Marzo: Santa Maria, donna dell’Annunciazione

 

“Gli inizi per te e per noi, sono immeritata grazia e appello alla gioia”
Un raggio incandescente di Dio, partito da incommensurabili lontananze, irrompe nel quotidiano di una povera casa.

L’infinitamente grande si congiunge con l’infinitamente piccolo, «Dio viene tra le stoviglie» (Teresa D’Avila).

Da allora Dio e l’uomo non saranno più gli stessi, comincia una narrazione nuova: Dio s’impasta con l’umano.

Ma l’annunciazione riguarda solo Maria o è qualcosa per tutti? E chi è Maria? Una superdonna perfetta e distante o una donna come me e te, che ha vissuto un’esperienza di vita spiazzante e forte a cui ha risposto in modo libero e coraggioso?
Santa Maria dell’annunciazione: una donna giovane e semplice, in un mondo dove le donne non contavano niente, interpellata da Dio, che parla con lui come un patriarca, un profeta e dice il suo libero sì da regina.

Un sì che ci insegna la fiducia negli inizi. Annunciazione è gioire della primavera quando sul ramo secco è spuntata solo una minuscola gemma, interpretare il mondo secondo la logica del seme.

Al principio di ogni cosa c’è sempre solo un piccolo seme, qualcosa che può sembrare insignificante.

Ma il seme ha dentro di sé tutta la forza della vita, chiusa e compressa in uno spazio piccolissimo. Se anche sparissero dalla terra tutte le piante, tutti gli alberi e tutti i fiori, una manciata di semi potrebbe riportare la vita nel mondo.
Santa Maria dell’annunciazione: una povera donna qualsiasi, una di quelle vite che non valgono niente e che fanno notizia solo se raggruppate a migliaia tra le vittime di una disgrazia.

Una donna così, alla quale un giorno il divino fa irruzione dentro casa e non le regala cose viste come in sogno o solo profezie fatte di parole, ma un seme di bambino nella pancia.

Non ha paura di farsi serva d’amore, è pronta ad accogliere il sogno più grandioso mai sognato, serva perché libera.

Creatura uscita da se stessa per lasciare Dio essere Dio in lei. Santa Maria non è una specie di semidivinità che ci guarda pietosamente dall’alto di un piedistallo, ma una donna che con la sua storia ci racconta la nostra vera storia: c’è un pezzetto di Dio in noi e vuole venire alla luce.

L’icona di Maria è la nostra icona.
[marina.marcolini@gmail.com]

 

Da Romano Guardini: la Quaresima è “fare posto” alla Primavera della Pasqua

[a cura di Giuliana Fabris]

La Quaresima, con i suoi digiuni, è fare posto, nello stesso modo del chicco di grano che nella terra muore per diventare frutto ed avere molti amici, fare posto alla vita vera al posto di quella che crediamo di garantirci. La Quaresima è la notte che attende di ritirarsi nella forza luminosa del mattino, del vero mattino.

La Quaresima è ciò che sta appena prima della grande e rinnovata prima ora di Pasqua. E Guardini tratta la prima ora di ogni mattino come Segno Santo:
Questa è l’ora del mattino. La vita si ridesta.

E, profondamente consapevole di sé, porge a Dio il puro ringraziamento della creatura. Sorge a nuove creazioni e si applica all’opera quotidiana movendo da Dio e nella forza di Dio.
Comprendi quanto dipende dalla prima ora del giorno? Essa è il suo inizio.

Non lo si può cominciare senza un pensiero e un proposito. Altrimenti non è affatto una “giornata”, bensì un brandello di tempo senza senso né volto. Una giornata è un’opera; esige perciò illuminato volere. Una giornata è la tua vita intera.

E la tua vita è come la tua giornata: perciò questa ha da avere una fisionomia.
Una volontà, dunque, una direzione, un volto affissato in Dio: tutto questo è opera del mattino. (I Santi Segni, ed. Morcelliana, Bs)
Ogni mattina è Pasqua, miracolo della vita, altro ordine rispetto a tutte le leggi e le normative in cui, pure, dobbiamo poterci muovere in questo nostro tempo; ogni mattino, ogni primavera, ogni Pasqua mostra la vita come miracolo. (cf Miracoli e Segni, ed. Morcelliana)

 

Il miracolo delle lacrime

Dialoghin chiostro marzo 2015 pdf

7 ottobre 1513.

