file domenica XIV (594)

Il profeta Ezechiele del tempo dell’esilio babilonese (VI sec a. C.) sente irrompere dentro il proprio cuore una voce dai toni chiari e decisi: “Figlio dell’uomo, alzati, ti voglio parlare!”  “A queste parole – così inizia il testo liturgico – uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava”

Dio desidera parlare all’uomo, a tu per tu, potrei dire, alla pari. Infatti invita Ezechiele ad alzarsi e cioè a porsi in un atteggiamento non piegato, sottomesso, ma eretto, aperto, dove gli occhi del profeta si incontrano con quelli di Dio, dove il volto del profeta non si nasconde (per una falsa umiltà) ma si svela, si fa trasparenza perché la parola del Signore possa essere udita chiaramente. “Io – dice il profeta – ascoltai colui che mi parlava”.

Dio non vuole che assumiamo un atteggiamento di sottomissione.

Solo alla morte, al suo potere chiede di essere sottomessa!
Noi siamo creature devote, ma non asservite,
creature amate, ma non dipendenti,
in relazione ma non condizionate.
Dio infatti ci fa mettere in piedi,
perché riconosce la nostra dignità,
perché intende dialogare con noi,
perché cerca la nostra collaborazione;
ci fa risorgere, perché la sua gloria è l’uomo che vive!

“E’ impossibile scelta per te:

o nostro Dio, non puoi non amarci!

Mai che tu possa far senza dell’uomo,

dimenticarti di noi tu non puoi” [D.M. Turoldo, osm]

Il profeta è voce di Dio dentro il cuore stesso dei ribelli, perché Dio mai smette di essere padre e amico degli uomini. Vorremmo augurarci che ci sia almeno un profeta in mezzo a noi: segno certo che Dio non ci abbandona. Eppure ognuno di noi è parte del popolo profetico di Dio. Perché non torniamo ad appropriarci di questa dimensione ed essere presenze che sanno raccontare l’amore di Dio e che sanno smascherare quelle forme di potere che mortificano la vita, che annientano la dignità delle persone? Il risveglio della dimensione profetica è impegno e responsabilità personale, in modo che la casa torni ad essere il luogo di una autentica umanizzazione.

Ma la sorte del profeta è quella che Gesù nel vangelo (Mc 6,1-6) ricorda: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria,tra i suoi parenti e in casa sua”. E’ la sorte che è toccata a Gesù stesso.

Gesù raggiunge la sua patria con i suoi discepoli. Vi giunge nel giorno di sabato, per cui si mette a insegnare nella sinagoga.  Molti ascoltando rimangono stupiti. Cioè scandalizzati! Come è possibile – si chiedono- che questo uomo di Nazaret, sia capace di tanta sapienza, che dalle mani di questo falegname vengano compiuti dei segni? Quell’uomo di Nazaret che tutti conoscono per i dati anagrafici, per il lavoro che compie, quell’uomo che vive una vita semplice, povera, che cammina lungo le vie del paese senza attirare lo sguardo degli altri (oggi siamo talmente legati all’apparenza che ci sono agenzie che promuovono l’apparire come ragione della vita. Se non curi l’apparenza secondo la moda tu non sei, non esisti).

Gesù vive da uomo, ha mani e cuore di uomo. Ed è proprio qui nel suo esserci in modo umile che lui rivela il divino che lo abita, ma non viene riconosciuto dai suoi paesani e da quanti leggono il divino dentro le categorie della potenza, dei segni, della straordinarietà.

Gesù è l’umano autentico,

è il quotidiano vissuto nella responsabilità,

è la parola autorevole,

è la relazione trasparente,

è la compassione costruttiva,

è il linguaggio comprensibile dell’amore di Dio. 

Un amore incarnato, fatto di parole che parlano al cuore, di mani che lavano i piedi, di cuore che ospita il gemito della persona.

Gesù con il suo stile di vita e con la parola rompe lo schema culturale e religioso del tempo che riteneva sconveniente riconoscere Dio nel carpentiere, sollecita una fede che sappia accogliere l’agire di Dio nella persona e nella azione di Gesù di Nazaret, e chiede che la misura del credere  sia data non dalla conoscenza del catechismo, dall’avere splendide idee su Dio, e tanto meno dalle visioni, ma dalla capacità di aderire alla persona di Cristo, che poi ci rinvia all’uomo che ha fame, sete… La misura del nostro credere è la capacità di accogliere l’uomo alla maniera di Cristo. Amatevi infatti come io vi ho amati.

[renzo-marcon@virgilio.it]

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