FEBBRAIO: Santa Maria, donna dell’Incontro

“Si privilegi la qualità dei rapporti umani, secondo giustizia e nella pace”

C’è un’immagine a noi molto nota di Maria che viene alla mente pensando alla Donna dell’incontro: è la splendida statua quattrocentesca di Girolamo da Vicenza, che adorna l’altare maggiore della chiesa di Santa Maria del Cengio.

È una Madonna insolita per i modelli iconografici mariani, del suo tempo e non solo: la Donna, in piedi, tiene il Bambino appoggiato sul braccio destro, in posizione orizzontale e in alto, all’altezza del petto, e lo osserva intensamente. Con l’altra mano sorregge con un gesto sicuro il panneggio del mantello, perché non le intralci il cammino.

Maria è raffigurata infatti in movimento, come se ci venisse incontro. Non è seduta in trono, non porta corona e il suo vestiario è quello in uso al suo tempo: è una donna, in tutto e per tutto.
Il riferimento biblico è l’episodio della presentazione al tempio di Gesù, ma l’artista è riuscito ad andare ben oltre il fatto storico, condensando mirabilmente nell’immagine una tale densità di significati teologici da rendere questa statua, a mio vedere, un capolavoro di sintesi mariologica.
Abbiamo bisogno d’immagini per dare corpo alla nostra fede, immagini che siano sintetiche e generative come questa, perché un’immagine efficace racchiude un’intera narrazione: basta evocarla nella memoria e sostare sui suoi particolari perché il racconto si attivi e susciti nuovo respiro alla nostra fede. Sostare in contemplazione almeno una volta davanti a questa immagine e poi portarla con sé, intrecciandola alla nostra vita, può dare un sapore buono a tutte le nostre relazioni.
La Madonna di Santa Maria del Cengio ci viene incontro: con quale atteggiamento? Maria è sospinta dalla grazia verso il mondo: non è immobile a mani giunte e occhi al cielo, il suo rapporto stretto con Dio non ha attenuato il suo interesse per il mondo. Al contrario lo sente come luogo della presenza di Dio e dà importanza a tutte le cose umane: “Non hanno vino”, dice Maria a Cana, attenta a ciò che dà gioia alla nostra vita, che le dona il brio della festa (Gv 2,2).
Maria cammina, niente la trattiene: è libera. Anche noi possiamo muoverci, fare un passo per uscire dalle gabbie dell’individualismo, fatte di paura e diffidenza, e scoprire che fuori c’è la vita che ci aspetta. “Se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino” (H. D. Thoreau).
Maria sa di avere un compito decisivo: portare il Bambino.

Lo compie con estrema serietà e concentrazione, con gli occhi fissi su di lui. Anche noi possiamo andare incontro agli altri come messaggeri di lieti annunci, portando parole d’amore, di speranza e di fiducia nell’uomo e nel mondo, e considerarlo come il lavoro più importante della nostra vita.
Maria è, allo stesso tempo, regale e semplicemente umana, “umile e alta”, come scrive Dante.

Anche noi possiamo esserlo, se ricordiamo ogni giorno la grande dignità della nostra vocazione, a cosa siamo chiamati.

Lasciamo che l’amore di Dio ci dilati il cuore e ci renda non solo miti e compassionevoli, ma anche coraggiosi e d’animo grande.
C’è un immenso bisogno oggi di nobiltà d’animo. “Una delle azioni più rasserenanti e potenti che potete fare per intervenire in un mondo in tempesta è stare in piedi e mostrare la vostra anima.
Un’anima sul ponte nei momenti bui risplende come l’oro” (C. Pinkola Estes).
Maria è diritta, sicura e fiera. Si sente emanare una grande forza da lei, insieme a distensione: si capisce che il Bambino è al sicuro su quelle braccia. Anche noi possiamo puntare a essere sempre più affidabili, uomini e donne di parola, delle oasi di pace per chi ci sente dire: conta su di me.
[marina.marcolini@gmail.com]

 

NASCERE…di Romano Guardini [a cura di Giuliana Fabris]

Il 17 Febbraio è il 130° anniversario della nascita di Romano Guardini, il “compleanno” che in tedesco è Geburtstag-giorno della nascita. E al nascere Guardini ha dedicato una importante riflessione nel libro del 1957, per i tempi ormai anziano, “Le età della vita” (ed. Vita e Pensiero, Milano 1999).

