Domenica di Pasqua 20 aprile 2014
Riflessione di Marina Marcolini

Gv 20,1-9
1.
Una tomba, una casa e un andirivieni di persone.
Un racconto misterioso, che però per noi è come un film visto tante volte: sappiamo già come va a finire.
Proviamo invece a rifare quel percorso dalla casa al sepolcro come se non sapessimo nulla, come lo hanno fatto Maddalena, per prima, e poi Pietro e Giovanni. Proviamo a rivivere quei momenti.
Pensiamo prima di tutto al macigno piombato sul cuore degli amici e delle amiche di Gesù. È un momento di disorientamento totale: l’amico più caro, il maestro, che era sempre con loro, con cui avevano condiviso tre anni di vita, non c’è più.
Quel volto amatissimo lo hanno visto schiaffeggiato, coperto di sputi di soldati, sanguinante, e poi livido nella morte. Uno di quei momenti quando muore una persona carissima che ci si sente il cuore scavato a unghiate dal dolore. Quell’uomo amato, che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Ogni speranza finita, tutto calpestato.
Voi che avreste fatto?
Io penso mi sarei sentita sprofondare e non mi sarei rialzata. I discepoli probabilmente si sentivano così, ma almeno fanno una scelta intelligente: stanno insieme, non si separano. Uno da solo può essere travolto, insieme invece si fa argine comune contro la disperazione.
Maddalena, però, la protagonista del nostro racconto, fa di più. Fa una cosa irragionevole. Esce di casa e torna da Gesù.
Ma cosa va a fare lì?
Gesù è morto, il sepolcro è chiuso con una pietra e sigillato, e fuori ci stanno le guardie a sorvegliarlo. Maddalena esce di casa quando non è ancora l’alba e rischia grosso. Intanto perché è una donna ed è buio, e poi perché può essere riconosciuta come discepola di Gesù (ricordiamo il rinnegamento di Pietro).
Voi ci sareste andati?
Maddalena ha un gran coraggio. Meister Eckhart, il grande mistico medievale, dice: «Perché Maria di Magdala si avvicinò tanto alla tomba, pur essendo una donna, mentre ebbero paura quelli che erano uomini? Perché lei gli apparteneva e il suo cuore era presso di lui. Dove era lui, era anche il cuore di lei. Perciò non aveva paura».
Allora possiamo imparare da Maddalena a non dare ascolto alla paura ma all’amore, alla fiammella d’amore che resta accesa nel cuore anche nelle situazioni più angoscianti, quelle che sembrano definitive, quando la morte sembra aver messo il punto della fine a una storia.
Possiamo seguire come Maddalena la voce dell’amore, l’amore che spera oltre la tomba, anche se ciò appare irragionevole.
Maddalena è una donna, e non era facile essere donne in Israele a quel tempo, come in tutte le culture patriarcali di sempre. Sottomesse agli uomini in tutto, le donne non potevano decidere da sé quasi niente.
Eppure Maddalena qui non si consulta con i discepoli, non chiede un’autorizzazione né un parere per capire se fosse sensato andare a quella tomba. Sente che deve andare e va.
Pensate, fa come Maria, la ragazzina di Nazaret, che all’annuncio dell’angelo di una gravidanza impossibile risponde di sì: fa una cosa irragionevole, senza consultare nessuno, né padre né fidanzato. Dà ascolto all’amore. E anche Maria ha rischiato molto grosso per questo!
Queste sono donne che credono all’amore, e si fidano e agiscono come l’amore chiede, anche rischiando personalmente e andando, se serve, controcorrente.
Sono donne irragionevoli non perché siano senza ragione, ma perché obbediscono a una ragione più profonda, più alta.
L’amore ha le sue ragioni e bisogna ascoltarlo, perché è creativo, sa inventarsi cose nuove.

