Domenica XV – C

Amare Dio e amare il prossimo come se stessi! Amare: un verbo circolare che san Giovanni nella sua lettera interpreta così: “ Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20). L’amore è autentico se tiene insieme l’uomo e Dio: amore che Gesù, il buon samaritano, ha vissuto e comunicato.

C’è un uomo che scendendo da Gerusalemme a Gerico cade nelle mani dei briganti.

Un uomo. Senza carta d’identità civile, religiosa, politica. Un uomo ferito lungo la via. Gli passano accanto un sacerdote, un levita… vedono e vanno oltre. Sono persone che incarnano la religione; sono il volto dell’indifferenza, dell’interesse, della paura: alla vista dell’uomo, lasciato mezzo morto, devono scegliere tra lui morente e la legge del Levitico (21,1) che prescrive di evitare ogni contatto con cadaveri e uomini morenti. Cosa c’è più oltre? Una religione, ma una religione che non si ferma davanti all’uomo è inutile. (cf D. M. Turoldo). Una fede autentica ci porta a vedere e ad avere compassione, quindi a fermarci. “Vedere e avere compassione” due verbi che evocano l’atteggiamento del Dio dell’Esodo che vede il suo popolo schiavo, ascolta il suo pianto e scende a liberarlo (cf Es 3,7); due verbi che descrivono la maturità di noi umani.

Per la stessa strada passa anche un samaritano, uno scomunicato, che a differenza del sacerdote e del levita si ferma, si china, fascia le ferite, versando l’olio della tenerezza e il vino del nuovo spirito…

E qui Cristo pone la domanda al dottore della legge: “Chi di questi tre sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Il dottore della legge risponde: “Chi ha avuto compassione di lui”. E Gesù dice: “Va’ e anche tu fa così”.

La parola di Gesù è perentoria, indiscutibile.

Il samaritano è un “fuori legge”, un “senza Dio”, ma ha il cuore di Dio.

Allora, come il samaritano, anche noi, che siamo gente di poca fede o gente etichettata da coloro che stanno nei salotti, andiamo, avviciniamoci all’altro, incontriamolo, accogliamolo, abbiamo cura di lui, fasciando le sue ferite con tutta la tenerezza che possiamo. L’altro non è lontano, è sulla nostra strada, abita la nostra stessa casa, ma sta nell’angolo,tutto solo, a causa, ad es., di una malattia, di una forma di depressione dovuta alla mancanza di lavoro; l’altro frequenta la nostra chiesa, ma è un abitudinario e non è aiutato, incoraggiato ad esprimere le qualità che possiede; l’altro vive nel nostro stesso quartiere o contrada e nel nostro ambiente di lavoro, ma è ignorato, deriso, emarginato…,  L’altro sta di fronte a noi ed è la sua stessa presenza che ci interpella: possiamo rimanere indifferenti o possiamo aprire cuore e sensi per vedere il suo volto pensoso, per udire il suo desiderio di futuro, per ascoltare la sua domanda di senso, per fare un tratto di strada con lui scoprendo che la sua umanità è il luogo che autentica la consistenza del nostro amore e della nostra fede. Amore e fede sono inseparabili e nel contempo smascherano ogni pretesa di risolvere tutto, di trovare l’alibi per non fermarsi davanti alla persona che è in difficoltà, mettono in crisi il facile atteggiamento della delega, ritenendo che l’esercizio concreto della carità verso chi è nel bisogno sia un fatto facoltativo, che va delegato a chi ha tempo o doti o inclinazione a far questo (cf Card. Carlo M. Martini). Amore e fede: due dimensioni che si illuminano a vicenda e che pongono al centro la persona, sollecitando una prossimità amicale, scavalcando la barriera della classe sociale, dell’appartenenza religiosa. Il prossimo non esiste già. Prossimo si diventa. Prossimo divento io stesso nell’atto in cui, davanti all’uomo, a qualsiasi condizione sociale o religiosa appartenga, decido di fare un passo che mi avvicina, mi approssima.

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E se la chiesa non è per l’uomo, / non è degna di fede, /non può essere chiesa” [D. M. Turoldo]

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