“…la psicologia del profondo ha evidenziato che la vita nel grembo materno è una vita autentica: si tratta di uno sviluppo non soltanto fisiologico, ma anche psicologico. Cosa che, d’altronde, ogni vera madre sa per esperienza.
Uno dei compiti fondamentali della gravidanza è costituito appunto dalla preoccupazione tanto di un corretto compimento di questa crescita sia fisica che psichica, quanto di evitare traumi dovuti a un comportamento errato della madre, ad angosce, a privazioni e ad altro.
Ma la crisi sta nell’atto stesso della nascita.
Lo stato di vita nel grembo materno è quello di una perfetta simbiosi: il bambino vive nella sfera vitale della madre. Con la nascita egli se ne stacca. Ma il problema è se questo distacco si compia realmente e completamente, e inoltre se il passaggio si effettui in modo corretto.
D’altra parte, l’eventualità che non si effettui il distacco interiore, psichico, cioè l’ingresso nell’ esistenza individuale, sembra aver particolare importanza nell’insorgere della malinconia (schwermut- abbattimento), nella quale pare operi il desiderio di ritornare nella sicurezza del grembo materno.
I compiti etici sono qui, naturalmente, quelli dei genitori, in particolare della madre…”

La malattia della malinconia riguardò anche Guardini, che la ereditò dalla madre; ma lui ne fece un compito, una vocazione e missione, come nostalgia dell’Infinito, rapporto con Dio.

L’immagine della Madre

 

madonnaIl Bambino, disteso sul braccio destro di Maria, è colto a pochi giorni dalla nascita.
La completa nudità vuole evidenziare come Dio si è incarnato in Cristo come vero uomo. L’infante è steso in posa rigida e innaturale in braccio alla Madre e dorme già il suo metaforico sonno di morte.

Il suo braccio destro pendente, come abbandonato dalla vita, e la mela stretta nella sinistra (oggi quel frutto è perduto: ne rimane documentazione solo in due foglie superstiti, altrimenti senza significato) anticipano la missione del neonato: la futura morte per la salvezza dell’umanità.

Ma il suo dormire avviene ad occhi aperti per annunciare l’azione temporanea della morte e la successiva resurrezione. Maria, su cui si concentra l’attenzione del nostro sguardo, si rivela partecipe, nell’espressione e nella postura, del destino del Figlio.

Pur tenendo in braccio Gesù ancora infante e avendo con lui un rapporto di contatto, è consapevole dell’immenso dolore che dovrà portare nel suo ruolo di corredentrice della volontà divina. Il gruppo scultoreo trova così identità nel Bambino che ricorda come Dio fattosi uomo prende su di sé il peccato del mondo e ne sostiene il peso della redenzione, ma con più evidenza rappresenta Maria come Madre del futuro Salvatore.
I devoti isolani, frequentando la chiesa sulla cengia all’indomani della collocazione della statua, di fronte a quella nuova immagine ebbero di sicuro un sussulto di stupore. Ai loro occhi era proposta non la tradizionale iconografia della Madonna in trono, Sedes sapientiae, ma la Vergine come Donna e, nell’atteggiamento di stringere a sé il figlio, come Madre. A Isola era un’assoluta novità artistica e teologica.

Lentamente il devoto elaborò nella sua mente e interiorizzò nell’animo un nuovo modello ideale e simbolico dell’interlocutore sacro. Per ogni isolano la Madonna s’identificava in quell’immagine. Quella, per loro, era la Madonna: una Madre che mostra attenzione al Figlio, che sa contenere e dare significato a tutte le vicende della vita. Una Madre presente, attenta, partecipe.

L’umanizzazione della statua, nel corso delle drammatiche vicende d’inizio Cinquecento, interiorizzò ancor più quell’immagine mentale, fissandola in un’icona perpetua. La Madonna di Isola trovò il suo significato nella Madre che rivolge lo sguardo ed entra in comunicazione con ogni figlio: Madre di pietà, di misericordia, di compassione.

(Albano Berlaffa)

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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