I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:

  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

(…) Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno (…). Luca 15,1-32

per i social

A Dio non importa il motivo per cui ritorni. Ti corre incontro, ti si getta al collo, non ti lascia parlare per salvarti dal tuo cuore quando proprio col cuore ti accusi.

Dio che corre da me

Si è persa una pecora, si perde una dracma, si perde un figlio. Si direbbero quasi le sconfitte di Dio.

Inizio semplice e favoloso che invece apre la parabola più bella.

Un pastore che sfida il deserto, una donna che non si dà pace per una moneta che non trova, un padre esperto in abbracci. Le tre parabole della misericordia sono il vangelo del vangelo.

C’è come un feeling misterioso tra Gesù e i peccatori, un cercarsi reciproco che scandalizza scribi e sacerdoti che pensano di conoscere i luoghi di Dio: Dio nel tempio, nell’osservanza della legge, nei sacrifici, nella penitenza. Gesù dice no: Dio è là dove un figlio soffre e si perde, è nella paura della pecora smarrita, accanto all’inutilità della moneta perduta, nella fame del figlio prodigo. I moralisti dicono: troverai Dio come risultato dei tuoi sforzi. Gesù dice: sarà Dio a trovare te; non fuggire più, lasciati abbracciare e ci sarà gioia libertà e pienezza.

Ecco la passione del pastore nell’inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie. La pecora non sta tornando all’ovile, se ne sta allontanando e il pastore la rincorre ma non la punisce. E’ viva e tanto basta. E se la carica sulle spalle perché il ritorno sia meno faticoso. Immagine bellissima: Dio non guarda alla nostra colpa, ma alla nostra debolezza. Gesù ci guarisce non perché diventiamo bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma per essere felici, realizzati, uomini finalmente promossi a uomini.

La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta, che si mette a spazzare dappertutto e la scoverà sotto la polvere raccolta dagli angoli più oscuri della casa. Così anche noi, sotto lo sporco e i graffi della vita, possiamo trovare sempre, in noi e in tutti, un frammento d’oro.

Un padre che non ha figli da perdere, e se ne perde uno solo la sua casa è vuota. Che non punta il dito e non colpevolizza i figli spariti dalla sua vista, ma li fa sentire il tesoro di cui ha bisogno.

A Dio non importa il motivo per cui ritorni, se per il pane o per il padre, a Lui basta che tu ti metta in viaggio e ti “vede quando sei ancora lontano”, ti corre incontro, ti si getta al collo, non ti lascia parlare per salvarti dal tuo cuore quando proprio col cuore ti accusi, e ti salva dalla tentazione di appesantirti del tuo passato. Perché alla tua fedeltà preferisce la tua felicità.

Padre, non sono degno, ma mi prendo lo stesso il tuo abbraccio, la tua veste nuova, la tua festa. Sono l’eterno mendicante, l’eterno ingannatore. Sono la tua agonia, sono la tua gioia. Sono tuo figlio. Grazie di essere un Padre così. Divino.

Tutte e tre le parabole terminano in “crescendo”. L’ultima nota è una felicità che coinvolge tutto: vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti.. Ma da cosa nasce la felicità di Dio? Da un innamoramento! Questo perdersi e cercarsi, questo ritrovarsi e perdersi di nuovo, è la trama stessa del Cantico dei Cantici. Dio è l’Amata che gira di notte e a tutti chiede una sola cosa: avete visto il mio amato? Sono io l’amato perduto! Dio è in cerca di me! Io non fuggirò più.

per Avvenire

Nessuna pagina al mondo raggiunge come questa l’essenziale del nostro vivere con Dio, con noi stessi, con gli altri. (…)

continua su Avvenire

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