Dio e l’uomo a colloquio
conversazione di fra Francesco Geremia, frate dei Servi
tenuta a santa Maria del Cengio
venerdì 23 maggio
nel contesto del Festival biblico 2014

“Con questa rivelazione Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”(2).
In questa espressione del documento conciliare Dei Verbum (nr.2) emerge un concetto basilare: la rivelazione di Dio è anzitutto comunicazione della stessa vita divina agli uomini. Prima di essere parola scritta o parlata, essa attiene al mistero inesauribile del vivente in rapporto con gli altri viventi. La ‘parola di Dio’ è partecipazione, comunicazione di un ‘io’ a un ‘tu’. Gesù sostenendo di essere ‘via, verità e vita’ conferma questo dato di fatto: la via e la verità si danno in concreto nella forma di una vita partecipata e condivisa.
C’è poi da chiedersi: Dio che non ha bocca, parole, scrittura, gestualità, azioni, come può comunicarsi all’essere umano? Le scritture sono parole umane, certamente illuminate dallo Spirito, che testimoniano la verità su Dio e sull’uomo, ma non sono la ‘parola’. I vangeli sono testimonianze di fede delle prime comunità cristiane, ma non sono il ‘vangelo’. Lo sostiene chiaramente l’inizio del vangelo secondo Marco quando dice: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio” o come dichiara il prologo del vangelo secondo Giovanni: “In principio era il Verbo… e il Verbo si fece carne e venne ad abitare fra noi…”. E’ la presenza, la shekinah di Dio dentro la storia umana l’obiettivo della testimonianza biblica.
Allora per comprendere il ‘parlare’ di Dio agli uomini, bisogna incontrare in concreto i suoi interlocutori, analizzando con attenzione le loro condizioni personali, l’ambiente in cui vissero, le motivazioni profonde che li hanno animati.
Prenderemo in esame alcune di queste figure storiche o non storiche di cui ci parla la bibbia, non dimenticando tutte le altre che costituiscono l’ossatura della storia di un intero popolo e nell’arco di molti secoli.

1. Abramo, il padre nella fede

Il dialogo di Dio con questo patriarca si apre con un comando che non ammette esitazioni: “Lascia il tuo paese, la tua patria e la tua famiglia; va’ verso di te (Lek Leka), verso il paese che io ti indicherò” (Gen. 12, 1). E’ un ordine per la libertà: dalle tradizioni, dai legami familiari, dai propri intoppi psichici, morali e religiosi. Il padre di Abramo vendeva statuette degli dèi, amuleti, oggettistica sacra, diremmo noi oggi. Le tradizioni e i criteri morali erano rattrappiti e soffocanti. Il patriarca non sente alcuna voce dall’esterno, nessuna chiamata fisica: tutto si volge nel suo intimo in tempi e modi che ci sfuggono. Se ne va dalla sua casa, fugge l’idolatria, la religione alienante di coloro che non sono liberi, perché sottoposti agli dèi, fedeli alle loro paure e legati alle apparenze mondane. La grande civiltà assiro-babilonese, fiorita sulle rive del Tigri e dell’Eufrate, si riflette in questo uomo assetato di verità come spinta generosa verso nuove conquiste dello spirito.
Il comando di Dio per Abramo è poi: “Va’ verso di te”. Non dice : ‘vieni verso di me’, perché che senso avrebbe liberarsi dagli idoli se poi ti sottometti a un dio più potente ancora? Il comando divino sorge in Abramo come dono liberante e potrebbe risuonare in questi termini: “Abbandona le tue abitudini e gli antichi desideri, il tuo condizionamento, i legami, le catene e la prigione quotidiana. Lascia i vecchi riferimenti, i tuoi dèi, le tue idee precostituite, lascia tutto. Parti per trovarti, perché solo altrove noi siamo nuovi. Che la vertigine della libertà ti faccia meno paura delle certezze degli obblighi, supera il tuo condizionamento sociale, il bene e il male, verso la trascendenza dei contrari”. Il principio assoluto si trova nell’infinitamente piccolo. O come dice il detto antico: “Conosce te stesso e conoscerai l’universo e gli dei”.
E Abramo parte ‘verso un paese che io ti indicherò’. Il comando divino apre davanti a lui il futuro, l’incerto, il non conosciuto. Abramo apprende a vivere la vera natura umana: quella di essere una persona sempre interrogante, sempre disposta a porre quesiti nuovi su tutto, come quando gli verrà chiesto di sacrificare il figlio Isacco. Il Dio che gli parla è quello che risiede nel più profondo del suo essere, che lo inabita, che è egli stesso ‘domanda’: El = chi? quale? Secondo una lettura qabalistica la parola adamah (da cui adam) – terra può significare: l’uno che nel sangue interroga.
In questa scoperta-rivelazione del grande patriarca, padre nella fede, sta la matrice originante della vicenda spirituale dell’intero Israele. Compito mai esaurito, sempre aperto alle novità e agli appuntamenti incerti con la storia.

