I commenti di p. Ermes al vangelo della domenica sono due:

  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. […]».  Luca 12,32-48

  1. per i social

Vale molto di più accendere una piccola lampada nella notte che imprecare
contro tutto il buio che ci circonda.

Siate pronti, tenetevi pronti. A che cosa? Allo splendore dell’incontro.

Ma che cosa si aspetta il servo fedele per tre volte invitato a vigilare?

La sua fedeltà è per Dio una gioia e una sorpresa. Forse quel servo gli dà più di quanto Dio stesso si aspetti, facendolo gioire di meraviglia. E per questo la sua risposta sarà eccessiva e liberante. Puro e totale dono.

Beato quel servo che Dio troverà vigilante. Perché beato? La sua fortuna non sta nel fatto che ha saputo attraversare la notte vegliando, ma nasce molto prima, dal fatto che il padrone si fida di lui e gli affida la casa.

Dio ha fede nell’uomo. “Allora dov’è il tuo tesoro lì sarà anche il tuo cuore”. E qual è il tuo tesoro se non il cumulo delle speranze e le persone per cui trepidi e soffri? Il vero tesoro sono sempre le persone e mai le cose. Siate custodi anche del vostro cuore: coltivatelo al gusto del bello, alla sete della sapienza; un tesoro così è il vero motore della vita.

Per quel servo che invece ha posto il suo tesoro nelle cose, l’incontro alla fine della notte sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita mentre mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo il pianto, i cocci di una vita sbagliata.

Questa parabola è scandita in tre momenti. Tutto prende avvio per l’assenza del signore che se ne va e affida la casa ai servi, così come Dio ha consegnato l’Eden ad Adamo. Se ne va. Dio, il grande assente, che crea e poi si ritira dalla sua creazione. La sua assenza ci pesa, eppure è la garanzia della nostra libertà. Se Dio fosse qui visibile e inevitabile, chi si muoverebbe più? Un Dio che si impone sarà anche obbedito, ma non sarà mai amato da figli liberi.

Secondo momento: nella notte i servi attendono. Hanno cinti i fianchi, pronti ad accoglierlo. Che i servi restino svegli fino all’alba non è richiesto; è “un di più” non dettato né da dovere né da paura. Hanno le lucerne accese, perché è notte. Anche quando è notte, quando le ombre si mettono in via; quando la fatica è tanta, quando la disperazione fa pressione tu non mollare, continua a lavorare con amore per la tua famiglia, la tua comunità, il tuo Paese, la madre terra. Con quel poco che hai, come puoi, meglio che puoi.

Vale molto di più accendere una piccola lampada nella notte che imprecare contro tutto il buio che ci circonda.

Perché poi arriva il terzo momento. E se tornando il padrone li troverà svegli, beati quei servi! Li farà mettere a tavola e passerà a servirli, perché ne è rimasto incantato!

È il capovolgimento dell’idea di padrone, il punto sublime e commovente di questo racconto: un padrone-tesoro verso cui punta dritta la freccia del nostro cuore!

È l’immagine clamorosa che solo Gesù ha osato, chino su di noi con un asciugamano. Allora non chiamiamolo più padrone, mai più! E’ un tesoro d’oro fino che ci avvia verso il pastore delle costellazioni chiamato Amore, che ci metterà a tavola e passerà a servirci con la gioia del padre sorpreso da questi suoi figli, questo piccolo gregge coraggioso e mai arreso che veglia felice sui tesori di Dio.

2. per Avvenire

Siate pronti, tenetevi pronti: un invito che sale dal profondo della vita, perché vivere è attendere. (…)

continua su Avvenire

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