Fino all’ultimo non molla i suoi. Andate «nel nome del Padre»: cuore che pulsa nel cuore del mondo; «nel nome del Figlio»: nella fragilità del Figlio di Maria morto nella carne; «nel nome dello Spirito»: del vento santo che porta pollini di primavera e «non lascia dormire la polvere» (…)
Santissima Trinità  Matteo 28,16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Omelia di fra Ermes

Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del
mondo. Non dimentichiamo mai questa frase, non lasciamola decadere,
impolverarsi. Io sono con voi dentro le solitudini, dentro gli abbandoni,
dentro le cadute.
Con voi tutti i giorni. Senza condizioni e senza clausole. Nei giorni in
cui credi e nei giorni in cui dubiti, quando ti sfiora la morte, quando ti pare
di volare, sarò con te.
Aiutiamo Dio a restare in noi, a restare vivo in noi.
Etty Hillesum, morta a 28 anni in un campo di sterminio, scrive nel
suo Diario, un libro bellissimo, imperdibile: L’unica cosa che possiamo
salvare di questi tempi angosciosi, e anche l’unica che veramente conti, è
un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio, e forse possiamo anche
contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini.
Cercherò di aiutarti affinché Tu non venga distrutto dentro di me.
Una cosa diventa sempre più evidente per me e cioè che Tu non puoi
aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te a restare vivo in questo
mondo, e in questo modo aiutiamo noi stessi. E io so che non si può essere
nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia.
Oggi è la festa della SS. Trinità. Ma forse è il caso di
dimenticare, almeno provvisoriamente, anche questa definizione, perché si
corre il rischio di ridurla ad una affermazione astratta da lasciare a quelli
che amano le acrobazie teologiche.
In un viaggio a Cipro mi sono imbattuto in una raffigurazione
sorprendente: un santo monaco rappresentato negli affreschi, nelle icone,
con una tegola in mano. mi sono informato ed ho saputo che questa tegola
la adoperava per spiegare la Trinità, diceva: la tegola è composta di tre
elementi, terra più acqua più il fuoco della fornace. Come le tre persone
della Trinità. Ciò che ne esce alla fine è però un oggetto solo, frutto di tutti
e tre i componenti, che ci sono, ma diventati un’unica cosa. Tentativi,
annaspiamo.
Ma noi andiamo al vangelo, che non offre per parlare di Dio formule
razionali e neppure simboli, ma il racconto di un appuntamento.
Ci sono andati tutti all’ultimo appuntamento sul monte di Galilea.
Sono andati tutti, anche quelli che dubitavano ancora, portando i
frammenti d’oro della loro fede piccola dentro vasi d’argilla: sono una

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comunità ferita che ha conosciuto il tradimento, l’abbandono, la sorte
tragica di Giuda; una comunità che crede e che dubita f ino alla fine.
Ed ecco che Gesù ha un’altra volta una reazione bellissima, invece di
rimproverarli, di risentirsi o di rinchiudersi, “si avvicinò e disse loro…”
Che bello: si avvicinò. Ancora non è stanco di avvicinarsi e diparlare. E
sento la prima lettura che riemerge sullo sfondo: quale nazione ha un Dio
così vicino?
Dubitano e lui non mantiene le distanze, le accorcia, abbrevia lo spazio, si
fa più vicino. Sa bene che non esiste fede senza dubbio intrecciato.
Si avvicinò… I nostri dubbi non fermano Dio. Ancora non è stanco di
inginocchiarsi davanti a te, occhi negli occhi, respiro su respiro.