2.
Ma chi è Maddalena? Di Pietro e Giovanni sappiamo tante cose, su di lei invece si è fatta una gran confusione. Una lunga tradizione l’ha identificata con la peccatrice che bagna di lacrime i piedi di Gesù e li asciuga con i suoi capelli. Così si è creduto che Maddalena fosse una prostituta che Gesù perdona.
Ma questo non è vero. Maddalena non è una prostituta; è una discepola, ed è una donna ricca; fa parte di quel gruppo di donne benestanti che con le loro ricchezze mantengono Gesù e la comunità dei discepoli. Queste donne hanno sperimentato una liberazione dal male, Gesù le ha liberate, ci dice Luca. Non sappiamo quali fossero i loro mali, ma possiamo metterci i nostri, i mali di sempre dell’umanità: il dolore, il lutto, l’abbandono, la tristezza, la malattia, la depressione, l’insoddisfazione… Maddalena è una guarita, che ha sperimentato sulla sua pelle che Gesù libera e ridà vita, per questo non vuole staccarsi da lui, neanche adesso che è morto. Maddalena è stata liberata e ora si muove con un coraggio e una libertà invidiabili.
Stare vicini a Gesù innesca un movimento interiore di liberazione delle nostre migliori potenzialità. E questo è già risurrezione.

3.
Quello che celebriamo oggi non è una ricorrenza. O la risurrezione ha senso per la nostra vita oggi, o non è niente. O è una forza immessa nelle vene della storia, che scorre fino a noi, o non vale la pena di celebrarla; o è un fuoco che può rischiarare le tante morti delle nostre vite, la nostra tristezza, gli abbandoni, la malattia, o non sappiamo che farcene.
La Pasqua deve accenderci oggi, vivificarci oggi.
Come Pietro e Giovanni, ci troviamo anche noi davanti a un’assenza: un corpo che manca alla contabilità della morte. Quel vuoto richiede che la nostra vista si affini, chiede di vedere in profondità, di penetrarlo con gli occhi della fede.
Noi non siamo qui a celebrare solo la risurrezione di Gesù ma la nostra. Se non sento che in quel sepolcro ci sono anch’io, incollata a lui, che mi trascina fuori, io della celebrazione della Pasqua davvero non so che farmene.
In tutta la sua vita Gesù ha agito sempre mettendosi da parte, per mettere al centro l’uomo. Le nostre chiese non sono per Dio, sono per l’uomo.
Sono il luogo dove l’uomo incontra un Dio che si spoglia per donargli tutto: «Tutto ciò che è mio è vostro».
Nelle mitologie del tempo di Gesù, l’uomo era in competizione con le divinità: per avere il fuoco e farne dono agli uomini, Prometeo deve rubarlo alla divinità e poi pagherà questo gesto a caro prezzo.
La vita di Gesù, invece, ci racconta di un Dio che dona tutto all’uomo, anche ciò che è la prerogativa più alta e invidiabile del divino: la vita immortale.

4.
Noi non sappiamo come sarà la nostra vita da risorti e i nostri corpi nell’aldilà. Sappiamo però che la risurrezione non è una cosa che avviene solo dopo la morte, ma comincia qui, perché Cristo è vivo e ci comunica la sua forza.
Che cosa desidera un cristiano? Una vita serena e tranquilla?
No: desidera l’energia di Cristo dentro di sé, desidera partecipare delle sue forze vitali, della sua energia d’amore. Ci vuole forza per amare.
Risurrezione per noi è pienezza e compimento che cominciano qui.
Che cos’è la salvezza promessa da Gesù? Solo il perdono dei peccati?
Sarebbe poca cosa: è la vita in pienezza per tutti. Una vita accesa, illuminata, una vita incamminata verso sempre più consapevolezza, più amore, più libertà (G. Vannucci).
Ma la risurrezione di Cristo va oltre anche a questa dimensione, oltre la pienezza. L’uomo è proiettato non solo verso il suo intimo, verso una dilatazione interiore, ma anche verso il superamento di sé e verso la fraternità universale.
Nella seconda lettura Paolo dice «guardate le cose di lassù», guardate a quello che sta in alto. Questo è il trascendente: un superamento. Le nostre vite sono come risucchiate in alto, partecipi di un vortice di energia che senza sosta produce vita. Questo significa che noi siamo fatti per le cose grandi, che abbiamo lo spirito di Dio dentro di noi come un vento che gonfia la vela della nostra vita e non si fermerà mai finché non saremo completamente dentro il suo eterno abbraccio di luce.

[marina.marcolini@gmail.com]

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