dal commento per la rete

Gli apostoli non possono, non sono in grado, ma la sorpresa di quella sera è che la vita vive di vita donata.

dal commento per Avvenire

Neppure il suo corpo ha tenuto per sé: prendete, mangiate, neppure il suo sangue ha tenuto per sé: prendete, bevete. Neppure il suo futuro: sarò con voi fino al consumarsi del tempo.

Luca 9, 11-17

Ma le folle lo seppero e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlar loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare» (…)

Commento di p.Ermes per i social

Il segno del pane è raccontato dai vangeli per ben cinque volte, è la narrazione più
ripetuta perché la più densa di significati. Con superficialità le diamo il nome di
moltiplicazione dei pani, mentre in realtà si tratta di una condivisione.
Condivisione prima di tutto della fame dei cinquemila. Alcuni uomini hanno così
tanta fame, che per loro Dio non può avere che la forma di un pane (Gandhi).
Condividere la fame è la porta del più grande miracolo dei cristiani, il miracolo
eucaristico.
Mandali via, è sera ormai e siamo in un luogo deserto. Gli apostoli si
preoccupano per quella folla, ci pensano ma non hanno soluzioni; è come se
dicessero: adesso lascia che vadano via, ciascuno a risolversi i suoi problemi, come
può, da solo.
Ma Gesù non ha mai mandato via nessuno, anzi vuole fare di quel luogo
deserto, di ogni nostro deserto, una casa dove condividere pane e sogni. E allora
imprime una improvvisa inversione di marcia alla direzione del racconto, con una
richiesta illogica ai suoi: Date loro voi stessi da mangiare.
Il primo passo verso il miracolo. Un verbo semplice, asciutto, pratico: date.
Nel vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, fattivo, di
mani: dare (Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (Gv 3,16), non c’è
amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15,13).
Gli apostoli non possono, non sono in grado, hanno soltanto cinque pani, un pane per
ogni mille persone e due pesciolini: è poco, quasi niente. Eppure è un pane che non
finisce mai. Passa di mano in mano, e ne rimane in ogni mano. Festa del pane infinito perché condiviso.
Non abbiamo che cinque pani e due pesci. Ma Gesù non li segue su questa logica, a
lui non interessa la quantità, ma la qualità, il modo di mangiare. Fateli sedere a
gruppi. Nessuno da solo, tutti dentro un cerchio, tutti in una comunità, seduti come si
fa per una cena importante, seduti a una mensa comune, una tavola d’erba sulla riva
del lago, primo altare del vangelo, più importante dell’altare del tempio.
La sorpresa di quella sera è che poco pane condiviso, che passa di mano in mano,
diventa sufficiente; che la fine della fame non consiste nel mangiare da solo,
voracemente, il mio proprio pane, ma nel condividerlo, spartendo il poco che ho: due
pesci, il bicchiere d’acqua fresca, olio e vino sulle ferite, un po’ di tempo e un po’ di
cuore. La vita vive di vita donata.
Tutti mangiarono a sazietà. Quel ‘tutti’ è importante. Sono bambini, donne, uomini.
Sono santi e peccatori, sinceri o bugiardi, nessuno escluso, donne di Samaria con
cinque mariti e altrettanti divorzi, nessuno escluso.
Prodigiosa moltiplicazione: non del pane ma del cuore.

Commento pubblicato su Avvenire

Né a noi né a Dio è bastato darci la sua Parola. Troppa fame ha l’uomo (…)

continua su Avvenire

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