17 marzo 2015

Riflessione tenuta da Paola Fioretto su Mt 1,16.18-21.24

nella solennità di san Giuseppe

[A santa Maria del Cengio nella Eucaristia comunitaria di ogni giovedì il commento/testimonianza al Vangelo è affidato ad un laico o ad una laica]

Giuseppe uomo giusto

La giustizia era una qualità importante per gli ebrei di quel tempo. Giustizia richiama la fedeltà, essere testimone di un amore grande e fedele. Essere riconosciuto giusto davanti a Dio era la massima aspirazione per un ebreo credente. “Il sentiero del giusto è diritto, il cammino del giusto tu rendi piano”, si trova scritto nel profeta Isaia.

A dire il vero san Giuseppe dovette superare più di un intoppo lungo la strada della sua vita, ma proprio di fronte alle prove si dimostrò la sua giustizia. E noi oggi possiamo dire che Gesù venne al mondo non solo per la fede di Maria, ma anche per la giustizia di Giuseppe, uomo fedele.

La possiamo riconoscere in come reagisce davanti alla novità della maternità di Maria, nella sua decisione di congedarla in segreto e infine nella sua pronta adesione alle parole dell’angelo. Da un senso di giustizia umana a una giustizia divina.
Giuseppe si fida di un sogno, è un uomo aperto all’ascolto e all’accoglienza di un messaggero di Dio, l’angelo, che gli porta un messaggio sconvolgente per la logica di un uomo. Come a Maria l’angelo gli dice: non temere. “Non temere di prendere con te Maria tua sposa. ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù». che significa Dio salva.

Dare il nome ad un figlio significa donargli un’identità ed una eredità. L’identità di essere figlio di Dio, sottomesso alla legge dell’amore, l’unica eredità fondamentale nella vita di un uomo. Erede di una promessa fatta ad Abramo.

E l’identità e l’eredità si trasmettono attraverso la testimonianza di un padre, uomo giusto, che si sottomette a questa legge dell’amore, perché sa che tutto viene da Dio padre. E come Abramo sacrifica il godimento del proprio figlio per lasciarlo andare alla sua missione, così Giuseppe non tiene Gesù tutto per sé ma dona suo figlio al mondo affinché compia la sua missione, inscritta nel suo nome: Dio salva. E’ un padre libero che insegna al figlio la libertà, libero di essere, al di là delle regole rigide del mondo ebraico.

E poi è un padre che si ritira, che lascia spazio, perché si fida, perché sa che la sua eredità donata al figlio porterà frutto, un frutto nuovo perché non è ripetizione di quello che è già stato, ma è sviluppo, trasformazione, salvezza per il popolo dai suoi peccati.

Allora se vogliamo sapere qualcosa di Giuseppe guardiamo a suo figlio Gesù, alla sua vita, alla sua predicazione, all’autorità che esercitava con i personaggi che lo mettevano alla prova a come si è fidato di Dio. Possiamo dire allora che Giuseppe era un grande uomo.

Contrariamente a quello che si pensa, in base agli ultimi studi storici fatti, Giuseppe era un uomo giovane poco più vecchio di Maria, forse aveva 18, 20 anni. E interessante pensare che Dio affida suo figlio e il destino della salvezza dell’umanità a due giovani inesperti. Fa riflettere….

Allora per noi oggi Dio quale invito ci rivolge?

  • Non dobbiamo temere dei nostri sogni, perché sono messaggeri di un annuncio di salvezza. Ci invita a fidarci dei sogni più sconvolgenti, quelli che trasformano la nostra vita.

  • Ci invita ad essere padri e madri responsabili, testimoni della vita, della bellezza, dell’amore, che guardano al proprio figlio con libertà, che sanno andare al di là delle etichette imposte dalle tradizioni, dai condizionamenti sociali e dai mass-media, che sanno guardare al proprio figlio con autenticità e meraviglia.

  • Se Dio si è fidato di Maria e Giuseppe ed ha dato loro un compito così arduo, allora Dio ci invita a fidarci dei nostri giovani, dei nostri figli. Nelle loro mani Dio affida il futuro, un futuro per noi inimmaginabile; a loro l’arduo compito in questo momento storico difficile di portarci alla salvezza, cioè a costruire una società più giusta, più umana.

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