Parole d’angelo, forti e tenere: voi, non abbiate paura. Non temete la
vita, voi donne, madri della vita! È guerra tra Dio e la paura.

OMELIA DI FRA ERMES

PASQUA NOTTE 2018
Marco 16,1-8

Parole d’angelo, forti e tenere: voi, non abbiate paura. Non temete la
vita, voi donne, madri della vita! È guerra tra Dio e la paura.
E continua con parole struggenti: so che cercate Gesù Nazareno, il
crocifisso! come l’amata del cantico lo cercate: cerco l’amore dell’anima
mia, lo cerco e non lo trovo, uscirò per la città, e oltre le mura: avete visto
l’amore dell’anima mia?…
L’angelo, lui sì ha visto l’amore, e sa la risposta: Non è qui.
Che bella questa parola, queste tre parole: ‘non è qui’.
L’ho ripetuta dentro di me inginocchiato al santo Sepolcro a
Gerusalemme, sintesi di Pasqua.
Lui è, ma non qui.
Lui è, ma va cercato fuori, altrove, è in giro per le strade; è il vivente, è un
Dio da sorprendere nella vita.
È dovunque, eccetto che fra le cose morte.
Matura come un germoglio di luce nella notte,
come un seme di fuoco nella storia.
È dentro i sogni di bellezza, in ogni scelta per un più grande amore, è
dentro l’atto di generare degli uomini, nei gesti di pace, negli abbracci
degli amanti, nel grido vittorioso del bambino che nasce, nell’ultimo
respiro del morente, nei martiri per fede.
tutti convocati dall’angelo, perché la risurrezione di Gesù Cristo non
riguarda lui solo, coinvolge me, e cattura dentro il suo risorgere tutto
l’universo; queste pasque non solo umane, come canta p. Turoldo
Pasqua è una energia che si dirama per tutte le vene del mondo,
una forza che ha imbevuto di sé tutta la trama del creato.
Non è qui. Bisogna cercare più a fondo, cercare in altro modo, con occhi
attenti, non c’è luogo che lo contenga, non chiesa, non parole, non riti. Lui
è oltre, sempre oltre è il suo infinito cammino.
Vi precede in Galilea (Mt 28,7): là dove tutto è cominciato. Ripartite
da quel lago, ritornate alle prime parole con cui vi ha rubato il cuore.
Il Risorto cammina davanti, ad aprire la nostra immensa migrazione
verso la vita. Davanti, a ricevere in faccia il vento, l’ingiuria, la morte, il
sole, senza arretrare di un passo mai. Vorrei entrare nella sua corrente ed
essere trascinato in avanti e in alto.

Là lo vedrete. Noi lo vedremo. Noi, se ritorniamo alla Galilea degli
inizi del vangelo, vedere Lui vuol dire vedere con occhi nuovi tutto ciò che
ha fatto e detto, guarito e predicato, sanato e messo in cammino attorno a
sé…
E coloro che, come lui, non accettano che il mondo si perpetui così
com’è, coloro che lavorano per cieli nuovi e nuova terra, sanno che chi
vive una vita come la sua, ha in dono già la sua stessa vita indistruttibile.
È risorto, dice l’angelo; lo dice con il verbo dei nostri mattini, si è
svegliato, si è alzato. E continua ad alzarsi nel cuore, lui il risveglio del
mondo; l’ha detto: io sono la risurrezione e la vita.
Si è alzato da dove era sceso, dalle catacombe della storia, dalle
catacombe dei fuggiaschi, dai buchi dei dannati della terra, dai barconi che
affondano.
È disceso nelle mie zone di durezza e di sterilità, nelle profondità
della materia e della storia, nella vittima e anche nel carnefice,
ed è qui, ora, presente in me come risurrezione,
come forza di gravità celeste,
come forza di attrazione verso l’alto,
annuncio che i carnefici non avranno ragione delle loro vittime in
eterno.
Eppure la morte sembra vincere. Il male del mondo mi fa dubitare, è
troppo, è feroce, è pazzo: vedo Gaza e i suoi morti e dubito, la Siria mi fa
dubitare; il martirio crescente dei cristiani, dubitare dell’esistenza stessa di
un Padre buono;
milioni che non hanno cibo, acqua, casa, amore; il cancro, la
corruzione, il cinismo, il nocciolo durissimo dell’indifferenza, mi fanno
dubitare; la terra avvelenata, l’acqua avvelenata, la terra dei fuochi dove
per soldi hanno avvelenato i propri figli, mi fanno dubitare.
Non è qui, dice l’angelo.
Allora guardo meglio e vedo immense energie di bene nel mondo,
vedo giovani che travasano forza in chi è debole,
donne generose fino alla follia
anziani sapienti, che amano giustizia e bellezza,
vedo gente onesta perfino nelle piccole cose,
vedo occhi pieni di luce
e sorrisi più belli di quanto la vita non lo consenta.

