La donna del sabato santo
[Da lettera pastorale di Carlo M. Martini, 2001]

Nel Venerdì santo, dopo la morte di Gesù, il discepolo Giovanni “prese Maria con
sé” (Gv 19,27), nel suo cuore e nella sua casa. Non è facile immaginare ciò che
questo vuol dire: si tratta di una casa in Gerusalemme? O di un semplice luogo di
appoggio per i pellegrini della Galilea a Gerusalemme in occasione della Pasqua?
Cerco di introdurmi in questa casa dove la Madre di Gesù vive il suo “Sabato santo”
e di iniziare, col permesso di Giovanni, un dialogo con lei. Un dialogo fatto anzitutto
di contemplazione del suo modo di vivere questo momento drammatico.
Contemplo Maria: è rimasta in silenzio ai piedi della croce nell’immenso dolore della
morte del Figlio e resta nel silenzio dell’attesa senza perdere la fede nel Dio della
vita, mentre il corpo del Crocifisso giace nel sepolcro. In questo tempo che sta tra
l’oscurità più fitta – “si fece buio su tutta la terra” (Mc 15,33) – e l’aurora del giorno
di Pasqua – “di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato… al levar del sole” (Mc
16,2) – Maria rivive le grandi coordinate della sua vita, coordinate che risplendono
sin dalla scena dell’Annunciazione e caratterizzano il suo pellegrinaggio nella fede.
Proprio così ella parla al nostro cuore, a noi, pellegrini nel “Sabato santo” della storia.
1. Tu nel sabato del silenzio di Dio sei e rimani la “Virgo fidelis” e ci ottieni la
“consolazione della mente”.
Che cosa ci dici, o Madre del Signore, dall’abisso della tua sofferenza?
Che cosa suggerisci ai discepoli smarriti?
Mi pare che tu ci sussurri una parola, simile a quella detta un giorno dal tuo Figlio:
“Se avrete fede pari a un granellino di senapa…!” (Mt 17,20).
Che cosa vuoi comunicarci? Tu vorresti che noi, partecipi del tuo dolore,
partecipassimo anche della tua consolazione. Tu sai, infatti, che Dio “ci consola in
ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in
qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi
da Dio” (2 Cor 1,4).
E’ la consolazione che viene dalla fede.
Tu, o Maria, nel Sabato santo sei e rimani la “Virgo fidelis”,
la Vergine credente, tu porti a compimento la spiritualità di Israele,
nutrita di ascolto e di fiducia…
Noi non sappiamo, o Maria, da quale tipo di consolazione profonda sei stata sostenuta
nel tuo Sabato santo. Siamo certi però che Colui che ti ha gratificata di tali doni in
momenti decisivi della tua esistenza ti ha sostenuto anche in quel giorno, in
continuità con tutte le grazie precedenti. La forza dello Spirito, presente in te fin