2. Mosè, l’amico di Dio

Analoga è la vicenda del grande legislatore e guida di Israele, Mosè. Fuggito dall’Egitto perché assassino ricercato dalle guardie del faraone, nell’isolamento in terra di Madian come pastore comprende che anche i più nobili ideali della cultura egiziana, in cui era cresciuto, non bastano a iniziare un autentico cammino di libertà per sé e per il suo popolo. Durante le lunghe ore di inattività mentre segue il bestiame del suocero Ietro, Mosè rilegge il proprio passato, aiutato certo anche dagli strumenti intellettuali assorbiti in Egitto. Indaga intensamente sulle dinamiche profonde che reggono le vicende umane e un giorno sente esplodere dentro di sé una verità incredibile che egli espliciterà nel nome, JHWH , che può essere reso: ‘io sono colui che sarò’. Si interroga fra i tormenti sull’azione da svolgere per tirar fuori il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto, dubita, è perplesso e avanza scuse che svaniscono davanti all’ingiunzione divina di procedere armato solo del bastone ricavato dal serpente, simbolo della costante presenza e signoria di Dio. Questo lo accompagnerà per tutta l’attraversata del deserto a ricordargli che non è lui che libera ma solo Dio.
Immerso in tale introspezione del mistero della vita, Mosè elabora sotto forma di schema simbolico la trama del percorso da compiere nell’esistenza singola e collettiva: è quanto ci viene indicato con le ‘dieci piaghe’ o meraviglie e portenti divini. Ognuna di esse rappresenta una tappa nella crescita umana e insieme anche lo sfacelo qualora ci si rifiutasse di percorrerla.
La voce interiore continua a sollecitare la grande guida ebraica fino al monte Sinai: la montagna sacra, luogo enigmatico dell’incontro della terra con il cielo, vetta a cui l’intera bibbia farà riferimento fino alle vicende di Gesù e continuerà ad attrarre gli sguardi dei cercatori di Dio anche nel succedersi delle generazioni cristiane. Lassù simbolicamente verrà sancito il patto bruciante dell’amore di Dio per il suo popolo e da lì scenderanno le parole luminose fondanti la sua vita attraverso i secoli.
Al momento della morte, secondo una tradizione ebraica, Dio scese dal cielo, dette un bacio sulle labbra a Mosè e portò via con sè la sua anima.

