I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:

  • il primo per gli amici che ci seguono sui social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo” […]». Luca 18,9-14

per i social

Il pubblicano si apre come una vela che si inarca al vento a un Altro più grande del suo peccato, che viene e trasforma. Si apre alla misericordia, straordinaria debolezza di Dio che è la sua sola onnipotenza.

Parabola inquietante per chiunque pensi di essere a posto, disprezzando gli altri.

Come tutti i fondamentalisti, il fariseo è un angosciato: vede solo degrado e rovina attorno a sé. Una vita di sospetti, la sua, e di paure; una vita triste in un mondo corrotto dedito all’imbroglio, al sesso, alla rapina. Dal suo sguardo duro nasce una preghiera insensata. Davvero “solo chi ha lo sguardo dolce sarà perdonato” (G. Palamas). Una parabola che annuncia come nella preghiera ci si possa separare da Dio e dagli altri falsando la coscienza. Non si può pregare e disprezzare, sentirsi buoni e inebriarsi dei difetti degli altri.

Il fariseo, da buon praticante, fa più di ciò che è richiesto dalla legge, conosce le parole giuste e inizia bene: O Dio, ti ringrazio. Ma poi non si interessa più a Lui. E’ affascinato da due lettere magiche, stregate, e non cessa di ripetere: io, io, io: “io sono, io digiuno, io pago”. Dimenticandola parola più importante del cosmo: “Tu”. Non parla più a Dio, ma solo a se stesso: conosce il bene e il male, e il male sono sempre gli altri. Il suo Dio non fa nulla, non serve a niente, registra solamente. È una muta superficie su cui far rimbalzare la propria soddisfazione. Il fariseo adora il proprio cuore, e le sue opere sono il piedistallo di un monumento innalzato a se stesso. È un Narciso allo specchio, lontano da tutti: Narciso è addirittura più lontano da Dio di Caino, come lo sono coloro che hanno perso il senso del peccato e della relazione.

Non avere più nulla da ricevere da Dio, nulla da imparare, nulla che ci contesti e ci cambi, è un modo terribilmente sbagliato di pregare, un modoche può renderci atei.

Se mettiamo al centro l’io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con gli amici, non con Dio.

E’ la solitudine.

C’è invece la piccola parola che cambia tutto nella preghiera del pubblicano e la fa vera: “tu”. “Signore abbi pietà”. E mentre il fariseo innalzala sua religione attorno a quello che egli fa per Dio (prego, pago, digiuno…), il pubblicano la costruisce attorno a quello che Dio fa per lui (tu hai pietà di me) e qui si crea il contatto: un io e un tu entrano in relazione, qualcosa va e viene tra il fondo del cuore e il fondo del cielo. Come un gemito che dice: “Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene e non sono contento. Vorrei essere diverso, non ce la faccio, ma tu perdona e aiuta”.

Il pubblicano “torno’ a casa sua giustificato”: non è perdonato perché è migliore del fariseo (a pensarlo si ripete lo stesso errore: credere di meritarsi Dio), ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – a un Altro più grande del suo peccato, che viene e trasforma. Si apre alla misericordia, a questa immensa e straordinaria debolezza di Dio che è la sua sola onnipotenza.

per Avvenire

Una parabola “di battaglia”, in cui Gesù ha l’audacia di denunciare che pregare può essere pericoloso, può perfino separarci da Dio (…)

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