I commenti di p. Ermes al vangelo della domenica sono due:
  • il primo per i social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. […] Giovanni 1,1-18
per i social

Destino di ogni creatura è diventare sillaba di Dio, carne intrisa di cielo,
figlio.

Nulla di nulla senza Lui! “In principio era il Verbo e il Verbo era
Dio”. Giovanni inizia il suo Vangelo con una poesia, un canto, un
volo d’aquila che subito proietta Gesù di Nazaret verso il divino.
Nessun altro canto, nessun’altra storia può risalire più indietro,
volare più in alto di questa che contiene l’inizio di tutte le cose.
C’è in noi un potere datoci a Natale e prima ancora, addirittura
“in principio”: il Verbo che da sempre è segreto di ogni parola.
Ora dopo il suo viene il tempo del nostro natale, che Giovanni
spiega così: il potere in noi, la forza, è diventare figli di Dio. Ma
come si diventa figli? Nelle Scritture figlio è colui che si
comporta come il padre, ripetendone le gesta. Figlio di Dio è chi
gli assomiglia nei pensieri, nei sentimenti, nel perdono mai
contato.
Vangelo immenso che ci impedisce piccoli pensieri, affinché non
viviamo i nostri giorni attorno al breve giro del sole o dentro il
cerchio stretto dei desideri.
“E il Verbo si è fatto carne”. Dio ricomincia da Betlemme. Egli
non plasma più l’uomo con polvere del suolo come in principio, ma
si fa lui stesso polvere plasmata, carne universale. Da allora c’è
un frammento di Logos, c’è santità in ogni bimbo, in ogni uomo, in
ogni donna. Dio accade ancora nella carne della vita, la mia.
Accade nei miei gesti, abita i miei occhi, le mie parole, le mie
mani. E se tu devi piangere, anche lui imparerà a piangere; se
devi morire, anche lui conoscerà la morte: terra e cielo ora si
abbracciano!

Ha fatto risplendere la vita, “ma i suoi non l’hanno accolto”. Il
dramma è che noi non rifiutiamo Dio, ma neppure lo accogliamo!
Io sto a metà strada perché so che non posso accoglierlo
impunemente, senza pagarne il prezzo in moneta di fuoco e di
croce.
Un racconto grandioso, da vertigine, ma che si acquieta dentro
una parola semplice e bella: accogliere. Parola che sa di porte
che si aprono e mani che accettano doni, semplice come la mia
libertà, vertice di ogni agire di donna e di ogni maternità: Dio
non si merita, si accoglie.
Ma l’impensabile accade con la Parola che, come un seme che
genera secondo la sua specie, genera figli di Dio e porta vita
divina in noi. Ecco la vertigine! Questa è la profondità ultima del
Natale. Dio in me. Oltre, c’è solo il roveto inestinguibile.
Tutte le parole umane ci possono solo confermare nel nostro
essere realtà incompleta, fragile e inaffidabile. Ma destino di
ogni creatura è diventare sillaba di Dio, carne intrisa di cielo,
figlio.
Cerchi luce? Ama la vita, prenditene cura affinché Lui venga
ancora ad abitare in mezzo a noi! Amala, con i suoi turbini e le
sue tempeste ma anche con il suo sole e i suoi fiori appena nati,
in tutte le Betlemme del mondo. Amala! E’ la tenda del Verbo. La
tenda che sta in mezzo a noi.

per Avvenire

Vangelo immenso, un volo d’aquila che ci impedisce piccoli pensieri, che opera come uno sfondamento verso l’eterno (…)

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