Parola di disperazione e parola di speranza si integrano
Riflessioni su una poesia di David Maria Turoldo, nel centenario della sua nascita

Dalet di D.M. Turoldo
Ora la terra è imporporata di sangue…
il sole si è levato sulla casa di tutti
da quando Giobbe ha finito di piangere
e mai Gesù finisce di morire per noi.
Ora nessuna nascita è senza musica,
nessuna tomba senza lucerna
da quando tu, o Giobbe, dicesti:
«Io lo vedrò, io stesso: questi
occhi lo vedranno e non altri:
ultimo si ergerà dalla polvere».
Allora rinverdirà ogni carne umiliata
e gli andremo incontro con rami nuovi:
una selva sola, la terra, di mani.

«Ora la terra è imporporata di sangue»: un verso sintesi della tragica situazione mondiale di oggi.

Sangue di vittime e sangue di giovani carnefici suicidi, accecati da pulsioni di morte. Sangue che si mescola e che la terra riceve da esplosive orge di violenza. Sangue di uccisi in guerra, sangue di poveri in fuga versato nel mare. Un verso in cui rimbomba tutto il nostro Segue a pagina 2 sgomento. Questa poesia di Turoldo nasce da una meditazione su Giobbe.

La terribile storia di Giobbe è la storia dell’uomo di ogni tempo che si scontra con il male.

L’uomo colpito dal dolore dentro la propria carne, le cui braccia levate al cielo «disegnano nella notte la danza della sua totale disperazione»
(DM. T., Le mie ragioni per Giobbe).

La presenza nella Bibbia della vicenda di Giobbe significa che la Scrittura prende molto sul serio il dolore umano.

Questo spazio del testo biblico, tutto dedicato alle lacrime e alle grida di ribellione dell’uomo verso Dio, ci dà «il diritto a disperare» (ib.).
La parola di Giobbe, scrive Turoldo, è la parola della terra. Ed essa è necessaria. Le risponde la parola di Cristo, che è la parola del Cielo.
Parola di disperazione e parola di speranza si integrano nella totalità di una medesima Rivelazione (ib.).

Dentro l’oscuro groviglio della storia c’è un’offerta: un’offerta di fioritura, di pace, di un nuovo modo di vivere, che gli uomini possono cogliere. La terra come casa di tutti, su cui si leva ogni giorno generoso e benefico il sole, l’amore di Dio. E c’è una promessa: il pianto di Giobbe avrà fine.

C’è un’attesa che va oltre la storia e che Giobbe stesso intuisce: «Io lo vedrò, io stesso: questi occhi lo vedranno ».

Un approdo luminoso oltre la morte, quando rinverdirà ogni carne umiliata.

A Dio sta guidare la barca dell’umanità verso questo porto di risurrezione.

A noi, invece, aiutarci gli uni gli altri a risorgere ogni giorno dalla paura e dallo scoraggiamento.

Continuando a credere nell’uomo e nella vita, a vivere ogni nascita come una festa, ogni morte come un inizio.

A intrecciare instancabilmente amicizie con tutti, per rompere le logiche di separazione, i pregiudizi, i sospetti verso “gli altri”.

Per non considerare nessuno “straniero”.

Perché sboccino comunità che siano schegge incandescenti di cielo, fari nella notte, vera testimonianza di Cristo.

Marina Marcolini


Dialoghi-settembre-2016-OK-2

S. Maria del Cengio accoglie con gioia fra Ermes Ronchi
Il frate, teologo e scrittore è stato assegnato al convento dal mese di settembre

È possibile per
tutti vivere meglio,
e Gesù ne possiede
la chiave.
La
porta è stretta, ma
si apre su di una
festa
(E. Ronchi)

I fratelli e le sorelle della comunità di Santa Maria del Cengio esprimono un fraterno e gioioso benvenuto a fra Ermes Ronchi, che dopo 22 anni di vita e di servizio a Milano, nel Convento di San Carlo al Corso, sarà di comunità a santa Maria del Cengio dall’8 settembre prossimo.

Assegnato dal priore provinciale, fra Lino M. Pacchin, alla nostra comunità, fra Ermes si inserisce con “l’infinita pazienza di ricominciare” per tessere, insieme a “nuovi” fratelli e sorelle, una vita fraterna nell’amicizia, estendendola a quanti sono alla ricerca di un senso, di un futuro di pace e di bellezza.

Fra Renzo Marcon

fra Ermes Ronchi

Padre Ermes è frate, teologo, scrittore, poeta. Friulano di Racchiuso di Attimis (UD), è nato nel 1947;
ha studiato teologia a Roma e scienze religiose e antropologia a Parigi.

Ha diretto per molti anni il centro culturale Corsia dei Servi, fondato da Turoldo.

Dal 2009 al 2014 ha curato il commento al Vangelo della domenica per la trasmissione televisiva “A Sua Immagine” su Rai 1.

Autore di numerosi libri, collabora anche con diversi giornali e riviste.
La sua riflessione teologica è sapiente e poetica, nel solco della spiritualità di Giovanni Vannucci e David Maria Turoldo, suoi grandi maestri.

Nel marzo del 2016, su incarico di Papa Francesco, ha tenuto le meditazioni degli esercizi spirituali alla Curia romana.


