Domenica XXI anno C  [memoria di san Filippo Benizi, frate dei Servi < 1233- 1285>]

 Mentre Gesù,con il volto indurito, sale verso Gerusalemme un tale gli chiede: “Sono pochi quelli che si salvano?” [Lc 13,22-30]. Gesù  non risponde alla domanda, ma va al cuore del problema rispondendo: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti vi dico,cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno”.

Sforzatevi! Il verbo sforzarsi è un verbo che non mi garba, e non lo uso mai quando devo proporre a me e agli altri un cambiamento nelle relazioni d’amore . Gesù dicendo: “Sforzatevi” intende dire: “Lottate”.

Il Signore ci invita a lottare, a combattere anche se a volte la nostra lotta non ci fa gustare la gioia della vittoria. L’importante è lottare. Lottare prima di tutto e soprattutto con noi stessi, con il nostro opaco narcisismo.

Il Signore non guarda ai risultati ottenuti da questa lotta, ma guarda al nostro impegno che mettiamo nell’attraversare la porta stretta e guarda con misericordia le nostre cadute, la nostra fatica, il nostro scoraggiamento, la nostra delusione, ma anche la gioia di perseverare di andare sempre oltre.

Vivere il vangelo nella sua radicalità non è facile, perché richiede lotta, fatica, ma non è una lotta contro altri uomini,bensì una battaglia che ognuno di noi combatte nel proprio cuore, contro le pulsioni che sonnecchiano nelle nostre profondità,ma che soventemente si destano con una prepotenza aggressiva. Lottate per entrare per la porta stretta! Di fronte alla porta stretta si possono assumere tre atteggiamenti :

Il primo atteggiamento è l’indecisione.

Uno preferisce rimanere sull’uscio a guardare senza la decisione di entrare nella logica del cambiamento e senza alcuna intenzione di convertirsi. Quando siamo stanchi, indecisi e delusi si preferisce stare a guardare, a stare sulla soglia senza impegnarsi.

Il secondo atteggiamento è la presunzione.

Uno crede di farcela da solo con le proprie forze con le proprie capacità e i propri meriti, senza affrontare lotte che affaticano l’anima. Costui cerca di passare, cerca di entrare e non riesce e non si accorge che la sua  presunzione lo blocca e non lo rende capace di entrare. La sua presunzione è talmente smisurata che gli non permette di vacare la soglia.

Egli dice a se stesso: “Sono certo di passare la porta stretta perché vado ogni domenica alla messa, faccio la comunione e conosco tanti insegnamenti evangelici e questo è sufficiente per entrare nella festa di Dio. La porta stretta può varcarla solo la persona umile che si fida di Dio e prende su di sé i problemi dell’uomo in necessità e si impegna condividere i propri beni. Il presuntuoso, l’arrogante, il superbo, l’egoista non riesce a passare la porta stretta che immette nella sala della festa.  Per questo il Signore dice: “… cercheranno di entrarvi,ma non ci riusciranno per la loro presunzione”.

Il terzo atteggiamento è l’amore.

Sforzatevi di entrare per  la porta stretta. Non si tratta di compiere uno sforzo volontaristico per carpire la salvezza, ma per accogliere il dono  dell’amore  di Dio. La porta stretta è Gesù. “Io sono la porta dell’ovile”. Entrare per la porta stretta significa essere protesi a vivere come è vissuto Cristo ad avere i sentimenti e i pensieri di Cristo, a compiere le opere di Cristo e diventare somigliantissimi a Lui. Possiamo entrare per la porta stretta se siamo disarmati, senza armi, senza avere nel cuore sentimenti negativi, ma avendo un grande desiderio di rivestirci della potenza di Cristo che è l’amore e la misericordia. Gesù si rende disponibile a farci da educatore, da formatore proponendoci la correzione come una via sicura per giungere  alla pienezza della vita.

Ognuno di noi per natura è un ribelle, chi più chi meno. Una critica, una incomprensione, un’ingiustizia nei nostri riguardi scatenano aggressività e ribellione. E questo non ci permette di passare la porta stretta oppure di trovarla già chiusa. Perché questo non avvenga l’Autore della lettera agli Ebrei [Eb 12,5-7.11-13]ci rivolge questa ammonizione: “Figlio mio non disprezzare la correzione del Signore”. Purtroppo noi non accettiamo che qualcuno corregga i nostri sbagli e ci faccia notare le nostre debolezze e i nostri difetti.

La nostra arroganza rifiuta anche la correzione del Signore e difficilmente accetta l’invito del Signore ad essere umili e a non disprezzare la correzione. Il Signore con la violenza dell’amore vuole trafiggere il nostro cuore con la spada della sua parola e lo fa perché ognuno di noi possa migliorare la relazione con lui anzitutto e poi con se stesso, e poi ancora con fratelli e possa prendere coscienza del proprio errore e della condotta sbagliata. Il Signore corregge colui che ama e sferza chiunque riconosce come figlio. Nella mentalità biblica era il padre che correggeva  il proprio figlio, e lo correggeva per il suo bene, così fa il Signore con noi. Ammonire, correggere una persona è un’arte, forse l’arte più difficile.