In uno degli episodi delle guerre italiane, combattute tra il 1509 e il 1516, nella spianata tra Motta e Costabissara, tra il torrente Orolo e le colline, le truppe veneziane guidate da Bartolomeo d’Alviano e le milizie dei collegati tedeschi e spagnoli capitanate da Ramon de Cardona si scontrarono in combattimento.

Lo scontro sul campo di battaglia si concluse con una drammatica e sanguinosa sconfitta dell’esercito veneziano.

Circa quattromilacinquecento soldati della Serenissima Repubblica furono uccisi sul campo o mentre fuggivano verso la città. Un gruppo di fuggiaschi trovò scampo sulle colline. Percorrendo sentieri defilati tra i monti, s’indirizzarono a Isola.

Lì, sulla cengia, bussarono al convento, chiedendo rifugio e salvezza.

Erano certi che il luogo religioso e il sicuro lealismo veneziano dei frati fossero un approdo sicuro.

Ma furono inseguiti e scoperti.

Gli armigeri vittoriosi prolungarono a Isola la drammaticità del campo di battaglia: i fuggitivi furono uccisi senza pietà e, per rappresaglia, il convento fu saccheggiato e incendiato.

La brutalità sulla cengia non fu un episodio conclusivo.
Gli occupanti spagnoli stabilirono sul paese uno stringente controllo militare e imposero pesanti penalità fiscali. Iniziò un periodo di paura, ansia e terrore.

Un tentativo di ribellione agli ordini imperiali fu tacitato con una spedizione punitiva e con il saccheggio delle case del paese. L’intera popolazione, condizionata dalla continua minaccia del sangue e del fuoco, fu sottoposta a oppressioni e imposizioni.
In quell’esperienza del limite la gente di Isola si rivolse alla Madonna, stabilendo una relazione intensa, un affidamento assoluto. Il volto pensoso e triste, il dolore trattenuto, l’atteggiamento filiale che caratterizzava l’immagine della Madre divenne specchio dell’anima del paese e dell’affanno personale di ognuno.

In quella reciproca attinenza spirituale avvenne il ‘miracolo’: la statua “come mossa a compassione di fronte a tante avversità e sventure, da tutta la gente è stata vista versare moltissime lacrime e, quel che più importa, viene raccontato abbia chiuso i suoi pietosissimi occhi, come se inorridisse di tali azioni crudeli” [Concessione di indulgenza, 1513, ASVi, S. Marcello, b. 36, c. 208v)].
Lacrime di pietà.

L’animazione dell’immagine sacra – distoglimento dello sguardo e lacrimazione – rispecchiò le sofferenze e le paure della popolazione che esprimeva il bisogno di protezione e di sicurezza: gli sguardi che imploravano l’intercessione divina riconobbero la risposta di compassione della Madre.

Quelle lacrime definirono una relazione privilegiata tra Maria e i suoi figli, un rapporto esclusivo tra la Vergine e le donne e gli uomini di Isola, fiduciosi in lei. Sull’altare della cengia l’immagine divenne per sempre la Madonna degli isolani.
La successiva rielaborazione delle emozioni e la narrazione dell’evento sintetizzarono i fatti, trasposero frammenti di realtà in mito, convertendoli in essenza spirituale. La leggenda che ne scaturì non intendeva riportare una cronaca, ma annunciare un fatto inconsueto e accomunare tutti in un sentimento.

Come Maria si era sintonizzata con le vicende esistenziali della vita, così i devoti aderirono a quel messaggio di relazione. Da allora ogni pellegrino che sale sulla cengia, che con fiducia rivolge gli occhi supplichevoli alla Madre è certo di essere guardato dalla stessa Madre con compassione.

Quello sguardo divino espresso con gli occhi del cuore crea una relazione, strappa dalla solitudine e dall’affanno, permette conforto e consolazione, fa riemergere la speranza.

 

[Albano Berlaffa]

© 2016 S.Maria del Cengio - Comunità dei Servi di Maria
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