3. Giobbe, l’uomo che aspira alle nozze divine

Non si tratta di un personaggio storico. Dall’insieme del racconto emerge la figura paradigmatica di ogni essere umano teso all’incontro sponsale con Dio in una dinamica di spogliazione e di crescita continua. La continuazione di questo libro della bibbia secondo alcuni potrebbe essere il ‘Cantico dei cantici’.
Benché il racconto segua necessariamente uno sviluppo all’esterno, la vicenda si svolge tutta nell’intimo di Giobbe. In lui si attuano la seduta del consiglio divino e gli incontri fra Dio e Satana, come pure dentro di lui si scontrano le tesi teologiche sostenute dai suoi amici. E’ l’uomo talmente amato da Dio che è indotto a rompere le sue ‘pelli’, tutti gli schemi mentali che hanno sorretto la sua vita e a andare verso nuovi orizzonti di luce. Non è tanto il tema della sofferenza quello affrontato da Giobbe, quanto la verità di se stesso e di Dio che egli indaga con indomito ardore.
Potremmo dire che Giobbe rappresenti il tormento che accompagna ogni essere umano che tenti di essere autentico: tutto infatti cade senza pietà, rimane solo la sete inesausta della bontà delle cose e della vita. Per questo è stato il libro biblico preferito da grandi mistici e cercatori di Dio, come Teresa di Lisieux o David Turoldo.
Al termine della sua drammatica ricerca, Giobbe ha una visione travolgente che egli descrive come un lungo discorso di Dio che lo invita a osservare dieci animali nella ricchezza del loro simbolismo e a trarne le conseguenze. C’è una piena corrispondenza in questo con quanto narrato nelle dieci piaghe d’Egitto. E’ il linguaggio biblico, tipico di quella cultura ma estremamente ricco e suggestivo.
Giobbe si lancia in questa avventura che lo porterà al gesto di adorazione finale: ha visto il mondo di Dio aldilà delle strettoie mentali e psichiche in cui lo aveva chiuso l’educazione tradizionale. Con dolore e contorsioni si è liberato delle vecchie ‘pelli’ che lo asfissiavano e ha accettato i nuovi orizzonti sconfinati che avvertiva più consoni alla propria realizzazione umana. “Ora i miei occhi ti hanno visto e io mi prostro nella polvere e ti adoro”, egli dice: è la nuova professione di fede che gli sgorga dal cuore.

4. Maria, rinnovatrice dell’alleanza

Le prime parole di Maria, secondo il vangelo di Luca, sono espressioni interroganti: “Com’è possibile…?”, dice all’angelo Gabriele. E il poeta commenta: “La tua prima parola, Maria, / ti chiediamo di accogliere in cuore: / come sia possibile ancora / concepire pur noi il suo Verbo” (D.M.Turoldo). In lei dunque possiamo riconoscere la vera natura dell’uomo: creatura sempre aperta alla domanda, a spazi nuovi, a prospettive inesplorate.
I biblisti sono in gran parte concordi nel riconoscere nel racconto dell’annunciazione il rinnovo dell’alleanza, a immagine di quello dell’Esodo che riferisce la risposta del popolo alle parole di Dio che Mosè riporta: “Quanto il Signore ha detto noi lo faremo”. All’angelo Maria alla fine dice: “Si faccia di me secondo la tua parola”. L’impegno del popolo ebreo è la conclusione di un lungo processo di maturazione collettiva della sua identità di persone scelte da Dio per un compito estensibile a tutta l’umanità; in Maria questo stesso processo sfocia in una coscienza profonda del proprio compito in ordine alla salvezza del mondo intero. In un vangelo apocrifo si narra che la piccola Maria nel tempio venne incaricata di tessere un panno con materiale prezioso, immagine della tessitura interiore della sua coscienza aperta agli imperscrutabili disegni divini.
In altri passi dei vangeli troviamo Maria impegnata con fatica a comprendere le parole del figlio, a sviscerarne i significati reconditi, a orientarsi sempre da capo alla novità sorprendente che scopre giorno dopo giorno. Luca sottolineerà che “Maria conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Ecco il dialogo d’amore fra Dio e la sua serva che si svolge in continuità, destinato a fiorire in una disponibilità rinnovata al volere dell’alto.