dall’inizio, ti ha sorretto nel momento del buio e dell’apparente sconfitta del tuo
Gesù. Tu hai ricevuto il dono di poterti fidare fino in fondo del disegno di Dio e ne
hai riconosciuto nel tuo intimo la potenza e la gloria. Tu ci insegni così a credere
anche nelle notti della fede, a celebrare la gloria dell’Altissimo nell’esperienza
dell’abbandono, a proclamare il primato di Dio e ad amarlo nei suoi silenzi e nelle
apparenti sconfitte. Intercedi per noi, o madre, perché non ci manchi mai quella
consolazione della mente che sostiene la nostra fede e fa sì che da un granello di
senapa spunti un albero capace di offrire rifugio agli uccelli del cielo (cf Mt 13,31-
32).
2. Tu nel sabato della delusione sei la Madre della speranza e ci ottieni la
“consolazione del cuore.
Che cosa ci dici ancora, o Maria, dal silenzio che ti avvolge? Ti sento ripetere, come
un sospiro, la parola del tuo Figlio: “Con la vostra perseveranza salverete le vostre
anime” (Lc 21,19).
La parola “perseveranza” può essere tradotta anche con “pazienza”. La pazienza e la
perseveranza sono le virtù di chi attende, di chi ancora non vede eppure continua a
sperare: le virtù che ci sostengono di fronte agli “schernitori beffardi, i quali gridano:
‘Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli
occhi tutto rimane come al principio della creazione’” (2Pt 3,3-4).
Tu, o Maria, hai imparato ad attendere e a sperare. Hai atteso con fiducia la nascita
del tuo Figlio proclamata dall’angelo, hai perseverato nel credere alla parola di
Gabriele anche nei tempi lunghi in cui non capitava niente, hai sperato contro ogni
speranza sotto alla croce e fino al sepolcro, hai vissuto il Sabato santo infondendo
speranza ai discepoli smarriti e delusi. Tu ottieni per loro e per noi la consolazione
della speranza, quella che si potrebbe chiamare “consolazione del cuore”.
Se la “consolazione della mente” comporta una illuminazione dell’intelletto e una
“apertura degli occhi” (cf Lc 24,31), la “consolazione del cuore” (cf Lc 24,32) – o
“consolazione affettiva” – consiste in una grazia che tocca la sensibilità e gli affetti
profondi inclinandoli ad aderire alla promessa di Dio, vincendo l’impazienza e la
delusione. Quando il Signore sembra in ritardo nell’adempimento delle sue promesse,
questa grazia ci permette di resistere nella speranza e di non venir meno nell’attesa.
E’ la “speranza viva” di cui parla Pietro (cf 1Pt 1,3), è la “speranza contro ogni
speranza” di cui parla Paolo a proposito di Abramo (cf Rom 4,18), il quale “per la
promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a
Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di
portarlo a compimento” (Rom 4,20-21).
Tu, o Madre della speranza, hai pazientato con pace nel Sabato santo e ci insegni a
guardare con pazienza e perseveranza a ciò che viviamo in questo sabato della storia,
quando molti, anche cristiani, sono tentati di non sperare più nella vita eterna e
neppure nel ritorno del Signore. L’impazienza e la fretta caratteristiche della nostra

cultura tecnologica ci fanno sentire pesante ogni ritardo nella manifestazione svelata
del disegno divino e della vittoria del Risorto. La nostra poca fede nel leggere i segni
della presenza di Dio nella storia si traduce in impazienza e fuga, proprio come
accadde ai due di Emmaus che, pur messi di fronte ad alcuni segnali del Risorto, non
ebbero la forza di aspettare lo sviluppo degli eventi e se ne andarono da
Gerusalemme (cf Lc 24,13ss.).
Noi ti preghiamo, o madre della speranza e della pazienza: chiedi al tuo Figlio che
abbia misericordia di noi e ci venga a cercare sulla strada delle nostre fughe e
impazienze, come ha fatto con i discepoli di Emmaus. Chiedi che ancora una volta la
sua parola riscaldi il nostro cuore (cf Lc 24, 32).
Intercedi per noi affinché viviamo nel tempo con la speranza dell’eternità, con la
certezza che il disegno di Dio sul mondo si compirà a suo tempo e noi potremo
contemplare con gioia la gloria del Risorto, gloria che già è presente, pur se in
maniera velata, nel mistero della storia.
3. Tu, nel sabato dell’assenza e della solitudine, sei e rimani la madre dell’amore e ci
ottieni la “consolazione della vita”.
A questo punto, o Maria, azzardo un’ultima domanda: ma che senso ha tanto tuo
soffrire? Come puoi rimanere salda mentre gli amici del tuo Figlio fuggono, si
disperdono, si nascondono? Come fai a dare significato alla tragedia che stai
vivendo? Mi pare che tu risponda di nuovo con le parole del tuo Figlio: “Se il chicco
di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto
frutto” (Gv 12,24).
Il senso del tuo soffrire, o Maria, è dunque la generazione di un popolo di credenti.
Tu nel Sabato santo ci stai davanti come madre amorosa che genera i suoi figli a
partire dalla croce, intuendo che né il tuo sacrificio né quello del Figlio sono vani. Se
lui ci ha amato e ha dato sé stesso per noi (cf Gal 2,20), se il Padre non lo ha
risparmiato, ma lo ha consegnato per tutti noi (cf Rom 8,32), tu hai unito il tuo cuore
materno all’infinita carità di Dio con la certezza della sua fecondità. Ne è nato un
popolo, “una moltitudine immensa… di ogni nazione, razza, popolo e lingua” (Ap
7,9); il discepolo prediletto che ti è stato affidato ai piedi della croce (“Donna, ecco il
tuo figlio”, Gv 19,26) è il simbolo di questa moltitudine.
La consolazione con la quale Dio ti ha sostenuto nel Sabato santo, nell’assenza di
Gesù e nella dispersione dei suoi discepoli, è una forza interiore di cui non è
necessario essere coscienti, ma la cui presenza ed efficacia si misura dai frutti, dalla
fecondità spirituale. E noi, qui e ora, o Maria, siamo i figli della tua sofferenza.
La percezione di una forza che ci ha accompagnato in momenti duri, anche quando
non la sentivamo e ci sembrava di non possederla, è una esperienza vissuta da tutti
noi. Ci pare a volte di essere abbandonati da Dio e dagli uomini, e però, rileggendo in
seguito gli eventi, ci accorgiamo che il Signore aveva continuato a camminare con

