Mercoledì 25 Dicembre Natale 2013
Riflessione a due voci [fra Renzo M. e Paola F.]

1. Intervento di fra Renzo M.
“Il cuore ascolti quest’unico Verbo,
che ora parla con voce di uomo” …(D. M. Turoldo)
Il Verbo,la Parola parla con voce di uomo, perché ogni uomo possa comprenderla, ha toni umani perché ogni essere possa riconoscerla, ha una carica affettiva perché nessuno si senta escluso, ha in sé una potenzialità che fa fiorire il deserto, che restituisce senso alla vita, che guarisce il cuore e lo accende di passione, che fa uscire dalla terra di schiavitù, facendo intravedere spazi di luce, di libertà. E’ parola che suscita gioia in tutti: « Non temete, ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo » (Lc 2,10). E noi siamo questo popolo raggiunto, toccato dalla gioia del vangelo, cioè dalla bella notizia che Dio, in Gesù, si è fatto uno di noi, abita la nostra storia, la nostra terra “come sua dimora per stare insieme all’uomo e farsi trovare là dove l’uomo trascorre i suoi giorni di gioia e di dolore. Pertanto, la terra è il luogo dove Dio stesso ha posto la sua tenda, è il luogo dell’incontro di Dio con l’uomo, della solidarietà di Dio con ogni creatura.
Dio, in Gesù, parla il nostro linguaggio, condivide la nostra condizione, si fa nostro compagno e alleato con le aspirazioni più profonde del nostro cuore perché la nostra umanità si dilati e raggiunga la pienezza. Dio, in Gesù, ci regala la sua tenerezza perché le nostre relazioni e i nostri abbracci siano nel segno della cordialità, ci comunica il suo spirito di verità perché i nostri i nostri incontri e dialoghi siano nel segno dell’autenticità, ci dona la sua passione perché la nostra vita sia donata, ci offre il suo pane perché proseguiamo con fiducia il nostro cammino, diventando uomini e donne che hanno nel cuore gli stessi sentimenti di Cristo. Con i sentimenti di Cristo possiamo schierarci dalla parte dell’uomo, servire l’uomo, pregare senza mai escludere qualcuno, lavorare per la giustizia e la pace.
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La riflessione, posta tra parentesi, è stata omessa nell’omelia, per dare spazio alla voce-testimonianza di Paola.
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[Contemplando la pagina evangelica di Luca (2,15-20), sostiamo in modo particolare sulla seguente icona: “I pastori si muovono senza indugio verso Betlemme e trovano Maria e Giuseppe e il bambino”.I pastori trovano persone che stanno in relazione. Il bambino vive, respira, è tranquillo dentro la relazione con i suoi. Non è solo, ma avvolto dalla tenerezza e dalla cura amorevole dei suoi.
Questa icona ci spinga a passare dall’isolamento alla comunione. Noi ci troviamo a camminare fianco a fianco, a vivere gomito a gomito, ma ci sentiamo soli, incapaci di comunicare, di condividere, di dialogare. E’ necessario diventare consapevoli che viviamo di relazioni, non di cose.
Coltiviamo le relazioni nella gratuità, facendo sul bello e sul buono.
Questa icona ci sollecita a passare dal mondo virtuale al mondo reale. Giuseppe, Maria e Gesù si incontrano negli occhi, si comunicano tenerezza e respirano la presenza dell’uno e dell’altro. E’ l’incanto dell’esserci con tutta la propria persona. Osserviamo come le nostre comunicazioni passino attraverso canali asettici e non passino direttamente dal volto, dal corpo, anzi sono filtrate da schermi costruiti secondo il nostro bisogno, interesse. L’abbraccio non avviene attraverso gli sms, l’email… La madre non cambia i pannolini al proprio figlio attraverso il computer. E’ necessario stare in relazione con la realtà, segnata da luci e da ombre, da gioia e fatica.
Questa icona ci ricorda di passare da una fede emotiva ad una fede responsabile. Giuseppe e Maria si prendono cura di Gesù, si assumono la responsabilità di essere padre e madre di un figlio che lo Spirito santo ha consegnato a loro. Giuseppe e Maria vivono, come coppia in una fiducia reciproca e affrontano l’inedito, e abbracciano questo figlio non per trattenerlo, ma per caricarlo di affetto e sapienza perché possa intraprendere la sua via con libertà e autenticità.
Questa icona ci fa passare dall’annuncio dell’evento all’incontro con Gesù. I pastori vanno a Betlemme e, dopo aver visto quel bambino, raccontano l’esperienza avuta. L’annuncio di un fatto ci può emozionare, l’evangelo ci può dare tanta gioia, una celebrazione ci può affascinare, ma tutto questo è via per giungere all’incontro con il Signore. E’ l’incontro personale con Gesù che ti porta alla conversione autentica e ad una visione nuova delle cose.
Questa icona ci fa passare dalla indifferenza o distanza allo stupore. Tutti si stupiscono delle cose che i pastori raccontano. Lo stupore davanti alla vita, davanti al volto dell’altro, davanti all’alba di un nuovo giorno… lo stupore di essere vivi e amati è la più alta preghiera di lode che possiamo fare. E’ il canto dell’anima che intercetta il divino che ci viene incontro in modo gratuito e ci incanta]

