I commenti di fra Ermes al Vangelo della domenica sono due:

  • il primo per i social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». […]

Giovanni 9,1-41

per i social

Dio vive per te. Senti dalle sue mani fluire la vita come fiume e sole: gioiosa, inarrestabile, eterna.
E il tuo cuore leggero ti dirà, sottovoce, che sei fatto per la luce.

Il vangelo racconta la conquista della luce.
Quanti occhi intelligenti e acutissimi ho visto spegnersi, occhi che
dicevano di vedere lontano, ma ci basta una lacrima, un fatto doloroso e gli orizzonti si spengono, il cielo si fa nero e ogni strada è senza uscita.
La vista che va lontano viaggia oltre le apparenze, e va conquistata. Gesù non cessa di dirlo: il Vangelo è per coloro che imparano oltre la superficie dei fatti e delle cose.
È successo che per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. Di sabato non si può, si trasgredisce il più santo dei precetti. Io spero tanto di essere diverso dai farisei di questo Vangelo. Perché di fronte alla gioia di chi vede per la prima volta il sole e gli occhi di sua madre, anche gli alberi, se potessero, applaudirebbero, anche i fiumi batterebbero le mani, come dice il salmo.
Loro, no. I farisei sanno la teologia e dimenticano la vita, vedono il caso morale e dottrinale, non l’uomo! Per loro l’unico criterio di giudizio è l’osservanza della legge.
Sono i puri che non si commuovono.
E’ facile essere credenti senza bontà. Facile e mortale.
C’è un’infinita tristezza in tutto questo.
E cosa fanno? Avviano un processo per eresia: da miracolato a imputato. E nessuno che provi pena per gli occhi vuoti del cieco; nessuno che si entusiasmi per i nuovi, poveri ma ricchi, occhi illuminati.
Il dramma che si consuma in quella sala è questo: il Dio della vita e il Dio della religione si sono separati e non si incontrano più. La dottrina è separata dall’esperienza della vita.

Ma il cieco è diventato libero, è diventato forte, tiene testa ai sapienti: voi parlate e parlate, ma intanto io ci vedo!
Lui dice a noi che se un’esperienza ti comunica Vita, allora è per forza buona, è benedetta.
Nel brano regna una religione immiserita a questioni di peccato, innalzato a teoria che spiega il mondo e pretende di interpretarne la realtà. Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori? Gesù non ci sta. Si allontana subito, immediatamente, da questa visione che rende ciechi. Dio lotta con te contro il male, è compassione e futuro, amore che fa ripartire, che preferisce la felicità dei suoi figli, al loro obbedire.
Legge suprema di Dio è che l’uomo viva. E gloria di Dio è un uomo che torna a vedere, e il suo sguardo lucente, dà lode a Dio più di tutti i sabati!
L’uomo non coincide con il suo peccato, ma con il possibile bene futuro. Gesù non parlerà di peccato se non per dire che è perdonato; che Dio non spreca la sua eternità in castighi, che non si appiattisce sul nostro moralismo. Egli è compassione, approccio ardente, mano viva che tocca il cuore e lo apre.
Egli vive per te. Senti dalle sue mani fluire la vita come fiume e sole:
gioiosa, inarrestabile, eterna.
E il tuo cuore leggero ti dirà, sottovoce, che sei fatto per la luce.

per Avvenire

Il protagonista del racconto è l’ultimo della città, un mendicante cieco dalla nascita, che non ha mai visto il sole né il viso di sua madre (…)

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