5. Gesù in dialogo con il Padre

“Gesù cresceva in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini”. Dobbiamo prendere sul serio queste parole di Luca come individuazione del cammino umano dell’uomo di Narareth di Galilea nel suo compiersi secondo il volere di Dio. Come gli altri personaggi biblici, Gesù vive pienamente nella sua esistenza da ebreo la storia del suo popolo: i percorsi di vita dei patriarchi, della peregrinazione nel deserto, delle tribù insediate in Palestina e sottoposte a vicende alterne di bene e di disgrazie, le storie dei profeti, rivivono profondamente in lui.
Gli scritti neotestamentari non contengono la biografia di Gesù e nemmeno vogliono essere delle ricerche storiche sulla vita delle comunità cristiane anche se ci offrono dei dati precisi sulle loro condizioni. Ad essi interessa offrire una testimonianza di fede sul Signore Gesù raccogliendo quanto era stato tramandato dai testimoni oculari e interpretato alla luce dell’esperienza di pasqua.
Un elemento significativo dell’agire di Gesù lo riscontriamo nel suo ritirarsi spesso in solitudine e preghiera, fino all’ultima fase nel Getsemani. In questi momenti egli riconosce la propria verità di uomo amato dal Padre e da lui sostenuto nel suo compito di liberatore e salvatore. In quella intimità con se stesso egli incontra e parla con il Dio che sente come il principio assoluto e la fonte del suo vivere e operare. In questa profonda unione Gesù apprende a rileggere le scritture e a esplicitarne il senso in tutte le sue accezioni.
Potremmo sostenere che da questi dialoghi segreti nascano le parole di Gesù, la proclamazione delle beatitudini, le parabole, i vari insegnamenti, i suoi gesti di guarigione e di liberazione dal male, le sue azioni propositive e provocatrici di uscita da forme di ipocrisia e di falsità. Soprattutto da questa condivisione profonda con il Padre deriva la fedeltà alla propria verità di uomo portata alle estreme conseguenze con la morte in croce.
I discepoli, dopo la sua scomparsa fisica, avvertiranno a loro volta di essere gli interlocutori di Dio. Le comunità cristiane attraverso i secoli si applicheranno a riscoprire sempre d’accapo le scritture, a confrontarsi con coraggio con gli eventi della storia, a interrogarsi con fervore sulla fedeltà a loro richiesta al Signore Gesù. I frutti di tale dialogo ininterrotto con Dio saranno testimonianze gloriose di vita, scritti nobilmente impegnati, opere d’arte di meravigliosa bellezza. La loro esistenza sarà una testimonianza continua di una condivisione profonda con il mistero divino.

Conclusioni

In sintesi si potrebbero tratteggiare alcune brevi conclusioni dagli esempi qui citati:

1.Dio, ineffabile, che non sopporta alcuna determinazione, viene colto dagli esseri umani come fondamento unitario di tutto ciò che esiste nell’intimità della loro persona. Tale scoperta è individuata come presenza viva, come rivelazione, come parola dialogante e illuminante.

2) Il processo che conduce a tale riconoscimento è sempre diverso per ogni individuo, alterna fasi di buio, di esaltazione, di frenesia o di delusione; si inserisce nelle specifiche condizioni culturali, psichiche e religiose delle persone; risente degli influssi più diversi originati da fatti, persone, cose, sentimenti, scritti e tradizioni orali.

3) Radicalmente esso muove dal desiderio profondo di vivere in pienezza l’esistenza ricevuta e compresa come originata dal principio divino attivo in esso. Con questa animazione svolge una ricerca appassionata in sintonia con tutti i cercatori della verità.

4) Come abbiamo visto, sia nella matrice mesopotamica con Abramo che in quella egiziana con Mosè, gli uomini si riconoscono come portatori di domande, di interrogativi, di ricerche continue. Gli attori di queste vicende avvertono che la propria essenza umana coincide con quella divina che li inabita. Dio è la domanda, gli uomini vivono dentro questo interrogarsi. In questo si sviluppa il dialogo ininterrotto tra lui e gli esseri umani. Tutto è posto al futuro: il nome divino, l’obiettivo del viaggiare, la formazione della coscienza. Ciò comporta un processo di ‘morte e risurrezione’ continua sulla scia delle parole di Gesù: “Se il chicco di grano (il figlio) non si disfa sotto terra, non potrà portare frutto”. Torna a questo punto di grande rilievo il simbolo del numero 4 e del multiplo 40, che in ebraico corrisponde a dalet e in greco a delta: significa, come del resto anche nell’uso della liturgia cristiana, che l’individuo, formatosi adeguatamente, deve uscire, deve sfociare sempre in nuove condizioni di vita.

Vorrei concludere con alcune parole tratte dal Diario di Etty Hillesum, ebrea impregnata dello spirito biblico, che mi sembrano in piena sintonia con quanto detto sinora: “ Una cosa mi sta diventando sempre più chiara: tu non puoi aiutarci, Dio, noi dobbiamo aiutare te ad aiutare noi stessi. Ed è tutto quanto possiamo fare in questi giorni e pure quanto realmente conta: noi salviamo quel piccolo pezzo di te, Dio, in noi stessi. E forse, pure negli altri… Tu non puoi aiutaci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”.
[www.priorato-santegidio.it]

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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