Per i pensieri senza luce,

Per le parole senza anima,

per le azioni senza cuore

ti chiedo perdono

 

Omelia

         Come in tutte le parabole c’è, anche nella conclusione di questa, la sorpresa spiazzante del Maestro: il padrone loda chi lo ha imbrogliato e derubato.

Il resto del racconto è storia di tutti i giorni e di tutti i luoghi. Di disonesti furbi è pieno il mondo. Lo dice il profeta Amos, anzi lo ruggisce il piccolo coraggioso pecoraio del nord, nella prima lettura, quelli che calpestano e vendono il povero per un paio di sandali, quelli che i soldi li sanno fare e moltiplicare, non importa come.

L’amministratore colto in flagranza di reato ha una trovata geniale per cavarsela: si crea una strategica rete di amici cancellando parte dei loro debiti.

E in questo modo, senza saperlo, si comporta da profeta, fa ciò che Dio fa, replica il gesto di Dio, colui che rimette a noi i nostri debiti, che dona e perdona.

Ma questo profeta inconsapevole compie un ulteriore gesto rivelatore: dissacra la ricchezza, toglie l’idolo dall’altare, rompe l’aureola di mammona e la degrada da padrona a serva.

Quanto devi al mio padrone? Cento. Siediti e scrivi cinquanta”

L’amministratore trasforma l’olio e il grano in strumenti di amicizia, regala pane, olio, cioè vita, ai debitori; l’accumulare è sostituito dal dare.

Sta accedendo qualcosa che cambia il colore del denaro, ne ribalta il significato.

So io come fare perché mi accolgano in casa loro. L’accumulare benessere di solito chiude le case, tira su recinzioni,  inserisce allarmi, inventa porte blindate, assolda guardie. Ora invece il dono le apre: mi accoglieranno, scommette il fattore. Investe in amici.

E il padrone lo loda, perché, io credo, ha gli occhi profondi di Gesù, i suoi occhi vanno al boccone di vita che quelle case ricevono, alla sorpresa felice di famiglie davanti a cinquanta inattesi barili d’olio, a venti insperate misure di grano. Il padrone vede il loro stupore gioioso, intuisce accoglienze, e ne è contento. Immagina e gode. È bello questo padrone, non un ricco ma  un vero signore, per lui le persone contano più dell’olio e del grano.

E poi questa perla: “Fatevi degli amici”, Gesù raccomanda, anzi comanda quello che tutti desideriamo, l’amicizia; eleva a programma di vita ciò che abbiamo già in cuore: “fatevi degli amici”, coltivate l’amicizia, rendete più lieta e più affettuosa la vita!

Donando ciò che potete e più di ciò che potete, ciò che è giusto e perfino ciò che non lo è.

Non c’è comandamento più sereno e più umano. Terapia del vivere, riserva di gioia.

E la parabola continua offrendo un’altra sorpresa: affinché loro, questi amici, vi accolgano nella casa del cielo.

Saranno loro ad accogliere, non Dio; apriranno le braccia come se il cielo fosse casa loro, come se la chiavi dell’eternità le avessero trovate loro, i poveri aiutati, gli amici beneficati.

Cosa significa? Che ogni cosa che hai fatto sulla terra continua nel cielo; che paradiso e inferno cominciano qui, non sono il castigo  o il premio di un despota inappellabile, ma ce li costruiamo noi con i nostri comportamenti qui sulla terra, non ne sono che il prolungamento e la ratifica: se crei attorno a te comunione, la ritroverai per sempre; se crei gelo e freddo e solitudine li avrai per sempre, come tua eredità eterna.

Ma perché il disonesto è accolto? Perché io, amministratore poco onesto, che ho sprecato così tanti doni di Dio, dovrei essere accolto nella casa del cielo?

Qui interviene la sorpresa del Dio di Gesù, che non cerca in me, nella zolla di terra complicata del cuore, cerca non i difetti e la zizzania, ma la spiga di buon grano, una misura d’olio o di grano regalati, un bicchiere d’acqua donato.

Perché giudicherà me non guardando me, ma guardando attorno a me: ai debitori perdonati, ai poveri aiutati, agli amici abbracciati.

E ancora perché il “giudizio universale”, che vuol dire non il tribunale definitivo, ma la verità ultima del vivere che apparirà in tutta la sua luce, il giudizio sulla verità del vivere ruoterà attorno ad una domanda meravigliosa.

Non mi chiederà: vediamo quanto pulite sono le tue mani, vediamo se ci sono delle macchioline sul tuo vestito.

La domanda vera nascerà dal cuore grande di Dio e sarà: hai lasciato dietro di te più vita di prima? C’è più vita o meno vita dove tu sei passato?

Mi piace tanto questo Signore, questo Dio al quale la felicità dei figli interessa più ancora della loro fedeltà.

Che ci accoglierà proprio con le braccia e i volti e i sorrisi di coloro ai quali avremo dato un po’ di pane, una rosa, un abbraccio.

L’indicazione per il primo passo, è questa ed è semplice: “Essere fedele nel poco”, onesto nel piccolo, leale in tutte le azioni.

Questa è l’insurrezione degli onesti, a partire da se stessi: nel mio lavoro, nei miei acquisti, nella gestione dei beni, nel modo di parlare.

Inversione di tendenza, inversione di rotta, un criterio opposto di gestire la vita:

passare dal paradigma del denaro che ti fa vendere un povero per un paio di sandali, magari firmati, al paradigma della persona.

L’alternativa è chiara:

mammona è denaro idolatrato,

povero venduto,

Vangelo deriso.

È colui che, chiuso nella sua fortezza di beni risibili, grida al mondo “io ho”, io accumulo, conto e riconto, io accresco, moltiplico, questo è vivere, questo è vincere.

Dall’altro lato l’amico del povero dice: “Io accolgo”, io dono, io creo oasi di onestà, di pulizia, di correttezza, di accoglienza, di legami buoni.

Sono grato a questo Signore perché accoglierà me, disonesto in parte, ma anche amico della vita e dell’uomo; accoglierà me, fedele solo nel poco, e solo di tanto in tanto,

proprio con le braccia di coloro che ho tentato di aiutare, ai quali ho regalato un sorso di gioia

lungo il pellegrinaggio bello e difficile, bello e felice della vita.

 

Da Sant’Agostino.

 

I beni di questo mondo, noi diciamo…

ma chi se non la menzogna ha dato loro il nome di beni?

Tu possiedi? molto bene.

Tuo padre aveva una grossa fortuna e tu hai ereditato? legittimo.

La tua casa è colma del frutto delle tue fatiche? non ti rimprovero.

Ma ancora una volta te lo ripeto:

non chiamare ricchezze queste cose,

non chiamarle beni,

dare loro questo nome significa già amarle.

E se le ami, perirai con esse.

Donale e non perirai.

Dalle ai poveri e sarai ricco.

Semina e mieterai.

Queste cose che tu chiami beni e ricchezze

sono ingannatrici,

portano con sé problemi e fatica.

Quando le possiedi non hai più riposo e pensi:

“un ladro potrebbe rubarmele, il mio servo potrebbe prenderle

dopo essersi sbarazzato di me”.

Se fossero vere, le ricchezze ti darebbero la pace.

E non te la danno.

 

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