SANTA FAMIGLIA A
La famiglia oggi non sta bene, al punto che non sappiamo neppure
come definirla: tradizionale, nucleare, monoparentale, allargata,
ricominciante.
Mi domando quale può essere lo spirito di questa festa ?
Neppure le letture sembrano a prima vista aiutarci, come se venissero
da un altro mondo, da un altro pianeta. Abbiamo sentito il Siracide nella
Prima Lettura esaltare l’obbedienza ai genitori, difendere sempre e
comunque il ruolo di padre e di madre.
La seconda lettura, Paolo ai Colossesi, non l’abbiamo letta, ma la
conoscete, ripropone una visione della donna che sembra venire non dalla
Parola ma da un mondo maschilista e sessista.
Vorrei con voi però leggerle fino in fondo, queste pagine, senza
fermarci alla prima reazione.
Il Siracide parla di padri e di obbedienza, sì, ma non di padri eroi,
non di madri eccezionali, ma di quei genitori che hanno perso il senno o la
salute; parla della fragilità dell’anziano e della compassione del figlio, nel
senso più evangelico della parola.
E termina con una logica di perdono. Abbiamo vissuto forse tutti
quanti delle storie familiari problematiche, ma se non impari a perdonare ti
porterai dietro per tutta la vita degli ergastoli interiori da cui non ti
libererai più, e in cui tenterai di rinchiudere gli altri.
Poi san Paolo, con l’unico versetto che tutti i mariti cattolici
conoscono a memoria “voi mogli siate sottomesse ai mariti”.
Era un dato di fatto, in Israele, a Roma, in Grecia, in Egitto, che la
moglie fosse sottomessa al marito… fin qui nessuna sorpresa.
Eppure c’è un salto, di cui forse neppure Paolo è consapevole, subito
dopo ha un colpo d’ala: voi mariti amate le vostre mogli.
È la prima volta che l’amore viene evocato in rapporto al
matrimonio, è la prima volta tra marito e moglie; l’amore c’entrava poco
col matrimonio, che era cosa combinata dalla famiglia, seguendo altri
scopi.
Per la prima volta, Paolo inserisce l’amore dentro una relazione di
coppia, è davvero “l’invenzione” dell’amore, il Cantico dei Cantici che da
sogno di una notte di primavera diventa realtà.

Esisteva l’amore, certo, ma se leggete i classici antichi, esisteva come
trasgressione, come amicizia o avventura, con cortigiane o amanti. Colpo
di scena: le mogli non esistono solo per figliare, ma per amare ed essere
amate (Curtaz).
Ma le soprese proseguono leggendo il vangelo di Matteo, un
racconto che ci lascia a bocca aperta: è la storia di due profughi, con un
neonato in braccio, che fuggono, una famiglia di profughi clandestini
senza niente.
E uso questi due termini con forza, con convinzione: vanno Giuseppe
e Maria come due profughi, due clandestini in Egitto, che poi era la terra di
tutte le disgrazie per Israele. Vanno e non portano niente se non questo
peso, la fragilità di un bimbetto che sa solo piangere e succhiare.
E immagino Giuseppe a cercare un lavoro da straniero, la fatica di
trovare il cibo, e le parole che girano nell’aria dietro di lui: chi è questo
che viene a rubarci il lavoro?
La fatica di Giuseppe che, in questo brano così breve e duro, sogna
per ben tre volte, che per tre volte si mette per strada, non è certo la festa
della retorica familista, è la fatica della quotidianità cui Dio si sottopone, e
vi leggi in controluce le tante fatiche di oggi: il mutuo da pagare, il lavoro
per i figli che non si trova, le brutte compagnie che frequentano, e poi in
certi periodi dinamiche faticose della coppia; nel vangelo c’è tutta questa
verità, che ci distacca da quello che è lo stereotipo della famiglia sotto
l’albero, felice, beata e contenta.
E assicura però che una Parola di Dio c’è, un angelo c’è. Come con
Giuseppe. Che cosa fa il giusto sognatore?
Sogna, stringe a sé la sua famiglia, e si mette in cammino. Tre azioni
da scolpire nel diario di casa: seguire un sogno, iniziare un cammino e
custodire. Tre verbi decisivi per ogni famiglia, e per le sorti del mondo.
Sognare è il primo verbo. E’ il verbo di chi non si accontenta del
mondo così com’è. “La materia di cui sono fatti i sogni è la speranza”
(Sakhespeare).
Giuseppe ha un sogno di parole. E’ quello che è concesso a tutti e
ciascuno di noi, noi tutti abbiamo il Vangelo che ci abita con il suo sogno
di cieli nuovi e terra nuova.
Mettersi in cammino, è la seconda azione. Non stare fermi, eppure
Dio offre davvero poco, solo la direzione verso cui fuggire; poi devono
subentrare la libertà e l’intelligenza, la creatività e la tenacia di Giuseppe.
Tocca a noi non stare fermi, studiare progetti, itinerari, riposi, misurare la

fatica e le forze. Il Signore non offre mai un prontuario di regole, lui
accende obbiettivi e il cuore, poi ti affida alla tua libertà e alla tua
intelligenza.
Il terzo verbo è custodire, prendere con sé, stringere a sé, proteggere.
Due ragazzi innamorati e un neonato, quasi niente, eppure le sorti del
mondo si decidono dentro questa famiglia.
E’ successo allora, succede e succederà. Dentro gli affetti, nell’umile
coraggio di una, di tante, di mille creature innamorate e silenziose.
“Compito supremo di ogni vita è custodire delle vite con la propria vita”
guai a noi se non scopriamo chi dobbiamo custodire, guai a noi se li
custodiamo male (Elias Canetti).
Allora vedo Vangelo di Dio quando vedo un uomo e una donna, un
genitore e un figlio che stringono a sè la vita dell’altro; è Vangelo di Dio
ogni uomo e ogni donna che camminano insieme, magari profughi e
clandestini. Signore, ma com’è che ti viene in mente di indicarci come
modello una coppia di profughi?
E Dio vive proprio quella esperienza, e in quelle storie noi possiamo
fare esperienza della sua presenza.
È entrato sul serio nella storia, non ha voluto privilegi. E nella storia
lo troviamo ancora.
La Parola sempre ci porta da un’altra parte. Un po’ più in avanti, un
po’ più in alto, un po’ più a fondo. Grazie a Dio, come diciamo alla fine di
ogni lettura della messa. Grazie davvero.
Un abbraccio alle persone che amate e a chi vi ama.

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