Il mondo è una immensa collina di croci. È vero. E tuttavia è
altrettanto certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare
qualcosa di nuovo.
Dove la terra è stata spianata vedo spuntare un filo d’erba testardo, e
poi un fiore che si impunta, ostinato, e poi un prato irremovibile.
Vedo mucchi di macerie, eppure sulle macerie torna ad apparire un
germoglio di vita, ostinata e invincibile.
Vedo che la bellezza rinasce ogni giorno nel mondo.
E questo perché?
Perché il Risorto è all’opera, in alto silenzio e con piccole cose.
è la linfa profonda che scorre nelle arterie del mondo,
Il mondo combatte per fiorire. Sono fioriti i pruni e i biancospini in
questi giorni:
“è Dio che in essi fiorisce,
si espande, dilaga, e poi torna a fiorire” (Turoldo).
Il Risorto combatte per far fiorire il mondo (papa Francesco),
ad ogni mattino combatte per svegliarci dal sonno del cuore.
E potranno tagliare tutti i germogli, potranno recidere tutti i fiori,
ma non potranno impedire alla primavera di ritornare. Io lo credo.
La Pasqua non si lascia sgomentare. Io lo credo.
La Risurrezione del Signore non si ritira,
ha già penetrato la trama nascosta di questa storia. Io lo credo
Tu, semente che si disfa, entra nel profondo del cuore umano. e
noi … staremo ad ascoltare la crescita del grano; (mons. Tonino Bello)

Inizia dalla Risurrezione
Dal sepoIcro vuoto
Da Nostra Signora della Gioia
Allora perfino la croce allieterà…
Non fate di me una piagnucolona
Dice Nostra Signora
Una volta era così
Ora è diverso
Inizia dal sepolcro vuoto
Dal sole
Il vangelo si legge come le lettere ebraiche
Dalla fine.

COMMENTO DI MARINA MARCOLINI

Commento al Vangelo della mattina di Pasqua (Gv 20)

2018

Stamattina mi sono alzata prestissimo. Non riuscivo proprio a
dormire. Sono uscita in quel momento in cui il cielo è ancora buio e il
mondo addormentato e tu hai solo quel filo tenue di chiarore all’orizzonte
per sperare che il sole, ancora una volta, risorgerà.
Ho pensato a lei, a Maria di Magdala, la Maddalena: la nostra sorella
coraggiosa.
Una notte insonne per lei, il suo cuore devastato dal dolore.
La conosciamo quella situazione. Ne abbiamo fatto quasi tutti esperienza.
Quando ti muore uno che ami e di notte nel letto ti giri ti rigiri e ti dici
che no non è possibile.
Sei stordita. Non vuoi credere che sia morto: tu ne hai un ricordo
così vivo.
Eppure, lo sai: lui (o lei) è stato messo sotto quella pietra. Che te ne
toglierà la vista per sempre.
Allora lo cerchi, vuoi stargli ancora vicino, e vai alla sua tomba.
Quei luoghi così strani che sono i cimiteri. Che contengono ossa ma
che scoppiano di fiori, fiori più belli di qualsiasi altro giardino. Luogo del
silenzio, i cimiteri, ma che traboccano delle più tenere frasi d'amore,
incise sulle pietre. Case dei morti, che parlano di vita.
Tu vai lì, con lui o con lei nel cuore, e il cuore ti sanguina.
Avete passato degli anni insieme. Conosci di lui quasi tutto, il timbro della
voce, come ride e come cammina, le sue gioie e le sue stanchezze. Conosci
quasi tutto: salvo il mistero che lo abita, che abita ogni essere umano e ci
trascende.
Maria Maddalena lo conosceva così Gesù. Lo conosceva bene: era
stata nella carovana dei discepoli con lui per qualche anno, partiti dalla
Galilea e arrivati a Gerusalemme.
Maddalena, la discepola. Donna del coraggio. Coraggio di lasciare la
sua casa per seguirlo nei pericoli. Lui l’aveva guarita da una vita di

