Domenica IV del Tempo Ordinario  – C

Chi è il profeta? E’ la domanda che attraversa la liturgia di questa IV domenica.

Il profeta non è colui che ha le chiavi di lettura del futuro, che svela quello che ti accadrà, ma è colui che, come un albero radicato nel terreno e proteso verso il cielo, sta come coscienza critica nella vita, in mezzo al popolo, nella famiglia e ti ricorda il senso, la direzione del vivere autentico, verace. Il profeta è colui che si colloca, per la scelta compiuta in lui dallo Spirito santo, in questo mondo, in questa storia con una coscienza illuminata, capace di smascherare la falsità del culto, gli abusi del potere, ogni forma di idolatria e di ingiustizia. Il profeta vive in questo mondo, ma non è di questo mondo, e quindi si trova ad essere una presenza marginale, a vivere uno stile di vita che riflette una visione differente del mondo, alternativa al sistema, a percorrere vie inedite che suscitano meraviglia o rabbia o sdegno… “Nessun profeta infatti è bene accetto nella sua patria”-

Ognuno di noi, in forza del battesimo e della confermazione, ha ricevuto in dono lo spirito di profezia. E’ come il profeta Geremia (Ger 1, 4-5) conosciuto, amato, consacrato da Dio, prima ancora di essere formato nel grembo materno; ognuno di noi ha, come Geremia, ricevuto la parola divina, la parola di verità e di sapienza. “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca” (Ger 1,9). Siamo portatori di una parola che ci è donata gratuitamente.

E di questa parola divina che cosa ne facciamo?

Innanzitutto lasciamo che questa parola ci faccia, ci tocchi, ci illumini, ci risvegli ad una nuova coscienza, ci incanti. Noi, presi dalle nostre abitudini e sicurezze, siamo incapaci di stupirci della parola che il Signore ci rivolge, che è una parola di grazia, di bontà, di bellezza.  Una parola umile che passa attraverso la natura, lo sguardo, il silenzio. E’ sufficiente guardarci attorno per incontrare fratelli e sorelle, la cui presenza, operosità è già profezia. Il profeta è proprio lì nel quotidiano, ma lo abita con la forza dello Spirito, per cui fa della propria casa una chiesa, del proprio lavoro un’opera divina, della propria vita un canto di lode. Se siamo fatti dalla parola divina, allora diciamo parole profetiche quando nel luogo del lavoro operiamo con responsabilità, quando viviamo una vita sobria e solidale, quando il nostro dialogo è costruttivo, quando la nostra ricerca è tesa al bene comune, quando la nostra preghiera si accorda con il punto di vista di Dio, quando il nostro disagio è letto con amorosa intelligenza, quando la politica è orientata a rendere più umana e fraterna e gioiosa la vita degli uomini, quando, per noi credenti, la carità di Cristo costituisce la vera inquietudine e ci spinge a vivere rapporti secondo la logica e lo stile di Cristo, che ha dato se stesso, amandoci in modo gratuito e incondizionato. E questa è la missione di Gesù che consiste nell’esprimere un amore universale. Gesù, per far capire questa prospettiva ai suoi, e cioè che il suo amore non esclude nessuno, fa riferimento a due brani della Bibbia, ben conosciuti, la storia di Elia e la storia di Eliseo. Ambedue mettono in risalto la chiusura mentale della gente di Nazaret. Al tempo di Elia c’erano molto vedove in Israele, ma Elia fu inviato ad una vedova straniera di Sarepta (1 Re 17,7-16). Al tempo di Eliseo c’erano molti lebbrosi in Israele, ma Eliseo fu inviato per occuparsi di uno straniero della Siria (2 Re 5,14). Citando questi fatti Gesù descrive il suo sogno: estendere l’amore di Dio ad ogni creatura, abbracciare tutti, superando i confini dell’appartenenza, abbattendo schemi mentali e tradizioni religiose che tendano a separare, identificando il noi come la categoria di coloro che si ritengono giusti, di coloro che meritano la salvezza, di coloro che sono chiamati gli eletti e il voi come categoria degli indegni, degli scomunicati, degli esclusi. All’udire questo, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si levarono e lo cacciarono fuori dalla città. La predica di Gesù suscita indignazione: all’annuncio dell’amore universale la gente risponde, portando Gesù sul ciglio del monte per gettarlo giù… Ma Gesù, passando in mezzo a loro, si mette in cammino. E’ straordinario! Gesù è libero di comunicare il suo sogno, non lo impone, e si incammina, obbedendo allo Spirito che lo manda a dire, con la vita, parole di grazia e di libertà a quanti sono oppressi.  E’ su questo cammino che noi siamo chiamati a metterci: un cammino profetico che Gesù, percorrendolo, rivela come via per costruire una nuova umanità in cui è abbattuto ogni muro di separazione,  in cui negli occhi degli uni e degli altri si legge, con stupore, la gioia di essere insieme Figli di Dio, il Padre, che dona liberamente la sua pioggia e il suo sole a tutti.

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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