2. Intervento di Paola F.
“Tutti sono chiamati a essere madri di Dio. Perché Dio ha sempre bisogno di venire al mondo.
Che cosa c’è di buono per me se Maria ha dato al mondo il figlio di Dio quattordici secoli or sono
ma io non do alla luce il figlio di Dio nella mia epoca e nella mia condizione?” [Meister Eckhart (1260-1328)]
Essere madre è un’esperienza che mi ha cambiato completamente. A partire dal mio corpo durante la gravidanza: sentire un’altra vita che in me stava crescendo mi ha fatto scendere in profondità, mi ha educata ad ascoltare, a lasciarmi trasformare, a fare spazio per accogliere.
All’inizio il figlio è una terra straniera, si deve imparare a conoscerlo e lo si fa restando con lui, dedicandogli tempo, mettendolo al centro per imparare ad abitarlo.
Questo mi fa pensare a Gesù che nasce a Betlemme in terra straniera, in periferia, è anche lui un estraneo, uno straniero, ma che domanda di essere messo al centro della nostra vita.
Ma come faccio a conoscerlo?
La nascita dei figli è un evento pieno di emozioni e insegnamenti: da una parte la responsabilità per questa vita, ma dall’altra la gioia per questo piccolo e grande miracolo. Sono capaci di suscitare sentimenti di tenerezza, di meraviglia, di stupore e di sciogliere la durezza del cuore. Dall’esperienza con i miei figli ho provato questi sentimenti, ma ho anche imparato ad accudirli quotidianamente, a nutrirli, non solo di cibo. Ho imparato la costanza e la ripetitività di gesti, di affetto, di ascolto per capire ed interpretare i loro bisogni e le loro parole.
Così è l’esperienza con Gesù: se voglio imparare a conoscere la dimensione divina che mi abita e a fare in modo che non sia straniera, devo fare come con i miei figli.
La relazione con Dio va nutrita, la sua parola accolta e ascoltata per capire che cos’ha da dirmi e che cosa dice di me oggi lasciandomi così trasformare con questo sguardo di tenerezza, di stupore e di meraviglia.
L’esperienza dei figli però mette anche alla prova. Come uno specchio riflettono la tua immagine,
ti obbligano a vedere quello che non riesci o non vuoi vedere, ti ridanno verità. E’ un percorso fatto anche di incertezze, di ostacoli e di paure.
In fondo è la stessa esperienza di Maria e Giuseppe nel cammino verso Betlemme, verso la scoperta di questo Figlio sconosciuto che a loro è stato donato.
Per far nascere un figlio e farlo crescere ci vuole creatività e originalità. Nella relazione con i miei figli ho imparato a mettermi in gioco, esprimendo quello che sono e lasciandomi coinvolgere nel loro modo di essere, con i miei difetti, le mie incapacità, le mie fatiche, ma anche con le mie potenzialità e originalità di essere umano, di donna e di madre.
E’ stato il mio modo unico e originale di mettere al mondo altre vite, di accoglierle e di farne dono, affinché questa umanità possa continuare il suo cammino.
Allora anch’io posso far nascere Gesù oggi, con la mia originalità e creatività. Faccio dono di quello che sono, quello che conosco di me, dell’esperienza dei miei figli, sapendo che è il mio modo specifico di portare Gesù in questo mondo, il mio modo di ascoltare, accogliere, di portare tenerezza, gioia, meraviglia.

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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