Il Signore Dio conosce molto bene questa arte. Egli con la luce dello Spirito ci fa vedere il nostro sbaglio, il non valore delle nostre azioni e dei nostri atteggiamenti e suscita in noi un movimento personale di conversione. Il motivo per cui Dio corregge è l’amore, il fine è il nostro bene, l’anima è la dolcezza, la sapienza. Nel corso della nostra esistenza abbiamo sperimentato che la correzione sul momento ci ha arrecato tristezza, ma dopo un po’ di tempo abbiamo notato che alla base di ogni nostra conquista e di un nostro miglioramento, c’è stata la correzione di Dio e dei nostri genitori e maestri. La correzione accettata dà vigore, fa riprendere il cammino, fa riprendere a lottare, fa di noi dei lottatori arditi e forti per passare la porta stretta e diventare somiglianti a Cristo.

La Vergine Maria  è stata la madre di Gesù, ma soprattutto discepola di suo Figlio. Anche lei  ha avuto come maestro ed educatore Gesù il quale le ha insegnato a progredire nella fede e nell’amore gratuito.

Una figura esemplare che noi frati di santa Maria del Cengio ricordiamo oggi è san Filippo Benizi, frate Servo di santa Maria.

Filippo nasce a Firenze nella famiglia nobile, o almeno borghese, dei Benizi,1’anno 1233, data fortemente simbolica. Il 1233 è anche la data tradizionale di nascita dell’Ordine dei Servi di Maria, del quale Filippo sarà il leader per molti anni. In uno scritto antico si legge: “Filippo si trovava il giovedì di Pasqua nella chiesa fiorentina dei Servi, a meditare una frase della lettura biblica della messa del giorno: “Disse lo Spirito a Filippo avvicinati e sali su questo carro…”.  Considerando queste parole come rivolte a se stesso decise di unirsi al carro della Vergine gloriosa nell’Ordine dei Servi. Egli, dopo alcune vicende interessanti, entra nell’Ordine dei Servi per dedicarsi alla gloriosa Vergine Maria, quale ”Madonna ” (mia- donna -Signora e Regina): così la cantavano i Laudesi, iniziatori dell’Ordine.

A tutti voi, fratelli e sorelle, che partecipate a questa eucaristia vi consegno tre simboli che riassumono la vita di S. Filippo ed anche le letture bibliche che sono state proclamate poco fa .

L’iconografia ci presenta Filippo con tre simboli: il giglio, o un ramo di ulivo, il libro e la croce.

Il primo simbolo è il giglio.

Il giglio è simbolo di purità, è simbolo della beatitudine evangelica“Beati i puri di cuore “, ossia dal cuore limpido, dal cuore indiviso, dal cuore trasparente, dal cuore umile e semplice.

Il giglio è anche simbolo della persona semplice e serena, che ha trovato la vera pace e la vera armonia nel Signore amante della vita. Il giglio è anche simbolo della bellezza, ma anche della disponibilità, della  fortezza, della purificazione dei sensi e della qualificazione dell’essere interiore.

Il profumo del giglio è simbolo anche della Sapienza. Il giglio che Filippo porta in mano ci insegna a diventare persone pacificate e pacificanti, ad avere occhi luminosi per vedere la bellezza divina presente nel creato e soprattutto in ogni creatura e a ricercare e domandare continuamente la Sapienza e la ‘purità del cuore’.

Il secondo simbolo è il libro.

Il libro è simbolo del creato, del cuore e della Sacra Scrittura, tre luoghi dove il Signore scrive continuamente la sua Parola e la sua volontà; dove ancora Dio fa risuonare, in ogni tempo, la sua Parola di salvezza. La Parola di Dio letta,meditata e rivestita di carne rafforza la fede e insegna ad essere saggi e sapienti fino a raggiungere i sentimenti di Cristo quali la misericordia, la bontà, l’umiltà, la mansuetudine e la pazienza. Inoltre ci insegna a portare i pesi gli uni degli altri e ad  amarci gli uni gli altri come lui ci ha amato, come recita il vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato. Il libro che Filippo ha nelle mani ci invita ad essere fedeli alla Parola di Dio e a nutrirci continuamente di questo pane per diventare somigliantissimi a Cristo.

Il terzo simbolo è la croce.

Croce è simbolo della spogliazione dell’uomo vecchio per rivestire l’uomo nuovo, della nudità, della spogliazione, ma anche della gloria e della potenza.

La croce è simbolo dell’equilibrio del verticale con l’orizzontale, E’ simbolo dell’essenzialità, della riconciliazione e della salvezza. Essa esprime la radice e la gemma di ogni cammino spirituale ed è anche segno dell’unica cosa necessaria e importante. La croce ci insegna a servire, a lavare i piedi dei nostri fratelli, soprattutto a coloro che sono inchiodati sulla croce della sofferenza e del dolore, della povertà e dell’emarginazione per recare conforto e sollievo.

Questo cammino lo propone oggi a noi frati servi di Santa Maria,a tutti voi nostri amici.

A voi consegno questi tre simboli con la speranza e la fiducia che voi possiate farvi carico dell’umanità debole, fragile, rifiutata dai potenti… senza mai dire basta! ma perseverando sempre e dappertutto nel comunicare non solo parole, ma gesti concreti di solidarietà e di comunione. [Riflessione di fra Ferdinando M. Perri, osm]

 

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