Riparte il trekking eco-biblico
Dal 30 settembre con fra E. Ronchi e M. Marcolini

Al via una nuova edizione del “Cammino del Cuore”, per seguire i passi dell’enciclica Laudato Si’ in compagnia di padre Ermes Ronchi e Marina Marcolini.

I particolari del programma saranno divulgati a breve, ma nel frattempo, per chi è interessato a vivere questa esperienza di cammino organizzata dal Convento di Santa Maria del Cengio, vale la pena prendere nota delle date: la seconda edizione del trekking eco-biblico si terrà dal 30 settembre al 2 ottobre 2016, con partenza dal Convento dei Cappuccini di Schio e arrivo a Santa Maria del Cengio.

Nel tragitto (le percorrenze giornaliere vanno dai 15 ai 18 chilometri circa) i partecipanti sosteranno in alcuni luoghi significativi dal punto di vista storico e naturalistico, incontreranno persone che hanno scelto percorsi di fraternità, di valorizzazione della terra e di sostenibilità ambientale e parteciperanno alle riflessioni “eco-bibliche” di padre Ermes Ronchi e Marina Marcolini.

Per ragioni organizzative il trekking è aperto ad un numero massimo di 20 persone, che hanno voglia di affrontare un cammino di spiritualità, ma anche di essenzialità.

Info e costi: sentieriparola@ gmail.com – 338 1352639 (dalle ore 18.00).


A ottobre seminario con fra R. Perez

Sabato 29 e domenica 30 ottobre si terrà un interessante seminario biblico con fra Ricardo Perez, osm
[Centro studi biblici “Giovanni Vannucci”] .
Il seminario verterà sul Vangelo di Giovanni.
Il programma preciso verrà comunicato quanto prima e sarà consultabile anche  su questo sito.


La Cappella dell’Addolorata, una storia di devozione Convento servi di maria – Santa Maria del Cengio
Seppure senza pregio artistico, l’immagine mostra tutti i simboli per l’identificazione

Con il loro arrivo a Isola, i frati Servi di Maria introdussero le devozioni appartenenti al loro Ordine. In particolare avviarono e diffusero la devozione alla Madonna Addolorata.

La proposta cultuale verso la Madonna dei dolori divenne uno dei principali riferimenti del rito e il fulcro dell’associazionismo sulla cengia.

Una delle prime azioni svolte all’interno della chiesa fu di predisporne un riferimento cultuale.

Con obbligata scelta fu riconvertito l’altare nella prima cappella a destra. Nella superstite ancona che aveva ospitato l’immagine della Madonna del Rosario fu sistemata la piccola statua dell’Addolorata che frà Giovanni Bianchini aveva portato con sé da Monte Berico tra le poche masserizie necessarie per avviare la vita conventuale a Isola.

Quell’angolo di chiesa divenne il riferimento per gli aderenti alle nuove associazioni.

Il notevole attivismo intorno alla devozione all’Addolorata motivò il progetto di un più solenne riferimento visivo per quello specifico culto. Nel periodo 1920-1922, abbattendo il muro di chiusura della seconda arcata e riconvertendo il retrostante andito d’accesso al pulpito, fu ricavato lo spazio per una nuova cappella con volta ribassata.

Su un provvisorio altare di legno fu sistemata la statua della Madonna Addolorata, che era stata acquistata nel 1914 ed è ancora quella presente nella cappella.

Seppure senza pregio artistico, l’immagine mostra tutti i simboli per l’immediata identificazione: vestito viola scuro del lutto; volto ovale inclinato, sguardo abbassato, bocca sofferente; braccia abbassate e mani giunte con dita intrecciate.

Al devoto ciò basta: interessato alla comprensibilità dell’immagine molto più che alla sua singolarità, non avverte il bisogno di una valutazione tecnica ed estetica dell’opera.

Anzi il vocabolario immutabile dove i colori e i gesti si ripetono sempre identici dà significato a una devozione condivisa da tutti.

Nel 1926 fu deciso di predisporre un nuovo altare in pietra per sostituire quello ligneo, considerato non adeguato alla solennità del culto.

Due anni dopo, nel marzo 1928, la struttura fu collocata nel fondo della cappella.

Una mensa semplice, vagamente romanica: sostenuta da due esili colonnine in marmo giallo, con una predella che incentra il tabernacolo in pietra bianca vicentina.

Due lesene inquadrano un arretrato parapetto portante il simbolo dei Servi contornato da una decorazione a figure geometriche ribassate e dorate.
Per evidenziare la sacralità di quello spazio, la cappella fu delimitata da una balaustra che esondava nella navata principale.

In una nicchia ricavata nella parete trovò definitiva sede la statua dell’Addolorata.
Il cuore trafitto da sette lunghe spade, appuntatole al petto, rendeva immediato il trasporto pietistico fondamento della devozione.

Da allora la cappella con l’immagine della Madonna dei sette dolori fu un riferimento non solo per gli associati, ma anche per tutti i devoti che portando una pena nell’anima salivano alla chiesa sulla cengia e si rivolgevano alla Madre Dolorosa.

Trovando in lei lo specchio delle proprie sofferenze chiedevano con speranza compassione e misericordia.

Anche oggi la costante presenza di tanti fiori freschi e di molti lumini accesi testimonia l’efficacia religiosa del riferimento alla Madre Dolorosa, Madonna Addolorata.

Albano Berlaffa

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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