di uomo e donna; che sale dalla profondità della vita, che geme nel
tempo della solitudine, che esulta nell’ora dell’amore. Comunione vertice
dell’esistenza. Sogniamo insieme questo mondo, siamone incubatrici, è un
mondo bambino che però germoglia e in noi, dolce e testardo come il
battito del cuore. Il cuore di Dio.

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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