Lc 4, 14-21

 

Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente

e sedette. Nella sinagoga gli occhi di tutti

erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro:

Oggi si è compiuta questa Scrittura

che voi avete ascoltato”.

 

Quel gesto perentorio di Gesù che chiude il libro e pone la sua vita al posto del libro. È come in 100 chiodi. La fede cristiana non può essere contenuta dentro un libro. Non può essere irrigidita in una dottrina, in una morale, in una istituzione. La fede cristiana è nella vita, è vita. Per questo porta vento di liberazione e di gioia. E per questo è difficile. Esige capacità di cambiamento e trasformazione, creatività e tanto coraggio.

E infatti Gesù a chi vuol essere perfetto non dà l’ennesima norma, non pro-pone una supermorale, ma dice: seguimi, cioè: vieni con me dentro la vita, con me che sono la vita. Sporcati le mani con la vita, affondaci dentro, come il samaritano che non teme il sangue. Non tenertene alla larga, riparato dai tuoi rassicuranti riti che ti lasciano le mani bianche. Vieni a vivere la vita in pro-fondità, dentro l’amore e dentro il dolore, e sicuramente sbaglierai, perché solo chi non ama e non vive non sbaglia, ma ciò che conta è che con le tue mani tu curerai e fascerai ferite. La nostra purezza, la nostra santità, sta nel lasciarci abbracciare da un amore che rende immacolata ogni cosa che tocca.

[marina.marcolini@gmail.com]

Per favore, non rubatemi / la mia serenità.

E la gioia che nessun tempio / ti contiene, / o nessuna chiesa / t’incatena:

Cristo sparpagliato / per tutta la terra, / Dio vestito di umanità:

Cristo sei nell’ultimo di tutti / come nel più vero tabernacolo:

Cristo dei pubblicani, / delle osterie, dei postriboli,

il tuo nome è “colui / che-fiorisce-sotto-il-sole”.

(D. M. Turoldo)

 

Dallo sguardo di Romano Guardini:Eternità

(a cura di Giuliana Fabris)

 

Nell’ultima parte de La madre del Signore, una lettera (ed. Morcelliana), Guardini, pensando all’Assunzione di Maria e alla sua morte, avendo ben pre-sente il problema teologico che qui sta ma sempre attento di fatto a noi, perché ciò che dice la teologia ci aiuti realmente nella nostra vita, dice: “L’epoca moderna ha dimenticato da lungo tempo la dottrina cristiana sulla morte. Ma in tal modo essa, anche laddove discorre di una indistruttibilità dello spirito umano, ha perso il punto di sostegno a proposito della morte…La naturalizza come ovvio fine del processo biologico. La esorcizza come ultima espressione della tragicità dell’esistenza. La glorifica come potenziamento dionisiaco della vita….La tecnicizza [egli pensava ai milioni di morti programmati dallo Stato nazista e comunista; noi possiamo anche pensare alla morte tecnica negli ospe-dali!]...L’uomo moderno tuttavia capitola davanti a tutto ciò” (pag 59).

Guardini afferma con decisione che per un cristiano la morte “è al tempo stesso fine ed inizio”: -“Fine” perché dovremmo ricordare in tutta la nostra vita, per lo meno adulta, che di ogni cosa si dice bene quando è finita, compiuta, e raramente è bello ciò che è incompiuto (ciò accade solo nell’arte e talvolta): così dobbiamo progettare le cose della vita per portarle a termine e pensarle sempre dal loro compimento. – “Inizio” perché qui si tratta dell’ Eternità, di cui ne Le cose ultime (ed. Vita e Pensiero)Guardini dice che è una relazione, non è quel-lo che verrà solo dopo la vita, ma invece è, nel presente, il succo della vita, l’e-terno Io e Tu intradivino. Lo spazio che sta tra di loro, la sua intimità, il suo silenzio e la sua pienezza sono la vera eternità.

Significa che la morte, che in questo mese si celebra nel ricordo dei nostri morti, deve illuminarci su due fronti: – da un lato stimolarci a progettare in funzione di portare a termine le cose, e a pensare ogni nostro agire in funzione della completezza;- dall’altro a farci custodire come un profezia tutti i momenti di eternità, che sono tanti, ed in cui per un momento, improvvisamente, per-cepiamo un nuovo modo di essere, sentiamo di non aver bisogno delle tante cose del mondo, siamo senza tempo, in perfetta pace, in una Grande Presenza: l’Eternità è il centro di tutto. Tutto procede dall’eternità, tutto ritorna ad essa (pag 106).

Il chiostro: oltre il tempo e lo spazio

Entrando nel chiostro sulla cengia, bastano pochi passi per essere presi da un imprevisto incantamento, per percepire un’armonia inattesa. Il chiostro si presenta piccolo, ma proprio la dimensione ridotta permette a colpo d’occhio di apprezzare l’equilibrio compositivo. Nell’angolo a nord-est, sopravvivono isolati alcuni origi-nari elementi della prima costruzione: un portale a sesto acuto affiancato in entrambi i lati da una coppia di picco-le finestre trilobate e una primitiva porticina che richia-

mano lo stile tardo gotico del secondo Quattrocento. Fu allora, nel 1456, che si diede inizio alla costruzione del convento. A quell’epoca e a quello stile si connettono anche le co-lonne e i capitelli che sorreggono il portico.

Ma è nell’impianto rinascimentale del primo Cinquecento che si avverte un disegno com-plessivo. Allora la ristrutturazione degli edifici, necessaria per riparare i danni causati dal-l’incendio appiccato dagli armigeri imperiali nel 1513, compose uno spazio ragionato, con-globando gli elementi costruiti in precedenza e che, nel periodo iniziale dell’impianto del convento, erano stati dettati dalla fretta di una necessità abitativa.

Un perfetto quadrato segna lo spazio, caratterizzando il tutto secondo una valenza simbo-lica. Ognuno dei quattro lati, cadenzati da quattro pilastri angolari, si sviluppa in quattro colonne. L’allestimento spaziale, che insiste con voluto significato sul numero quattro, impone il susseguirsi di un ritmo ripetuto, senza inizio e senza fine. Ogni angolo visuale, parziale o d’insieme, suscita la sensazione dell’appartenenza a un fluire ordinato e inin-terrotto del tempo, avulso dalle inquietudini caotiche del mondo, che rispecchia invece l’armonia del creato e preannuncia una dimensione beata.

In mezzo è collocato il pozzo. [La particolarità della cengia non ha permesso di attingere l’acqua a una falda, ma da una sottostante cisterna ricavata scalpellando la roccia.] La cen-tralità della vera del pozzo simboleggia l’albero della conoscenza del bene e del male, da cui si dipartono i quattro impluvi a ricordo dei quattro fiumi dell’Eden.

Le quattro colonne di ogni lato, coronate da un arco a tutto sesto ribassato, creando cin-que aperture operano la rottura di uno schema rigido. La disparità impone un asse media-no, sottolineato dall’interruzione del muretto di base, attuando così un gioco di simmetrie e riflessi di specularità. L’equilibrio bilanciato di ogni singola parte e del tutto insieme in-fonde un globale senso di armonia e bellezza, suscitando l’impressione di una dimensione oltre il tempo e lo spazio.

Questo era ed è il fulcro del convento. Spazio intimo e interiore, luogo custodito, dove la chiusura della dimensione orizzontale e l’apertura dell’estensione verticale proietta verso l’alto dei cieli. Questo quadrato sacro, punto centrale, protetto e perfetto, sorta di zenit mistico, invita al ritmo della preghiera e infonde all’azione un respiro spirituale.

(Albano Berlaffa)

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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