I commenti di fra Ermes al Vangelo del 14 giugno sono due: per i social e per Avvenire.

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (…) Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Giovanni 6,51-58

per i social
Dio soffia la pula perché il chicco esca, e toglie la crusca perché la farina scenda.
L’eterno rivuole la nostra setacciata briciola di cielo; per poi ridarcela, luminosa e serena.

Ricordati!

Vangelo racchiuso in sole due parole: pane e vita, mangiare e vivere.
Oggi celebriamo Corpo e Sangue del Signore? No. Cristo che si dona? Non
è esatto. La festa di oggi è ancora un passo avanti.
E’ la festa del dono preso, del pane mangiato. Unica e spiazzante
dichiarazione d’amore!
Un cammino che però non è il nostro. Prima che io dica “ho fame”, Lui dice
“Prendi e mangia!”Mi ha cercato, mi ha atteso. Si dona.
Gesù non proclama “Mangiate la mia innocenza, la mia santità”. Dice corpo,
dice sangue: “Bevete la debolezza, la precarietà, il dolore, l’intensità della
mia vita”. Quasi un Dio minore.
Che hai a che fare con me, o carne e sangue di Cristo?
La risposta è una pretesa eccessiva: io faccio vivere!
Ma che cosa ci fa vivere? Siamo affamati di vita, e non rassegnati!
Siamo l’uomo che non vive di solo pane, perché ne morirebbe!
Io vivo di persone. Vivo delle mie sorgenti, come ogni fiume, come albero
avvinghiato alle radici.
Vivo della bocca di uno dalla Parola di luce acqua terra vento.
La prima lettura mi sussurra: ricordati del tuo cammino. Ricordati! Perché
l’oblio è la radice di ogni male. Ricorda la sorgente e la salita, il vento
delle piste, la bellezza dell’anima affaticata dal richiamo di cose lontane.
Ricordati che essere uomo-con-Dio non è lo smarrirsi fra le dune. E poi
della manna scesa all’improvviso, quando non l’aspettavi più.
Ricordati del tuo deserto tra scorpioni e serpenti, ma soprattutto
dell’acqua giunta sotto forma di una forza inattesa, un amore bello, un
amico entusiasta, una musica sublime.
Improvvisi squarci si sono aperti a dirti che non sei solo, e che, perso nel
deserto, l’altro è diventato il tuo pane.
Gesù ha scelto il pane, come simbolo di un lungo cammino.
Semini il grano, il chicco si apre e ne nascono foglioline. È bello a gennaio
vederle tremare mentre si alzano sulla neve. Ma se ti fermi lì, non diventi
pane. Devi salire ancora, e a giugno la spiga gonfia si piega verso terra,

quasi a dire “ho finito”. Ma viene la mietitura, e lo stelo dice “basta, ho già
patito la violenza della falce!”, ma non è ancora tempo di pane.
E infine battitura, macina, mani che impastano, fuoco, tutti passi
necessari perché il chicco sia pane per altri.
Dio è pane incamminato verso la mia fame. Sapermi cercato e desiderato,
con la mia vita distratta e le risposte che non do, è tutta la mia forza,
tutta la mia pace.
A cosa serve tutto questo? A saggiarci il cuore. Dio reclama il divino che è
in noi, e soffia via la pula perché il chicco esca, e toglie la crusca perché
la farina scenda.
L’eterno rivuole la nostra setacciata briciola di cielo; per poi ridarcela,
luminosa e serena.
Io vivo di Dio. Ricordarlo sempre è dialogare con la mia storia, è rimanere
nella mia sorgente limpida.

per Avvenire
Nella sinagoga di Cafarnao, il discorso più dirompente di Gesù: mangiate la mia carne e bevete il mio sangue.
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