È il viaggio eterno di Dio, il nostro Dio ‘in
uscita’, sparpagliato per tutta la terra, in cerca del santuario che sono le sue
creature, che bussa alla mia porta e se io non apro, come tante volte, lui
alla porta mi lascia un fiore. E tornerà.
Che bello questo maestro che fino all’ultimo non molla i suoi e la sua
pedagogia vincente è “stare con loro”, più vicino di prima, insieme a loro
fino per non allontanarsi più: “ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla
fine del mondo”. Tutti giorni, in quelli del canto e in quelli delle lacrime.
Quando lo cerchi e anche quando lo dimentichi; e quando ti perdi lui non ti
perde. Rimane con te. Perché questa cosa straordinaria, che il Signore sia
con me, non dipende da me, dipende da lui. È un suo dovere, il primo
dovere di chi ama è di stare insieme con l’amato. Di una mamma…
“E disse loro: andate in tutto il mondo e annunciate”.
Affida ai dubitanti il vangelo, la bella notizia, la parola di felicità, per farla
dilagare in ogni paesaggio del mondo come fresca acqua chiara, in ruscelli
splendenti di riverberi di luce, a dissetare ogni filo d’erba, a portare vita a
ogni vita che langue. Andate, immergetevi in questo fiume, raggiungete
tutti e gioite della diversità delle creature di Dio, “battezzando”,
immergendo ogni vita nell’oceano di Dio, e sia sommersa, e sia intrisa e
imbevuta e sia sollevata dalla sua onda mite e possente! Accompagnate
ogni vita all’incontro con la vita di Dio.
Fatelo “nel nome del Padre”: cuore che pulsa nel cuore del mondo;
“nel nome del Figlio”: nella fragilità del Figlio di Maria morto nella carne;
“nel nome dello Spirito”: respiro divino, vento che porta pollini di
primavera e “non lascia dormire la polvere” (D.M. Turoldo)

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I nomi che Gesù sceglie per dire la Trinità, sono nomi di famiglia, di
affetto. Padre e Figlio e Respiro, nomi che abbracciano: Dio non è in se
stesso solitudine, non è il supremo egoista che basta a se stesso. In
principio c’è la relazione (G. Bachelard), in principio c’è il legame.
E qui scopro la sapienza del vivere, la Trinità mi riguarda, perché io
sono creato non ad immagine di Dio, ma a immagine e somiglianza della
Trinità. Allora capisco perché sto bene quando sono con chi mi vuole
bene. capisco perché sto male quando sono nella solitudine. È la mia
natura profonda, la mia nostra natura divina.
Ed ecco che la vita di Dio non è più estranea né alla fragilità della
carne, né alla sua forza; non è estranea né al dolore né alla felicità
dell’uomo, ma diventa storia nostra, affidata non alle migliori intelligenze
del tempo ma a undici pescatori illetterati, che si sentono “piccoli ma
invasi e abbracciati dal mistero” (A. Casati). Piccoli ma abbracciati come
bambini, abbracciati dentro un respiro, un soffio, un vento in cui naviga
l’intero creato.

Di’ loro ciò che il vento dice alle rocce,
ciò che il mare dice alle montagne.
Di’ loro che una bontà immensa penetra l’universo,
di’ loro che Dio non è quello che credono,
che è un vino di festa,
un banchetto di condivisione
in cui ciascuno dà e riceve.
D’ loro che Dio è colui che suona il flauto
nella luce piena del giorno,
si avvicina e scompare
chiamandoci alle sorgenti.
Di’ loro l’innocenza del suo volto,
i suoi lineamenti, il suo sorriso.
Di’ loro che egli è il tuo spazio e la tua notte,
la tua ferita e la tua gioia,
ma di’ loro, anche, che egli non è ciò che tu dici
e che tu non sai nulla di lui.
Eppure ti fidi e lo preghi,
lo cerchi nel nome di ogni creatura
e soprattutto nel nome di Colui che è Figlio, il Nazareno,
che ha saputo amare come nessuno,
nel nome di Colui che è Spirito,
e ancora dà la vita oggi e sempre
e lo farà per i secoli dei secoli.
Amen.

(Letture: Deuteronomio 4,32-34.39-40; Salmo 32; Romani 8,14-17; Matteo 28,16-20)

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