noi, anzi a portarci sulle sue braccia. Ci succede un po’ come a Mosé sul monte Oreb:
egli riuscì a vedere qualcosa della gloria di Dio, che desiderava tanto contemplare
(“Mostrami la tua gloria!”, Es 33,18) solo quando era già passata (cf Es 33,19-22).
Una tale consolazione opera in noi e ci sostiene efficacemente, pur senza una
consapevole illuminazione della mente e una percepita mozione degli affetti del
cuore; essa opera dandoci la forza di resistere nella prova quando tutto intorno è
oscurità. La chiamo “consolazione sostanziale” perché tocca il fondo e la sostanza
dell’anima, ben al di sotto di tutti i moti superficiali e consci; oppure “consolazione
della vita” perché i suoi effetti si esprimono nella quotidianità permettendoci di stare
in piedi nei momenti più duri (“resistere nel giorno malvagio”, Ef 6,13), quando la
mente sembra avvolta dalla nebbia e il cuore appare stanco.
Tu conosci, o Maria, probabilmente per esperienza personale, come il buio del Sabato
santo possa talora penetrare fino in fondo all’anima pur nella completa dedizione
della volontà al disegno di Dio. Tu ci ottieni sempre, o Maria, questa consolazione
che sostiene lo spirito senza che ne abbiamo coscienza, e ci darai, a suo tempo, di
vedere i frutti del nostro “tener duro”, intercedendo per la nostra fecondità spirituale.
Non ci si pente mai di aver continuato a voler bene! Ci accorgeremo allora di aver
vissuto un’esperienza simile a quella di Paolo che scriveva ai Corinti: “In noi opera la
morte, ma in voi la vita” (2 Cor 4,12).
Tu, o Maria, sei madre del dolore, tu sei colei che non cessa di amare Dio nonostante
la sua apparente assenza, e in Lui non si stanca di amare i suoi figli, custodendoli nel
silenzio dell’attesa. Nel tuo Sabato santo, o Maria, sei l’icona della Chiesa
dell’amore, sostenuta dalla fede più forte della morte e viva nella carità che supera
ogni abbandono. O Maria, ottienici quella consolazione profonda che ci permette di
amare anche nella notte della fede e della speranza e quando ci sembra di non vedere
neppure più il volto del fratello!
Tu, o Maria, ci insegni che l’apostolato, la proclamazione del Vangelo, il servizio
pastorale, l’impegno di educare alla fede, di generare un popolo di credenti, ha un
prezzo, si paga “a caro prezzo”: è così che Gesù ci ha acquistati: “Voi sapete che non
a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota
condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo” (1 Pt 1,18-
19). Donaci quell’intima consolazione della vita che accetta di pagare volentieri, in
unione col cuore di Cristo, questo prezzo della salvezza. Fa’ che il nostro piccolo
seme accetti di morire per portare molto frutto! e nella forza della fede, sostenendo la
fragile speranza dei discepoli.

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