I commenti di p. Ermes al Vangelo del 17 gennaio, per  i social e Avvenire

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro – dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». (…) Giovanni 1,35-42

per i social

Maestro, dove abiti? Cerco la casa dove stare ai tuoi piedi, ad
ascoltare parole che fanno vivere.

PIU’ IN LA’

Due discepoli lasciano il vecchio maestro e si incamminano per
sentieri sconosciuti, dietro a un giovane rabbi di cui ignorano
tutto, eccetto una immagine, una metafora folgorante: ecco,
l’agnello di Dio!
Gesù si voltò e disse loro: “che cosa cercate?” Sono le sue prime
parole nel Vangelo di Giovanni, quel Giovanni che indica un altro
cui guardare, e che poi si ritrae. Le prime parole del Risorto
saranno del tutto simili: donna, chi cerchi?
La Parola di Dio ci sprona puntando diritto alle domande del
cuore. «Prima di correre a cercare risposte vivi bene le tue
domande» (Rilke).
Gesù afferma che qualcosa ci manca, ed è per questo vuoto che
ogni figlio prodigo si rimette in cammino verso casa. L’assenza è
diventata la nostra energia vitale: «Vi auguro la gioia
impenitente di avere amato quelle assenze che ci fanno vivere»
(Rilke).
Mi manca denaro, salute, la famiglia che sognavo? Mi mancano
opportunità, amici, un senso alla vita? Quale povertà mi muove?
Mi manca la pace dentro?
Molte volte arriviamo davanti al Signore solo per aver inseguito
l’appello delle nostre povertà. Tutto intorno a noi grida:
accontentati! Invece il Vangelo ripete la beatitudine
dimenticata: Beati gli insoddisfatti, gli inquieti, beati perché
diventeranno cercatori di tesori, mercanti di pietre preziose.

Con “cosa cercate?” Gesù non si rivolge alla nostra intelligenza, e
nemmeno alla volontà; il Maestro pone le sue mani sante dentro il
tessuto profondo dell’essere per farne emergere i pensieri più
forti, i bisogni più veri, senza mai chiedere immolazioni
sull’altare dei sacrifici, sforzi o rinunce.
Ti chiede l’onestà di partire in pellegrinaggio verso la casa del
tuo cuore, e di abitarla, comprenderla, capire cosa desideri e
cosa ti fa felice, cosa accade nel tuo intimo. Ogni personale vita
spirituale, inizia con questa discesa nel proprio sé: «Io ti
cercavo fuori di me e tu invece eri dentro di me» (S. Agostino).
Là, dove nascono i sogni, scoprirò non un caos senza senso, ma un
Volto che non è il mio, con cui evangelizzare i miei inferi, quegli
oceani interiori che mi minacciano, ma anche mi generano.
Maestro, dove abiti? Cerco la casa dove stare ai tuoi piedi ad
ascoltare parole che fanno vivere, come il piccolo Samuele. E
come lui io ti incontrerò solo se mi fermerò, solo se mi prenderò
del tempo per l’ascolto del mio cuore, per abbracciarlo: «accosta
le labbra alla sorgente del cuore, e bevi» (San Bernardo), per poi
smarrirmi dentro le pagine roventi della Bibbia.
I padri antichi definiscono questo movimento come il ritorno a
casa: «trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre
anche la porta del Regno» (San Giovanni Crisostomo).
Che cosa cercate? Per chi camminate? Io lo so: cammino per uno
che fa felice il mio cuore. E ogni cuore d’uomo e di donna porta
scritto: più in là!

per Avvenire

I personaggi del racconto: un Giovanni dagli occhi penetranti (…)

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