I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:

  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui (…) Luca 16, 19-31 

per i social

Nessuno ha il diritto di non fare nulla, di ridurre
l’uomo un’ombra fra i cani!

Basilio Magno rivolto ai cristiani di Cappadocia:
Il pane che si spreca sulla tua tavola, è pane sottratto all’affamato;
a chi è scalzo spettano le scarpe allineate nei tuoi armadi;
a chi è nudo spettano i vestiti che le tarme mangiano nei tuoi bauli;
è del povero il denaro che si svaluta nella cassaforte delle banche.
Dalla nostra indifferenza, liberaci Signore
Dal non saper più piangere, Liberaci Signore
Dal non saper condividere, liberaci Signore

OMELIA
Una parabola dura e dolce, con la morte a fare da spartiacque tra due scene.
Prima scena: C’era una volta un uomo ricco… e uno povero. In questo avvio, con il sapore di una favola, c’è già il messaggio: il mondo è spaccato, ci sono due mondi e in mezzo una voragine. È così che la vogliamo questa terra? Con uno avvolto di porpora, uno vestito di piaghe; uno che si rimpinza ogni giorno e spreca; uno con occhi tristi e affamati, a gara con i cani, a vedere se è caduta a terra qualche briciola. Ricordo una struggente canzone di Branduardi con due versi che dicono:
e si mangiava come due fratelli, una briciola l’uomo ed una il cane.
Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto nell’inferno. Una domanda si impone con forza a questo punto: perché il ricco è condannato nell’abisso di fuoco? Per il lusso, gli abiti firmati, gli eccessi della gola? No. Il suo peccato è l’indifferenza totale verso il povero: non uno sguardo, non una briciola, non una parola.
Lazzaro è così vicino, sulla soglia di casa, che inciampa in quel fagotto e il ricco neppure lo vede; magari va e torna dal tempio tutti i sabati, canticchia i salmi e non lo vede, legge Mosè e i profeti, e non lo vede.
Manca però l’essenziale. Mancano tre verbi: vedere, fermarsi, toccare. Tre verbi umanissimi, i primi tre gesti del Buon Samaritano. Mancano, e allora tra le persone si scavano baratri, si innalzano muri.
Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida.
La parabola racconta un modo iniquo di abitare la terra, un modo profondamente ateo. Un mondo così, dove uno vive da dio e uno da rifiuto, è quello sognato da Dio? E’ umano che una creatura sia ridotta in condizioni disumane per sopravvivere, come un cane, come una bestiolina?
Lo sguardo di Gesù non si posa sui comandamenti e le regole, ma sulla evidenza della realtà, che è malata, da cui sale un disagio, uno stridore, un conflitto, un orrore che avvolge tutta la scena. E che ci fa provare vergogna.
La realtà viene prima della legge, la legge è piccola cosa davanti al cuore di Dio.
Di quale peccato si è macchiato il ricco? Che male ha fatto al povero Lazzaro?
Chiaro: non lo ha fatto esistere. L’ha ridotto a un rifiuto, a un nulla, una carta per terra. Nel suo cuore l’ha ucciso. Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’uomo, un’ombra fra i cani,
Quanti invisibili delle nostre città, e anche dei paesi! Attenzione agli invisibili, vi si rifugia l’eterno.
Il male è questo: “Se mi chiudo nel mio io, anche adorno di tutte le virtù, ma non partecipo all’esistenza degli altri, se non sono sensibile e non mi dischiudo agli altri, posso essere privo di peccati eppure vivo in una situazione di peccato” (Giovanni Vannucci).
È tempo di smetterla con i nostri esami di coscienza negativi a sfogliare la margheritina delle regolette, e domandarci invece nella lingua del vangelo: non che male ho fatto? Ma che bene ho fatto? Chi ho aiutato, ieri, oggi, adesso?
Prendersi cura delle creature è la sola misura dell’eternità.

Seconda scena. Morì il povero e fu portato in alto. Morì anche il ricco e fu sepolto nell’inferno. Lazzaro è portato sulle mani degli angeli, accolto nel grembo di un Abramo più materno che paterno,
Questa parola materna: grembo, seno, è usata per proclamare il diritto di tutti i poveri ad essere trattati come figli. Ma “figlio” è chiamato anche il ricco, anche lui con la dignità di figlio per sempre, nonostante l’inferno, figlio di un Abramo dalla dolcezza di madre.
Tra noi e voi è posto un grande abisso, dice Abramo, rimane la grande separazione già creata in vita.
Perché l’eternità inizia qui, l’inferno è già qui, nutrito dalle nostre scelte senza cuore:
L’inferno è il prolungamento delle voragini che abbiamo scavato in vita.

Padre, una goccia d’acqua sopra l’abisso!
Che cosa risolve una goccia d’acqua sulla punta del dito? Non spegne i fuochi, non estingue l’arsura della sete, ma… attraversa l’abisso. Forse ora il ricco comincia a capire: il senso della vita è avvicinare, sconfinare, passare porte, abbattere distanze tra le persone.
Una parola sola per i miei cinque fratelli! E invece no, perché non è un morto che converte, ma la vita. Non è la morte o la punizione che ammaestra, ma la vita reale, ascoltino quella.
Hanno Mosè e i profeti, hanno il grido dei poveri, che sono la voce e la carne di un Dio, che sono i principi del Regno. Prendete il loro punto di vista come faceva Gesù, con quel suo sguardo amoroso e forte davanti al quale ogni legge diventa piccina, e piccina è perfino quella di Mosè (R. Virgili).
Che ti costa, padre Abramo, un piccolo miracolo! Ma non sono i miracoli a cambiare la nostra storia, non sono le apparizioni a cambiare la vita, la terra è già piena di miracoli, la terra è già piena di profeti: hanno i Profeti, ascoltino quelli, hanno il Vangelo, ascoltino! Di più ancora: la terra è piena di poveri Lazzari, li ascoltino, li guardino, li tocchino. Non c’è miracolo che valga il grido dei poveri.
Il primo miracolo è accorgerci che l’altro esiste (S. Weil).
nelle loro piaghe è Dio che è piagato,
ogni volta che avete fame sono io che ne sento i morsi e l’ululato nel ventre;
ogni volta che vi trattano con dolcezza sono io che ne sento la carezza; ogni volta che avete fatto del bene a uno dei miei fratelli più piccoli è a me che l’avete fatto.
Se l’altro ha sete, e tu gli dai da bere aceto o disprezzo, invece è il Golgota, il Calvario del mondo, con te protagonista del male.
Due giorni fa leggevamo una lettera di San Vincenzo de Paoli che dice: “Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, corri da lui. Il Dio che lasci è meno sicuro del Dio che trovi” (San Vincenzo de Paoli). Il Dio che laasci in chiesa è meno sicuro del Dio che trovi nel povero Lazzaro.

PREGHIERA ALLA COMUNIONE

Vuoi dare onore al corpo di Cristo?
Dopo averlo onorato in chiesa,
non disprezzarlo quando è coperto di stracci
fuori della porta della chiesa.

Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo»
ha detto anche: «Questa è la mia fame».

Che importa che la mensa del Signore
scintilli di calici d’oro mentre lui muore di fame?
Che senso ha offrirgli porpora e oro
e rifiutargli un bicchiere d’acqua?

Rendi bella la casa del Signore
ma non disprezzare il mendicante,
perché il tempio di carne di tuo fratello
è più prezioso del tempio di pietre!

(Giovanni Crisostomo)

per Avvenire

Una parabola dura e dolce, con la morte a fare da spartiacque tra due scene (…)

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