sofferenza, una vita prigioniera. E gliene aveva data una nuova: una vita
provvista di libertà e di gioia.
Sapeva tutto Maddalena della morte di Gesù, perché l’aveva vista
con i suoi occhi. Lo aveva guardato, agonizzante su quella croce. Perché lei
era rimasta lì, con lui, quando gli uomini scappavano. E si era sentita
spaccare in due dal dolore.
Si era giocata la vita dietro a quel Nazareno. Gli voleva bene ed era
innamorata anche del sogno di Gesù: l’inaugurazione di un regno di amore.
Qui, sulla nostra terra.
Ma poi si era scatenata la tempesta: un’ora di violenza, feroce, e
tutto era stato distrutto.
Lo sappiamo: si può perdere in un giorno quanto costruito in anni
d’amore e di fatiche. E davanti ti trovi solo macerie, come dopo un
terremoto.
Maddalena ha il buio dentro di sé.
Ed eccola al sepolcro.
La tomba è stata manomessa!
La pietra che la chiudeva non c’è più.
Sorpresa
sussulto
paura
angoscia: tutto quello che avremmo provato anche noi.

Un altro trauma per lei.

Maddalena corre, corre dagli altri, discepoli e discepole, gli amici
con cui vive. Va prima da Pietro e dall’altro, forse Giovanni, e racconta. Fa
una deduzione razionale Maddalena: la pietra è stata spostata quindi
qualcuno ha portato via Gesù. Lo dice nell’affanno e nel pianto: Persino il
corpo del Signore ci hanno portato via! Neppure un corpo su cui piangere!
Subito le credono i due uomini e si mettono a correre. E tornano
tutti e tre alla tomba.
Ora c’è un po’ più luce e si può guardare dentro, mentre il cuore
batte, batte all’impazzata.

La tomba è un buco nella roccia. Per guardarci dentro bisogna
chinarsi. Giovanni sbircia per primo e vede bende buttate a terra:
gli si ferma il respiro nel petto.
Pietro entra nella grotta. Vede un telo ben ripiegato. Come quando
uno si sveglia al mattino dal sonno e piega una coperta, la sistema bene
sopra il letto prima di uscire. Pietro resta esterrefatto: nessun vandalo
che profanasse una tomba per rubarne il corpo avrebbe mai fatto così.
Pietro è stordito, non capisce.
Chi può aver fatto questo?

Entra anche l’altro discepolo, vede le stesse cose. Capisce.
A questo punto tu ti immagini una festa in quel cimitero, ti immagini
due uomini e una donna esultanti. Si abbracciano, condividono gioia e
gridano: il Signore è risorto! Il Signore è risorto!
E invece no: succede una cosa stranissima. Che ti fa capire quanta
sia la difficoltà di accogliere veramente nel cuore la risurrezione. I due
uomini non dicono niente a Maddalena. La lasciano in quel cimitero a
disperarsi nel suo dolore. Se ne vanno via e si rinchiudono in casa.
A questo punto però accade qualcosa a Maddalena. Qualcosa
d’inaudito. Il premio alla sua attesa, il premio del suo amore tenace.
Anche lei si china e guarda dentro. Ma il suo occhio non si ferma su
bende e sudario: Maddalena coglie l’invisibile. Vede luce, una presenza
spirituale, l’ultraterreno di cui è piena la terra, ma che spesso non
cogliamo.
Maddalena vede angeli. Noi saremo come angeli, aveva detto Gesù: limpidi, con il nostro volto
autentico, capaci di rispecchiare la bellezza di Dio.
Maddalena sente un’altra presenza dietro di sé. Si gira e vede un
uomo che doveva avere un’aria molto semplice, con vestiti da lavoro,
perché lo scambia per il custode del giardino.
Non ha capito ancora Maddalena e gli chiede: Signore, dimmi dove
lo hai messo e io andrò a prenderlo; A prenderlo: una donna, da sola. Le esagerazioni dell’amore.

