Pubblichiamo la riflessione personale che alcuni laici, alternandosi, presentano al posto dell’omelia ogni prima domenica del mese, durante la liturgia delle 10,30 in Convento.

Commento al Vangelo (Lc 14,1.7-14)
Domenica 01 settembre 2019 – XXII T.O.

Nella nostra esperienza quotidiana sappiamo bene che il cibo, il mangiare insieme
hanno una importanza fondamentale e non solo perché si tratta di un bisogno
primario. Tutti gli avvenimenti che ci riguardano, siano lieti e talvolta anche tristi,
come gli anniversari, le ricorrenze, qualche traguardo raggiunto, un lutto, sono
segnati dall’incontrarci intorno ad una tavola per condividere il cibo. Lo stesso cibo
non ha uguale sapore se mangiato da soli o in compagnia. E Gesù, che conosce
bene questa dimensione umana, accetta spesso di sedere a tavola per stare con le
persone, tutte le persone, specialmente quelle che non avrebbe potuto incontrare
se la sua predicazione si fosse limitata al tempio o alla sinagoga. Tant’è che una
delle prime critiche che riceve non è di natura teologica o dogmatica: «Ecco un
mangione e un beone, un amico di pubblicani e peccatori» (Lc 7,34). Il vangelo di
Luca è quello con il maggior numero di pranzi descritti, se ne trovano almeno sette
e oggi ascoltiamo Gesù durante uno di questi incontri.
Racconta due parabole, una per gli inviati, l’altra per il padrone di casa e noi, che a
volte siamo ospiti, a volte ospitanti, ci sentiamo coinvolti perché anche questa
pericope parla a noi, di noi, di Gesù, ci serve per indagare e confrontare la nostra
logica con quella di Dio.
Nella prima parabola potremmo pensare che Gesù voglia darci delle regole di
galateo, di buon vivere, magari ci suggerisce una strategia per raggiungere i primi
posti: mostrarsi falsamente modesti per scalare posti e posizioni. Ma le regole del
Regno di Dio hanno una prospettiva diversa e ai credenti non è chiesto nessun
atteggiamento che possa annullare le proprie personalità svilendo il valore che
ognuno porta in sé. Ma i primi posti che chiediamo sono quelli del servizio, il potere
che noi rivendichiamo è nel servizio ai fratelli.
La seconda parabola va letta con l’intelligenza della fede perché non è realistica
nessuna scelta a scapito di familiari e amici ma ci viene suggerito che i rapporti tra
noi devono cambiare, ci viene chiesto di eliminare ogni forma di emarginazione,
nessuna divisione tra gli uomini. E l’Eucaristia che celebriamo ogni domenica è
luogo privilegiato dove non può esserci nessuna esclusione, nessuna
emarginazione. Anche per questo la messa domenicale è “il pranzo più difficile” che
ci costringe a guardarci tutti come fratelli e sorelle nella fede in Cristo Signore.
Con quali mezzi? Con che atteggiamenti? Ce lo suggerisce il testo della prima
Lettura (Sir 3,19-21.30-31) di oggi: mitezza e umiltà.
La Santissima Trinità ispiri in ciascuno di noi la giusta umiltà e ci doni un cuore mite
per il bene dei fratelli.

Commento a cura di Claudio Pellizzaro

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