I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:

  • il primo per i social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”». (….) Disse poi a colui che l’aveva invitato: (….) «Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti». Lc 14, 1. 7-14

per gli amici dei social

Ma che scopo ha invitare i più poveri dei poveri? Per noi, che siamo tutti prigionieri di una vita di scopi? Tu invitali e assicurati che non possano restituirti niente.

Sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Che strano: sembrano quattro categorie di persone infelici questi “poveri, storpi, zoppi, ciechi” da invitare alla tua tavola, eppure sarai beato…
Con le parole di Gesù entriamo in una vertigine, un territorio che va al di là del diritto/dovere, oltre la legge un po’ gretta della reciprocità: verso una sorta di divina follia.
Gesù amava i banchetti. Invitarlo però era correre un bel rischio, il rischio di gesti e parole capaci di mettere sottosopra la cena, di mandare in crisi padroni e invitati.
La gente stava ad osservare Gesù e Gesù osservava gli invitati… Vai all’ultimo posto. La sua pedagogia è “opporre ai segni del potere, il potere dei segni” (Tonino Bello), segni che tutti capiscono perché parlano al cuore.

Quando offri un pranzo non invitare parenti amici fratelli vicini (belli questi quattro segmenti del cerchio caldo degli affetti e della gioiosa geografia del cuore), non invitarli, perché tutto non si chiuda nell’equilibrio immobile, nella illusione del pareggio tra dare e avere.
Ma invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Ecco di nuovo quattro gradini che ti portano oltre il cerchio della famiglia, oltre la gratificazione della reciprocità, che aprono finestre su un mondo nuovo.
Ma che scopo ha invitare i più poveri dei poveri? Per noi, che siamo tutti prigionieri di una vita di scopi? “Noi amiamo per, preghiamo per, compiamo opere buone per… Ma motivare l’amore non è amare; avere una ragione per donare non è dono puro, avere una motivazione per pregare non è preghiera perfetta” (Vannucci).
Tu invitali e assicurati che non possano restituirti niente.
Sarà forse un pranzo un po’ triste per te? Ma per loro sarà un pranzo felice e tu sarai beato! Beato perché agisci come agisce Dio! La gioia più grande, e tutti l’abbiamo sperimentata, è quella che da te defluisce e che riattingi, moltiplicata, dal volto dell’altro.
Il Dio dei capovolgimenti, dell’Esodo, di Giobbe, della croce, è ancora all’opera. Amare riamati basta a riempire la propria vita.
Ma solo l’amore che non cerca il contraccambio, solo la carità (parola che sembra vecchia e fuori moda ma che il vangelo rifà vergine di nuovo) riempie di speranza e di viventi. “La nostra infinita tristezza si cura soltanto con un infinito amore” (fine della Ev. Ga.).
Vangelo stravolgente e contromano, che convoca un altro modo di essere uomini con il coraggio di volare alto nel cielo di Dio. Divino vangelo che mette a soqquadro la logica del tornaconto. E mi dà gioia pensare che il Signore mi invita su queste strade un po’ folli ma così libere, certo che nessun sistema sociale può esaurire la forza giovane del Vangelo, e che il Regno crescerà dentro ogni sistema come una falla di luce.

per Avvenire

Il banchetto è un vero protagonista del Vangelo di Luca. Gesù era un rabbi che amava i banchetti (…)

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