Lui è commosso di questo amore di lei. E con voce dolcissima e
vibrante la chiama per nome: Maria!
Immaginate il trasalimento nel cuore di Maddalena. Provate a fare
questo ora, facciamolo insieme: chiudiamo gli occhi un momento e
proviamo a sentire dentro di noi il nostro nome, pronunciato dalla persona
che ci manca e che crediamo di avere perso per sempre. Sentite lei o lui
chiamarvi per nome. Sentitelo presente e vivo.
Perché di questo ci parla il vangelo di Pasqua. Della vita di chi
amiamo, e crediamo di aver perso, e della vita di ognuno di noi.
Perché ognuno di noi è amato. Teneramente, fortissimamente amato,
amata.
Forse ci viene più facile credere alla risurrezione di Gesù che alla
nostra. Perché pensiamo a Gesù come a un superman, un eroe dai
superpoteri.
E invece no, Gesù si fa uomo per far diventare noi Dio: esseri
eternamente vivi, eternamente capaci di amare.
Non è facile credere alla risurrezione ma quando incontrate uno che
ci crede, lo riconoscete subito: chi vive davvero convinto della
risurrezione, lo riconoscete a colpo d’occhio: gli brillano gli occhi, è
gioioso, non ha paura, trasmette benessere, energia positiva. E negli
eventi più difficili della vita vede l’invisibile: vede angeli dentro i sepolcri.
Ne conosciamo tutti di persone così, almeno una, anche qui dentro ci
sono certamente persone così, ma non tutti noi cristiani lo siamo.
Abbiamo troppa croce negli occhi, troppa poca luce e gioia pasquale.
Eppure noi cristiani non crediamo nel crocefisso. Noi crediamo nel risorto.
E se ci fermiamo sotto la croce non è per stupirci di quanto Gesù abbia
sofferto ma per stupirci di quanto siamo stati amati.
Vorremmo sentire più entusiasmo nelle nostre chiese, in noi e nei
nostri pastori. Perché Gesù è venuto per introdurci alla pienezza della
gioia che viene da Dio: la gioia che viene dall’essere amati e dall’amare.

Quello che hanno provato Maddalena e Pietro e Giovanni. Che si sono
convertiti alla gioia.
Perché la fede non è un cammino verso la perfezione, ma un cammino
verso la felicità. Il dolore c’è ma è solo un passaggio, una tappa nel
cammino della fede e della vita.
Non c’è croce senza Pasqua: è questa la storia più importante della
storia umana. Questa storia apre gli occhi sulla realtà profonda della vita.
Ci mostra come qualcosa di molto profondo e misterioso, molto santo e
sacro sta accadendo alle nostre vite, proprio qui dove siamo. Più
diverremo attenti, più cominceremo a vederlo e a udirlo.
Il dolore per la morte e per la perdita non può essere reso meno
intenso, ma può essere riletto come un capitolo di una grande storia
d’amore. La morte fa parte di un evento molto più grande. Noi non ne
comprendiamo la pienezza ma sappiamo che è, per vie misteriose, un
evento vivificante: che porta più vita.
Ed è con questo amore divino nel nostro cuore, un amore più forte
della morte, che le nostre vite possono essere vissute come una grande
promessa.

(Marina Marcolini – La parte finale è tratta da Paolo Curtaz, Convertirsi
alla gioia)

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