Eremo di santa Maria

Domenica XI – C

 Gesù è invitato da un fariseo e siede alla sua mensa [Lc 7,36-50]. Una donna, una peccatrice di quella città, saputo che Gesù era nella casa del fariseo, porta una vaso di profumo e stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo comincia a bagnarli di lacrime  e a asciugarli con i suoi capelli, a baciarli e a cospargerli di profumo. Una scena shockante, mai vista. Il fariseo osserva e giudica ed è sorpreso che Gesù si lasci toccare da una donna e di quale genere è la donna.  “Gesù accoglie il linguaggio che questa donna conosce: linguaggio non verbale ma del corpo (essa tocca, bacia, piange bagnando di lacrime i piedi di Gesù, li asciuga con i suoi capelli, li unge con profumo). Quel corpo fino allora oggetto del desiderio maschile, diviene soggetto di amore, quel corpo comprato si mostra capace di gratuità. L’amore è coraggioso, e questa donna osa la sua capacità di amore correndo il rischio di essere disprezzata e giudicata, come non può non avvenire nella casa di un uomo religioso e irreprensibile “ (cf. Lc 7,39). [Manicardi]

Gesù si rivolge al fariseo, dicendogli: “Simone, ho da dirti qualcosa”. Ed egli risponde: “Di’ pure, maestro”.

E Gesù racconta la parabola di un creditore che aveva due debitori. Non avendo essi da restituire, il padrone condonò il debito a tutti e due. Mostrò la sua gratuità e il suo amore incondizionato ad ambedue. Il primo debitore evoca la donna che ha la coscienza viva del perdono ricevuto ed è perciò carica di amore riconoscente; il secondo debitore è il fariseo, che forte dei suoi meriti, della sua fedeltà alla legge, si attiene ad un’ospitalità formale, di cortesia. La donna esprime una riconoscenza fino ai limiti dell’indecenza secondo le convenzioni dell’epoca: bagna con le lacrime i piedi di Gesù, li asciuga con i suoi capelli, li bacia e li profuma. La donna ha il cuore in fiamme, appassionato, riconoscente.

Il fariseo non va oltre ai gesti di cortesia. Ha il cuore spento, chiuso all’amore. Ha paura di lasciarsi trascinare dall’amore, di osare l’unica cosa veramente sensata nella vita: amare. Al fariseo Simone accade ciò che avviene spesso agli uomini religiosi: vedono solo peccato là dove c’è amore. E Gesù sa vedere il grande amore, il molto amore di questa donna che agli occhi dei “giusti” è solo “una peccatrice”.

La donna e il fariseo: due modi di porsi davanti al dono, al per-dono, al Signore; due modi di relazionarsi: uno, quello della donna, carico di passione, di fede, di comunione che Gesù accoglie e apprezza; l’altro, quello del fariseo, carico di formalità, di autosufficienza, di distanza che Gesù rivela e rimprovera.  E volgendosi verso la donna, dice a Simone, il fariseo: “ Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli…” Verso i gesti compiuti dalla donna Gesù orienta l’attenzione del fariseo perché prenda coscienza della sua distanza umana, della assenza delle sue emozioni, della sua incapacità di amare.

La donna si avvicina a Gesù con amore e gratitudine e vive delle energie che fluiscono dal corpo di Gesù; il fariseo siede a mensa con Gesù osservando la legge, osservando i doveri dell’ospitalità, ma non vi immette lo spirito.  
La donna coglie l’identità vera di Gesù ed è salva: “La tua fede ti ha salvata!”; il fariseo rimane prigioniero dei suoi schemi religiosi, si crede giustificato dalle opere della legge e quindi rende vana la grazia. Dice l’apostolo Paolo (Galati 2,21): “Se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano”.

Sia la donna sia il fariseo sono graziati, raggiunti dal perdono di Dio: una realtà che non si iscrive nell’ordine della necessità e delle possibilità umane, ma nell’ordine della gratuità assoluta. E questo viene da Dio. Lo intuiscono i commensali che con stupore si chiedono: “Chi è questo uomo che perdona anche i peccati?”

Chi è costui? La risposta è offerta dai gesti della donna che rivelano ciò che Gesù è per lei: il volto del Padre. Un padre che perdona senza condizioni, come il creditore della parabola.

Chi è costui? La risposta non viene da ragionamenti religiosi, da nozioni catechistiche, da una osservanza compiaciuta dei propri doveri religiosi, ma da una relazione profonda, confidenziale con il Signore, che si fa poi esistenza profumata di amore. Un’esistenza che si dona nella gratuità. “Questa vita – scrive l’apostolo Paolo – che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”. Ciò significa che la nostra umanità è chiamata a misurarsi sull’umanità di Cristo, il nostro cuore a lasciarsi abitare dai sentimenti di Cristo; ciò significa che le prove della vita vanno affrontate con lo spirito di Cristo, le nostre relazioni vissute nella logica della gratuità e dell’amore di Cristo.

Capita che a volte sia sufficiente un po’ di acqua, altre volte un po’ di tenerezza, altre volte un po’ di vicinanza e solidarietà perché sul volto dell’amato torni il sorriso, perché si torni ad essere uomini e donne dal cuore acceso, grato fino alle lacrime, appassionato fino a sprecare l’olio profumato, in modo che tutto – corpo e casa  – siano via alla seduzione, all’incanto, allo stupore di essere vivi per grazia. [fra Renzo]

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