Pubblichiamo la riflessione che alcuni laici, alternandosi, presentano al posto dell’omelia ogni prima domenica del mese, durante la liturgia delle 10,30 in Convento.

Commento a cura di Elisabetta Bergomi

Ogni volta che rileggo questo brano del Vangelo di Giovanni percepisco dentro di me spinte contrastanti
da un lato ne avverto la difficoltà e sento che sempre qualcosa sfugge alla mia comprensione, dall’altro
resto stupita e pervasa da un profondo senso di espansione, sento il cuore che si dilata.
Mi sono chiesta il perché di queste emozioni contrastanti e ho capito che la ragione sta nel fatto che si
tratta di un’unione straordinaria di contenuto filosofico e di procedere poetico.
Il primo aspetto parla alla mente, costringendola a muoversi, a sforzarsi di capire perché i concetti
espressi non sono semplici, e qui sta la mia difficoltà, con la quale a volte mi accanisco, sto lì, cerco, mi
affanno quasi, ma poi ricordo che nel limite non è possibile capire tutto, lo dice anche Dante, se
comprendessimo tutto di Dio, “mestier non era parturir Maria”, non sarebbe stata necessaria
l’incarnazione.
Allora provo a seguire il filo dell’espansione che per me viene dalla poesia del brano, data dal ritorno
delle parole che compaiono una prima volta e poi riappaiono e riappaiono ancora, aggiungendo nuova
linfa per il cuore e dalle immagini che sono potenti. Si tratta soprattutto di immagini di luce che pervade
l’intero brano, è il filo conduttore del brano, una luce che Giovanni va a contemplare.
Mi pare di vedere il movimento che l’evangelista Giovanni compie, sembra che sia davvero l’aquila di
Dio, come appare nella simbologia dei quattro evangelisti: è l’aquila che sale e va verso la luce per poi
tornare e riportarci quello che ha appreso. Ciò che lui vede nella luce conduce in un tempo senza tempo,
all’inizio dei tempi, nella creazione del tutto, avvenuta grazie al Logos, la parola che vive presso Dio, che
è Dio.
“Eν αρχη” dice il testo greco, che riprende il “Bereschit” della Genesi, “in principio” in italiano sono
parole potenti in tutte e tre le lingue, anche solo per il suono che producono, e squarciano il velo del
tempo, permettendo agli occhi della nostra anima di vedere il Logos, che entra nelle tenebre del nulla e lo
trasforma in vita.
“Oh abbondante grazia ond’io presunsi
ficcar lo viso per la luce eterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
Nel suo profondo vidi che s’interna
legato con amore in un volume
ciò che per l’universo si squaderna” dice Dante, quando giunge nel XXXIII del Paradiso a contemplare la
luce di Dio. In essa vede tutto ciò che è dalla creazione al presente, unito nell’amore luminoso del
creatore.
La luce di Dio però non crea solo la realtà, questa luce diventa uno di noi, “il verbo si fece carne”, scende
verso la materia per illuminare la materia.
Infatti, oltre a quello della creazione, l’altro grande mistero che Giovanni contempla è quello
dell’incarnazione: “veniva nel mondo la luce vera”, “venne fra la sua gente”, “e il verbo si fece carne e
venne ad abitare in mezzo a noi”. Queste tre frasi rendono sempre più concreta la venuta del Cristo che si
fa carne e abita in mezzo a noi, il verbo greco usato è “εσκήνωσεν εν ημιν” “piantò la sua tenda in mezzo
a noi” mi piace molto l’idea di una tenda fra le nostre tende.

Quando la luce giunge a dimorare tra noi, comincia anche la nostra storia, uno scontro fra luce e tenebre,
il riconoscimento della luce come verità e la necessaria testimonianza della luce. La luce e la tenebra ci
ricordano che è necessario scegliere e che non c’è storia se non c’è scelta.
A questo proposito vorrei ricordare un altro versetto del vangelo di Giovanni 3,19 in cui riprende l’idea
degli uomini che non accolgono la luce “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce” è un versetto che mi
capita di spiegare spesso a scuola perché Leopardi lo usa come epigrafe alla Ginestra. Ai ragazzi spiego
che il versetto serve a Leopardi per anticipare il principale motivo ispiratore del testo che è il testamento
poetico del Leopardi. In esso il poeta che è considerato generalmente per il profondo pessimismo che lo
caratterizza arriva a delineare la possibilità di un mondo in cui gli uomini non si combattono più, ma si
uniscono in quella che lui chiama la “social catena”. Per arrivare a questa unità è essenziale però ci dice il
poeta un primo passo che ci permette di diventare uomini: è guardare in faccia alla realtà, senza sconti.
“Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua
nulla al ver detraendo
confessa il mal che ci fu dato in sorte
e il basso stato e frale.”
La fragilità, il limite sono gli elementi che non mi permettono di accogliere la luce. Pur di non vedere il
limite, l’errore sono disposta a rinunciare alla luce. Vedere nella luce vuol dire vedere le cose come
stanno, mentre vedere nelle tenebre è continuare ad immaginare di fare qualcosa, ma non compiere
nemmeno un passo per realizzare quel sogno, quel progetto. Vedere in piena luce non fa sconti, non ci dà
la possibilità di raccontarcela e allora diventa urgente la necessità di agire.
E’ un po’ come per il cieco nato dell’episodio che sempre Giovanni ci racconta: dopo essere stato guarito
col fango dal Cristo, va, dice la verità, racconta la sua trasformazione ed è lasciato da tutti, i genitori se ne
lavano le mani, i farisei lo giudicano peccatore e lo cacciano fuori dalla sinagoga: forse la luce fa paura
per questo, essere lasciati soli a dire che vediamo e crediamo nella luce, in Dio, testimoniamo la luce,
come fa Giovanni il Battista.
Ma cosa vuol dire testimoniare la luce? Vi lascio quella che è un’immagine che per me è molto
significativa. In questo tempo, nel ritiro di fine anno, all’eremo abbiamo lavorato sulla figura di Etty
Hillesum, una donna dalla vicenda umana difficile e straordinaria. Lascia dei diari che scrive in parte in
campo di concentramento. Lei dice: “Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi… Cercherò di aiutarti
affinché tu non venga distrutto dentro di me. … L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e
anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche
contribuire a disseppellirti dai cuori devastati degli altri uomini.”
Mi sembra di vedere Etty Hillesum con le sue mani scavare nei nostri cuori e improvvisamente, mentre ci
aiuta a spostare e togliere le macerie, ecco esce la luce. Questo è per me testimoniare la luce: aiutarci a
scavare l’un l’altro nei nostri cuori sommersi dalle macerie delle nostre vite, con la certezza che lì c’è la
luce di Dio.

Elisabetta Bergomi

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