I commenti di fra Ermes al Vangelo del 12 luglio sono due: per i social e per Avvenire.

 Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. (…). Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».   Mt 13,1-9

per i social

ASPETTAMI

Oggi, questa mattina, adesso, egli ancora esce. Ed è grande questo contadino che mi aspetta anche davanti alla porta chiusa, dalla maniglia arrugginita.

“Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare”, e, salito sulla barca, raccontò di un seminatore uscito a seminare.
Frase già colma di promesse di mietiture, presagio di pane e di fame saziata. Il seminatore uscì e il mondo è già gravido.
Con le sue parabole Gesù fa parlare la vita, dove Dio è di casa.
La storia non racconta di un contadino maldestro, ma della fiducia del Seminatore per eccellenza, colui che altro non sa fare che dare vita. È uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro ovunque.
Mentre seminava, una parte cadde sulla strada, e gli uccelli la mangiarono.
Succede quando sono strada, e non mi fermo mai. La parola di Dio chiede sosta, chiede passione: chi corre sempre perde il senso e la fame di infinito che costituiscono la nostra dignità.
Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove la terra era poca. È il mio cuore poco profondo quando non custodisce, non medita. Così fa l’adolescente che è in me, accontentandosi di sensazioni superficiali.
Un’altra parte cadde sui rovi, che crebbero e la soffocarono.
Ecco l’ansia della sicurezza; e poi la spina del quotidiano, la fatica di resistere allo sconforto, la paura della solitudine.
Ma il centro della parabola non sta negli errori, il protagonista è un Dio generoso che non priva nessuno dei suoi doni.
Dio esce a seminare, per me. Per me che sono strada e campo di sassi, groviglio di spine e cuore calpestato, coltivatore di rovi e sterpaglie, di passi perduti come barche disperse.
Ma proprio in virtù di questo (e non nonostante) noi siamo chiamati ad essere contadini della Parola, che non tornerà a Dio senza aver portato frutto (Is 55,11).
Oggi, questa mattina, adesso, egli ancora esce. Ed è grande questo contadino che mi aspetta anche davanti alla porta chiusa, dalla maniglia arrugginita.

Ma lui sa che se vado con lui, domani sarò più vivo. Lui sa che se non vado, spesso è solo perché è ancora buio.
E anch’io so che se per tre volte, come dice la parabola, e per infinite volte, come dice la mia esperienza, non rispondo, fermo il corso del miracolo. Poi accade che una volta vado, con il trenta, il sessanta, il cento per uno.
Se io predicassi del Vangelo ciò che riesco a vivere, non dovrei nemmeno aprire bocca. Ma io non predico questo, tento di dire la potenza della Parola che rovescia le zolle sassose, si cura dei germogli nuovi e si ribella a tutte le sterilità.
Non ho bisogno di raccolti, ma di grandi campi da seminare con lui, e di un cuore non derubato; ho bisogno del Dio seminatore, che le mie aridità non stancano mai. E le strade del mondo potranno ancora fiorire di vita, con una pioggia di semi felici che non andranno perduti.
E allora Dio aspettami! Sto uscendo con te.

per Avvenire

Egli parlò loro di molte cose con parabole. Le parabole sono uscite così dalla viva voce del Maestro (…)

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