Sono giorni strani, giorni “senza” (senza messe, nessun evento, pochi contatti…) e la prima cosa che balza al cuore, per me, è un sentimento di precarietà della vita. Mia e dei miei cari, mia e del mondo. La vita è mia ma non dipende da me. Basta un invisibile virus, anche se dal nome regale…

Eppure voglio fare qualcosa, dare un senso a questi giorni di crisi, in questo inizio di quaresima.

Voglio accogliere questa precarietà (che siano queste le ‘ceneri’ della liturgia?…), non solo accettarla ma accoglierla, e farne nascere una maggiore empatia con la fragilità degli altri.

Sono davanti a un bivio: posso alimentare la paura, con le sue chiusure paralizzanti e le critiche distruttive, oppure posso sentirmi coinvolto e responsabile, base del vivere civile, e cristiano.

Il vangelo domenica accendeva una luce sulla precarietà:

Non di solo pane vive l’uomo!

L’uomo non vive solo trasformando le pietre in pane, o in beni economici, vive anche della contemplazione delle pietre del mondo, vive di bellezza, di relazioni e di sapienza. La vita vive anche di vita donata alla cura d’altri.

Allora a cosa dedicare questi giorni “senza”? A riempire i carrelli dei supermercati? Molto meglio dedicarli a qualcosa che spesso fuggiamo come un nemico: l’interiorità. E se provassimo a prenderci del tempo? “Perdonate se non ho guardato / con la dovuta attenzione tutte le meraviglie/ quotidiane. I passaggi di luce, le stagioni. / Certe facce. O musi. Se non ho adorato/ la varietà mutevole del mondo…” (Mariangela Gualtieri)

Per esempio, mi prendo tempo per il silenzio – spengo la tv, incubatrice di paure, e lo smartphone contagiatore, che le diffonde alla massima velocità – per vivere momenti di solitudine amica. Posso meditare, pregare, uscire a camminare Vivere la pura gioia di pensare, di leggere, di fare arte. Di viaggiare interiormente in compagnia dei grandi di ogni tempo.

Mi prendo il tempo per la famiglia, per le relazioni, per una visita a persone che non vedo da tempo. Per riaccendere il telefono e chiamare un amico.

Di questi giorni io vorrei salvare la consapevolezza che siamo tutti interconnessi, che facciamo rete insieme, e che in ciascuno c’è l’orma di ognuno.

Vorrei che restasse, di questi giorni, l’idea che possiamo ricompattarci, e avere fiducia negli scienziati e anche negli amministratori. La convinzione che io non posso, con le mie scelte, smagliare questa rete, facendo di testa mia, aprendo così un buco o una breccia nella diga comune.

Forse ce la faremo a salvare, di questi giorni, anche un senso di solidarietà:

la tua vita è anche la mia vita. E anch’io collaboro, obbedisco alle disposizioni, mi comporto con cautela e responsabilità. Perché proteggendo me stesso, proteggo i più deboli: anziani, adulti e bambini malati…

Voglio investire le mie energie, in questa quaresima strana, non per demolire ma per costruire qualcosa, perché sia più viva e più solidale la nostra Casa comune.

Dunque si può di Mariangela Gualtieri

Dunque si può. Dire mi dispiace

dire perdonate e ottenere perdono,

subito. Essere del tutto ripuliti.

Nuovi. Si può. Allora perdonate.

[…]

perdonate le mattine scure

e l’umor nero – la testa chiusa murata

nelle sue tortuose galere, la prigionia

interiore in cui mi relego, muta e scontrosa

dimentica dei doni.

Se non sono del tutto e sempre

innamorata del mondo, della vita,

sedotta e vinta dalla rivelazione

d’esserci d’ogni cosa, e d’altro

non troppo ben nascosto – dietro l’evidenza.

Questo più d’ogni altra cosa perdonate.

La mia disattenzione.

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